Non si parla più di bail-in. Eppure è sempre lì, vivo e vegeto, sta solo riposando, sperando che nessuno lo svegli. È proprio in questi momenti che occorre fare in-formazione sui pericoli che corrono correntisti e risparmiatori: quando il sangue non scorre! Perché poi, quando c’e’ il sangue, è troppo tardi.
Ma i cittadini italiani hanno il diritto di conoscere quali sono le decisioni prese al riguardo in sede europea? Soprattutto quelle decisioni che rischiano di costare loro parecchi soldi?
Per bail-in, in linea generale, s’intende il salvataggio di un Paese o del suo sistema bancario dall’interno. L’espressione si contrappone al bail-out, cioè il salvataggio dall’esterno.
Facciamo un po’ di storia.
Nella crisi ormai pluriennale che attanaglia l’area euro, i primi interventi furono all’insegna del bail-out, con la UE corsa al capezzale della Grecia nel 2010. Con l’aggravarsi della crisi di Atene, però, alcuni Paesi (in primis la Germania) iniziarono a ventilare l’idea di coinvolgere i cittadini nei salvataggi per non far ricadere l’intero costo sulle spalle dei contribuenti dei Paesi creditori. In Grecia, per esempio, fu operato un pesante taglio al valore dei titoli di Stato, mentre con la tassa sui depositi a Cipro fu compiuto un salto di qualità nella strategia del bail-in.
In altri e più semplici termini, in caso di crisi sono gli stessi investitori a dover sopportare i costi del salvataggio di una banca e, per investitori, sia pure in misura diversa, non intendiamo soltanto i soci, ma anche i creditori (cioè i clienti che depositano i loro risparmi in banca), che si vedranno sostituiti ai soci. Nel 2013, dopo il salvataggio di Cipro, venne varata da Bruxelles la norma che prevede che, in caso di fallimento di una banca, siano in prima battuta i clienti della stessa a pagare per salvarla. Lo Stato entrerà in gioco solo in un secondo momento. Il che vuol dire una cosa sola: i nostri conti correnti non sono più garantiti, o almeno non lo sono sopra una certa soglia.
Ma in cosa consiste questo meccanismo e cosa comporta per i clienti delle banche?
In sostanza, il deficit di patrimonio rispetto a quello necessario perché la banca possa continuare ad operare (la cosiddetta soglia minima di patrimonio) viene “trovato” non all’esterno, ma presso gli stessi finanziatori, che vedono i loro crediti convertiti (secondo una sequenza prestabilita e con esclusione dei depositi garantiti e pochi altri creditori) in capitale fino al livello necessario a ristabilire la soglia minima. Per effetto della conversione, i “vecchi” soci sono diluiti o esclusi dalla società. Contemporaneamente, la banca viene ristrutturata dal punto di vista operativo ed è capace di reperire liquidità grazie all’avvenuto rafforzamento patrimoniale. Scendendo nel dettaglio, se una banca rischia il default, i primi a dover sborsare il proprio denaro saranno gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti meno garantiti (le obbligazioni subordinate verranno coinvolte nel pagamento) e dai depositi bancari superiori ai 100 mila euro. La direttiva, dunque, garantisce solo i depositi inferiori a tale soglia.
Non parteciperanno invece al bail-in i possessori di obbligazioni garantite (le ordinarie sono escluse), pensioni e stipendi dei dipendenti.
Ogni Stato membro ha infine la facoltà di decidere l’esclusione di altre categorie. In particolare se una banca sta per fallire, lo Stato interverrà per salvarla solo dopo che gli azionisti e i creditori avranno coperto l’8% dei debiti totali della banca. Questa regola serve a fare in modo che non siano tutti i cittadini, attraverso le tasse, un dover pagare per il salvato
In realtà, però, a rimetterci sarà chi depositerà i propri soldi.