Ambizione silenziosa, ti spiego perché molti giovani non vogliono più essere promossi sul lavoro

Maria Paola Pizzonia

7 Luglio 2024 - 21:46

Il mondo del lavoro sta cambiando e con lui anche i desideri dei giovani: ecco cos’è l’ambizione silenziosa e in cosa si differenzia dal «quiet quitting».

Ambizione silenziosa, ti spiego perché molti giovani non vogliono più essere promossi sul lavoro

C’è una credenza che è stata considerata per moltissimo indiscutibile nel mondo del lavoro e che probabilmente affligge anche gran parte dei lettori di questo stesso articolo.

Per una buona fetta della popolazione di lavoratori (ma anche dei disoccupati) è normale pensare che ogni dipendente abbia la stessa aspirazione: salire a posizioni di maggior responsabilità fino a raggiungere i vertici della scala professionale. Eppure non per tutti è così, ultimamente in modo ancora più evidente. Tanto che si inizia a parlare di ambizione silenziosa.

Perchè non ci sono più “giovani lavoratori motivati”?

Un sondaggio promosso dall’azienda Visier l’anno scorso ha rivelato dei dati sorprendenti. Dal sondaggio è emerso che solo il 38% dei 1.000 lavoratori intervistati aspirava a essere promosso a capo nel proprio lavoro, mentre il restante 62% ha indicato di preferire rimanere nella sua attuale posizione.

Ma non solo. In un altra indagine condotta su 276 aziende da McKinsey & Company nel 2023 sono emersi dati simili: il sondaggio ha mostrato che solo il 36% dei lavoratori consultati cercava di diventare manager nell’azienda. Perché? Quando i soggetti sono stati interrogati sui motivi, le risposte saranno incredibili per molti boomer: il 91% ha menzionato lo stress e la pressione maggiore e ha dichiarato di essere già soddisfatto della propria situazione attuale.

Questa tendenza deve necessariamente essere osservata sia dalle aziende che dai reclutatori, perché altrimenti non sapranno come reagire ora che vedono i loro dipendenti più giovani non più così motivati a crescere professionalmente come in passato. Cerchiamo, per capire il fenomeno, di spiegare il concetto di “ambizione silenziosa”.

Cos’è l’ambizione silenziosa?

La Generazione Z non è più ambiziosa? Forse stanno semplicemente cambiando le priorità delle persone più giovani. Ezra Pound scriveva: “si può vivere infinitamente meglio con pochissimi soldi e un sacco di tempo libero, che non con più soldi e meno tempo. Il tempo non è moneta, ma è quasi tutto il resto”.

Questa citazione sottolinea l’importanza del tempo libero inteso non soltanto momento di svago, ma soprattutto anche come elemento essenziale per il benessere e la crescita personale, suggerendo addirittura che una vita ricca di tempo libero può essere più soddisfacente di una vita ricca di beni materiali.

A tal proposito sembra proprio che la Gen Z abbia infranto questo paradigma che ci vedeva in corsa per il successo, con rispettivi aumenti di responsabilità, a tutti i costi. Stiamo parlando di un fenomeno sociale molto preciso, noto come “ambizione silenziosa” (o “quiet ambition”).

In breve: i giovani sembrano voler sempre più evitare i ruoli di maggiore responsabilità e preferire lavori meno impegnativi. Semplicemente si tratta di posizioni che spesso comportano meno stress e influiscono più positivamente sulla qualità della vita dei singoli. Questo ci dà la cifra di come il mondo lavorativo stia cambiando per i ragazzi, che (anche secondo la rivista Forbes) a quanto pare mettono il successo professionale al di sopra di quello personale.

Il parere degli esperti

Gli esperti hanno una risposta molto interessante per questo fenomeno, che va molto oltre il mero concetto di ambizione o pigrizia:

I giovani si sono resi conto che il lavoro non è la cosa più importante a cui si possa aspirare e che spesso il successo lavorativo compromette altre aree dell’essere umano, come la salute mentale, il tempo libero e la vita sociale e familiare.

Sono le parole di Jennifer Conejero, psicologa della Clínica Santa María (su BioBioChile).

Esperienze come la recessione globale e la pandemia di COVID-19 hanno mostrato loro l’importanza dell’adattabilità e della resilienza, oltre alla semplice crescita gerarchica. Inoltre, hanno assistito alle conseguenze dello stress lavorativo e al mancato equilibrio tra vita personale e professionale nelle generazioni precedenti, il che ha influenzato la loro visione del lavoro. Inoltre, la cultura del lavoro è cambiata; ora c’è più enfasi nel trovare significato e scopo in ciò che fanno, oltre alla semplice scalata nella gerarchia aziendale.

aggiunge la psicologa del lavoro Carolina Varela, direttore di Servizio e Qualità di Adecco. Qui concorda Conejero. La psicologa sottolinea che:

rivedendo la storia di vita delle generazioni precedenti, si sentono molte autocritiche su “cosa è valsa la pena fare” o su cosa sia stata ’una perdita di tempo’ e, in generale, è associata a ciò che è stato trascurato per raggiungere obiettivi lavorativi e come questi non sono stati così gratificanti come previsto.

aggiungendo che:

La pandemia ha anche mostrato che è possibile lavorare in remoto, essendo più autonomi nel tempo dedicato alle attività lavorative, e quindi le persone diventano più esigenti sulle condizioni di lavoro.

