Altro che Natale. Stiamo entrando in una stagione di odio e intimidazione

Lorenza Morello

24/12/2025

Nonostante il Natale, cresce un clima in cui il dissenso diventa colpa e il pensiero critico una minaccia.

Altro che Natale. Stiamo entrando in una stagione di odio e intimidazione

Il Natale si avvicina ma il clima natalizio è remoto.

In ogni contesto, infatti, le parole si fanno più violente, le sfumature scompaiono, le appartenenze contano più degli argomenti. Ogni discussione si trasforma in scontro e ogni dissenso in sospetto.

Lo si vede anche dagli attacchisimbolici e materiali – alla (“libertà di”) stampa: redazioni prese di mira, giornalisti additati come bersagli, luoghi del confronto – o supposti tali – trasformati in spazi di intimidazione.

Non sono stonature marginali: ricordano, pur con tutte le differenze del caso, il clima torbido italiano del 1919-1922, quando alle parole si cominciò ad affiancare sistematicamente la violenza contro giornali, sedi di partito, sindacati, professionisti.

Allora furono le “spedizioni punitive” a scivolare nella normalità; oggi si tollerano con leggerezza forme di intimidazione che, in piccolo, riproducono lo stesso schema: colpire persone e luoghi simbolo al posto di discutere le idee che vi circolano. Scelta consapevole o coincidenza?

Chi scrive, alle coincidenze, ha smesso di credere da tempo.

E, ad ogni modo, al fondo di questa deriva c’è un fenomeno antico: quella che è stata definita come “allergia alla democrazia”. L’incapacità di sopportare che non esista una sola Verità, ma un pluralismo di punti di vista che devono avere diritto di parola anche quando disturbano.

Ogni ideologia totalizzante, di qualunque colore, si presenta così: non dice di agire per odio, dice di agire per difendere la Verità, per “purificare” il male, per tutelare i deboli. È precisamente in quel passaggio che il dissenso smette di essere legittimo e diventa colpa; e chi dissente smette di essere un interlocutore e diventa un nemico.

Oggi più che mai occorre guardarsi «da colui che non ha letto che un libro solo» [cit.]. Non è soltanto chi ha letto poco; è, soprattutto, chi ha deciso che esiste un solo testo vero, un solo schema, un solo racconto del mondo a cui tutto deve piegarsi.

L’uomo di un solo libro è pericoloso perché non ascolta più: interpreta ogni fatto come conferma del proprio dogma, ogni obiezione come offesa, ogni dubbio come tradimento. Non è disposto a correggere le proprie idee alla prova della realtà; pretende di correggere la realtà alla misura delle proprie idee.

Accanto a questo modello è cresciuta un’altra figura: l’“uomo-massa” sovraccarico di informazioni e povero di discernimento. Non possiede un solo libro, ne ha mille, ma passa dall’uno all’altro in superficie senza mai fermarsi, consuma notizie, commenti, dibattiti come fossero intrattenimento. Pretende di “sapere tutto”, ma raramente si prende il tempo di “capire” qualcosa. Vive permanentemente nell’agorà – ieri la piazza, oggi lo schermo – immerso in un rumore continuo che sostituisce il pensiero.

L’augurio per il 2026, allora, potrebbe essere questo: che possiamo essere meno creduli e più increduli, più critici e meno propensi ad accettare le Verità preconfezionate che ci vengono somministrate.

La credulità non è solo ingenuità: è una passione della mente. È il bisogno di credere a spiegazioni semplici, totali, rassicuranti, anche quando non stanno in piedi. È credere contemporaneamente a cose che si contraddicono, confidando che da qualche parte esista una Verità nascosta che le renda compatibili. È il terreno ideale per ogni fanatismo: politico, religioso, ideologico, perfino “scientifico”.

L’incredulità – infatti – non è il rifiuto di credere, è il rifiuto di credere a tutto. L’incredulo non è il cinico che non si fida di niente; è chi accetta di credere a una cosa per volta, dopo averla esaminata, e a una seconda solo se in qualche modo discende dalla prima. Procede in maniera miope, per passi, controlla i nessi, rinuncia alle scorciatoie delle “visioni del mondo” pronte all’uso. L’incredulo sa di poter sbagliare, e proprio per questo è disposto a correggersi.

L’incredulità non esclude la curiosità, la conforta.

Da questa differenza nasce il cuore del pensiero critico. Pensiero critico non significa demolire tutto, né vivere nel sospetto permanente. Significa, più semplicemente, distinguere i fatti dalle impressioni, i dati dalle narrazioni e riconoscere i limiti delle proprie idee prima ancora di quelli degli altri.

Per questo oggi è fondamentale insegnare e diffondere il pensiero critico: nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle professioni, nell’informazione. Non basta ridurre i tempi di esposizione agli schermi; occorre aumentare la capacità di giudizio su ciò che passa da quegli schermi.

Non basta invocare “più democrazia”; bisogna educare alla fatica di vivere in un mondo nel quale nessuno possiede la Verità, e tutti devono accettare il confronto con la verità degli altri.

Ecco il mio augurio per il 2026: un mondo in cui siamo capaci di mettere tutto in discussione. Il perché le cose sono come sono e il perché dovrebbero essere differenti.

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