Tra i vari effetti collaterali della guerra commerciale di Donald Trump potrebbe esserci la creazione di una nuova partnership economica asiatica. Una triplice convergenza portata avanti dalla Cina, dai 10 Paesi che fanno parte dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est asiatico (Asean) e dai sei del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc). L’obiettivo? Creare un modello di cooperazione globale basato sul libero scambio e sugli investimenti reciproci.
Le fondamenta del blocco sono state gettate a fine maggio con il vertice Asean-Gcc-Cina andato in scena a Kuala Lumpur, in Malesia. In quell’occasione il premier cinese Li Qiang ha esortato i presenti ad aumentare la collaborazione con Pechino. Certo, l’appello dell’uomo di Xi Jinping è arrivato in un momento particolare per il Dragone, con il gigante asiatico impegnato a rafforzare i legami economici globali nel bel mezzo di enormi tensioni commerciali con gli Stati Uniti.
Questo è però lo stesso problema che affligge, seppur con intensità minore, anche i membri dell’Asean e che fa riflettere i ricchissimi Stati del Golfo, preoccupati che la Trade War tra Washington e Pechino possa limitare investimenti e accordi. In un contesto del genere, udunque, Li ha spiegato che le tre parti potrebbero creare un «circolo economico dinamico» attraverso scambi più approfonditi a vantaggio di ciascuna nazione e dello sviluppo globale. Un modo per dire: uniamo le forze di fronte all’ombra dei dazi.
Nasce un’ “Unione asiatica”?
Quali sono gli attori in campo? La Cina, quindi Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam (Asean) e, infine, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar (Gcc).
“Questi tre attori rappresentano un quarto della popolazione e dell’economia mondiale, ma solo il 5% del commercio globale (avviene tra loro ndr), il che dimostra un enorme potenziale di espansione”, ha fatto notare Li.
Pechino, per caratura internazionale e peso economico, è l’attore che spinge più di tutti per la convergenza. E la sensazione è che il Dragone voglia creare un nuovo e potente blocco economico con i Paesi del Sud-est asiatico e del Medio Oriente – una specie di Unione asiatica - per contrastare il crescente protezionismo degli Stati Uniti.
Il nuovo vertice ha in effetti il potenziale di dare vita ad un nuovo paradigma per la collaborazione multilaterale in Asia, consentendo alla Cina di resistere maggiormente alla pressione commerciale degli Usa. L’Asean e la Cina stanno giocando di sponda rafforzandosi a vicenda. Se a questa mini partnership (economica) asiatica dovessimo aggiungere i Paesi del Golfo, la potenza di fuoco del gruppo crescerebbe ulteriormente.
L’obiettivo di Cina, Asean e Golfo
Nella dichiarazione congiunta firmata a Kuala Lumpur, Cina, Asean e Gcc hanno anche concordato di ampliare l’uso delle valute locali nei regolamenti commerciali e nei pagamenti transfrontalieri tra le tre regioni. Un altro aspetto curioso è che nel comunicato di 4.200 parole non ci sono riferimenti né agli Stati Uniti, né a questioni delicate come le controversie sul Mar Cinese Meridionale: segno che il pragmatismo vince su tutto il resto. Anche perché i tre attori hanno un pil combinato di quasi 25.000 miliardi di dollari e un mercato formato da oltre 2 miliardi di persone.
I principali dossier toccati durante il vertice? Commercio, catene di approvvigionamento, infrastrutture e finanza. E ancora: energia verde, trasformazione digitale, connettività, agricoltura sostenibile per affrontare il cambiamento climatico e sicurezza alimentare. La convergenza consente ai partecipanti di smarcarsi da un’eccessiva dipendenza statunitense unendo i mercati di consumo dell’Asean, la ricchezza energetica del Golfo e il potenziale manifatturiero e tecnologico della Cina.
Parliamo di punti di forza complementari che possono forgiare un solido ecosistema di filiera. Un esempio? Le materie prime, come il nichel indonesiano e l’olio di palma della Malesia, possono integrare la capacità produttiva cinese, con i fondi sovrani del Gcc - per un valore complessivo di 5 trilioni di dollari - a finanziare progetti strategici.