Il ricambio generazionale, la pandemia e lo smart-working hanno quindi giocato un ruolo decisivo nel cambiamento della percezione sociale del lavoro nelle nuove generazioni.

Quando l’ambizione non coincide col lavoro

C’è anche un altro aspetto da valutare. Daniela Noria, Capo del Dipartimento di Recruiting e Selezione presso il Gruppo di Aziende Teamwork, ha affermato che questa nuova prospettiva:

non significa che manchino di ambizioni, ma che sono consapevoli dell’importanza del loro benessere personale. Preferiscono bilanciare la loro vita lavorativa e personale, scegliendo lavori che consentano loro di mantenere questo equilibrio senza sacrificare la loro salute mentale.

Da Visier, l’azienda che ha condotto uno degli studi che ha mostrato questa tendenza, hanno indicato che la loro ricerca:

conferma che i dipendenti stanno spostando le loro priorità dal lavoro. Le ambizioni legate al lavoro non sono nemmeno tra le prime tre ambizioni principali dei partecipanti al sondaggio. La lista include trascorrere tempo con parenti e amici (67%), essere fisicamente e mentalmente sani (64%) e viaggiare (58%).

Insomma: i giovani non vogliono un aumento, ma fare più esperienze!

Sempre a quanto rilevato da Visier:

Ottenere un aumento è stato posto al quarto posto e il 54% dei partecipanti ha riferito di tale ambizione, evidenziando l’importanza che i dipendenti attribuiscono al salario. Solo il 9% menziona di voler diventare manager di persone e solo il 4% dice di voler diventare executive di alto livello.

Il proprio impiego ha smesso di essere il fulcro di tutte le ricerche di senso della vita adulta, come è stato per la scorsa generazione. Complici forse le condizioni sempre meno tutelate nel mondo del lavoro, i giovani cercano la felicità e la soddisfazione in altro. A riguardo, Conejero ha detto a BioBioChile che per le nuove generazioni:

c’è una ricerca del significato della vita, della felicità e del raggiungimento che spesso non ha a che fare con guadagnare più soldi o avere posizioni di maggiore responsabilità lavorativa, ma con poter viaggiare, avere hobby, studiare, incontrarsi con amici o avere una famiglia, tra gli altri, cioè, poter godere della vita

Varela aggiunge poi:

Il benessere personale, la salute mentale e la flessibilità lavorativa sono valori altamente prioritari per loro, che spesso pesano più degli incentivi tradizionali come le promozioni o gli aumenti di stipendio

La decostruzione del concetto del “Capo”

La separazione del concetto di lavoro legato a quello di sacrificio va a rapportarsi con tutta una serie di simboli nelle menti dei più giovani che, di conseguenza, vanno ad influenzare anche i rapporti lavorativi e, in modo specifico, quelli gerarchici. Sembra quindi sia possibile che:

Le organizzazioni affrontino un possibile problema di successione poiché meno persone sono interessate a ruoli di leadership, rendendo più difficile pianificare lo sviluppo delle persone e coprire posizioni critiche, creando potenzialmente un gap di leadership

Sostiene Rodrigo Lamussi su Medium. Quindi ciò significherebbe che diventare “il Capo” sia sempre meno allettante. Questo significa che ci stiamo avviando ad un mondo senza leader? Non proprio.

Tuttavia, il mondo degli affari sta iniziando a rendersi conto che le sfide poste da questo fenomeno potrebbero effettivamente portare a un futuro con un tipo di leadership diverso, richiedendo una maggiore adattabilità delle aziende in termini di evoluzione dei modelli di lavoro e programmi di sviluppo delle persone.

Conclude Rodrigo. L’ambizione silenziosa riflette la frustrazione che i giovani rilevano nelle contraddizioni dell’attuale mondo del lavoro e come tale va osservata. Tuttavia, forse, presenta più di un lato negativo.

I problemi dell’ambizione silenziosa

L’ambizione silenziosa, o “quiet ambition”, rappresenta quindi un cambiamento significativo nel modo in cui i giovani, in particolare la Gen Z, approcciano il mondo del lavoro. A differenza delle generazioni precedenti, che spesso vedevano il successo professionale come l’obiettivo principale della loro carriera, i ragazzi di oggi tendono a evitare ruoli di maggiore responsabilità e preferiscono posizioni lavorative meno impegnative. Questo fenomeno nasce dalla necessità di ridurre lo stress e migliorare la qualità della vita.

Secondo Forbes e BioBioChile, questo cambio di paradigma riflette una crescente importanza del benessere personale rispetto al successo professionale tradizionale​ Ma non è tutto oro quel che luccica, o almeno non al totalmente, infatti Lamussi continua dicendo anche:

esiste anche un rischio professionale per coloro che adottano un’ambizione silenziosa, poiché non promuovendo la ricerca di migliori opportunità di crescita, apprendimento e sfide professionali, possono creare un’illusione di comfort a breve termine che potrebbe diventare una trappola a lungo termine, portando al blocco e alla perdita di importanti opportunità (...). Questo può portare a un ciclo di compiti routinari e poco costruttivi, che gradualmente diminuisce l’entusiasmo per il lavoro, riflettendosi sulle prestazioni e limitando la crescita professionale, rendendoli meno competitivi sul mercato del lavoro e, alla fine, mettendo a rischio le prospettive a lungo termine e la capacità di mantenere le proprie priorità.

Lo studioso sostiene che la ricerca di qualità della vita, elasticità equalità del tempo libero siano valori importanti. Ma non può bastare. Continua dicendo che tuttavia diventerà sempre più importante, in futuro, riconoscere i potenziali rischi della mancanza di ambizione sul lavoro. Questo sia sugli impatti possibili nella vita personale e professionale dei singoli, che per quanto riguarda lo sviluppo di una società:

Potrebbe esserci una carenza di professionisti preparati e disposti a ricoprire questi ruoli, offrendo un’opportunità a chi continua a aspirare a progredire nella propria carriera di migliorare le proprie competenze e colmare questo vuoto

La differenza con il quiet quitting: due critiche alla cultura del superlavoro

Un’altra tendenza in voga nelle nuove generazioni, che mette in discussione il modello contemporaneo di lavoro, è il cosiddetto quiet quitting. Potrebbe forse sembrare simile all’ambizione silenziosa, ma non lo è. Vediamo insieme le differenze, perché sono fondamentali:

  • Quiet Ambition descrive gli individui che abbracciano l’ambizione silenziosa e che quindi non rinunciano al lavoro, ma scelgono ruoli meno stressanti e di minore responsabilità per preservare il loro benessere. La loro ambizione esiste ed è onorata, semplicemente è rivolta verso altro: trovare un equilibrio che permetta loro di godere di una qualità della vita superiore, senza le pressioni dei ruoli di alto livello.
  • Quiet Quitting invece descrive un fenomeno nel quale si attua la pratica di fare volontariamente e consapevolmente il minimo indispensabile sul lavoro, così da evitare il burnout. I lavoratori che adottano il quiet quitting non solo non cercano attivamente nuove opportunità o promozioni per evitare un ulteriore carico di responsabilità, ma inoltre si limitano a svolgere al minimo dello sforzo le loro mansioni (e nulla più!) anche nel lavoro che stanno attualmente svolgendo.

Entrambi i comportamenti rappresentano una risposta alla cultura del superlavoro, in cui i dipendenti sentono la necessità di proteggere il proprio benessere mentale e fisico. Tuttavia, gli approcci alla base sono piuttosto diversi.

Nuove prospettive:

Alcune aziende come Google si sono concentrate nell’ideare strategie che allettino le aspirazioni dei giovani talenti. Ad esempio, il gigante di Internet promuove un programma di “Silent Leaders”. Esso si concentra soprattutto nel fornire strumenti a dipendenti riconosciuti per il loro etica di lavoro, dedizione e capacità di leadership, anche se non mirano necessariamente a diventare capi. In questo modo si osserva e premia un atteggiamento positivo nell’impiego, ma senza sovraccaricare di aspettative il lavoratore.

Per le nuove generazioni è molto importante lavorare in ambienti in cui ci si senta ascoltati, dove ci sono canali di partecipazione e comunicazione e dove (se possibile) si creano legami reali. Se le aziende non imparano a incanalare e osservare queste tendenze forse non saranno in grado di gestire gli imminenti cambiamenti del mondo del lavoro. Questo potrebbe non essere un bene né per i giovani lavoratori né tantomeno per le aziende.

Osserviamo una necessità di rivedere i valori lavorativi tradizionali e di creare ambienti di lavoro che promuovano l’equilibrio tra vita lavorativa e privata. Le aziende dovrebbero riconoscere e supportare questi cambiamenti, offrendo flessibilità, riducendo lo stress lavorativo e valorizzando la qualità della vita dei dipendenti. Questo approccio non solo migliorerà il benessere individuale ma anche la produttività e la soddisfazione sul lavoro, contribuendo a un ambiente lavorativo più sostenibile e umano​.

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