Altro che dazi. Ecco il vero rischio per il mercato azionario

Tommaso Scarpellini

12/02/2025

Il pericolo dei dazi sta distraendo il pubblico borsistico da un elemento altrettanto pericoloso che potrebbe compromettere la crescita delle borse: i tassi d’interesse elevati.

Altro che dazi. Ecco il vero rischio per il mercato azionario

Negli ultimi mesi, il dibattito economico globale si è intensificato attorno all’impatto delle tariffe commerciali imposte dagli Stati Uniti su Canada, Messico e Cina. Tuttavia, mentre queste misure hanno senza dubbio conseguenze rilevanti sulle catene di approvvigionamento e sulla competitività internazionale, l’elemento che rappresenta una minaccia più strutturale e persistente per l’economia è l’andamento dei tassi d’interesse.

L’incremento dei rendimenti obbligazionari e l’aumento del costo del credito hanno implicazioni dirette su consumatori, imprese e governi, con effetti a lungo termine sulla crescita economica. E se il vero problema del momento fossero ancora i tassi invece che i dazi di Trump?

Tariffe commerciali: Canada, Messico, Cina e altre minacce

All’inizio di febbraio 2025, l’amministrazione statunitense ha annunciato l’imposizione di tariffe del 25% sulle importazioni da Canada e Messico, e del 10% su quelle provenienti dalla Cina. Queste misure sono state giustificate con la necessità di contrastare l’immigrazione illegale e il traffico di droghe, in particolare il fentanyl, che si ritiene entrino negli Stati Uniti attraverso questi paesi.

Dopo intense negoziazioni, gli Stati Uniti hanno concordato un posticipo di 30 giorni nell’implementazione delle nuove tariffe nei confronti di Canada e Messico. Questo rinvio ha consentito ai governi di lavorare su possibili accordi commerciali di compromesso, mirati a ridurre l’impatto economico negativo per entrambe le parti.

Per quanto riguarda la Cina, la questione è ancora più complessa. I nuovi dazi del 10% sulle importazioni cinesi mirano a ridurre la dipendenza statunitense dai prodotti asiatici, ma la risposta di Pechino potrebbe tradursi in un inasprimento delle condizioni di accesso ai mercati per le imprese americane, oltre a potenziali svalutazioni competitive dello yuan.

Il problema delle tariffe in Europa e il riequilibrio del surplus commerciale

L’Unione Europea si trova ad affrontare problematiche simili. Storicamente, l’Europa ha mantenuto un certo surplus commerciale verso gli stati uniti, che oggi è motivo di tensione crescente nelle relazioni fra queste due potenze economiche.

Una possibile soluzione per riequilibrare il disavanzo commerciale con gli Stati Uniti potrebbe essere un incremento degli acquisti di gas naturale liquefatto (LNG) e prodotti per la difesa. Attualmente, l’Europa dipende per il 40% dalle importazioni di LNG dagli Stati Uniti, un dato destinato ad aumentare in seguito alle politiche di diversificazione energetica post-conflitto russo-ucraino. Parallelamente, la spesa per la difesa dei paesi europei rimane inferiore rispetto agli impegni NATO, con il rapporto spesa/PIL che si attesta mediamente all’1,5%, ben al di sotto del target del 2%. Un maggiore acquisto di tecnologia militare e armamenti statunitensi potrebbe rappresentare una soluzione pragmatica per attenuare le pressioni commerciali.

Divergenze nelle politiche monetarie: BCE e FED

A gennaio 2025, la Banca Centrale Europea ha tagliato i tassi di interesse di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,75%. Questa decisione è stata presa per stimolare la crescita in un contesto di inflazione moderata e rallentamento economico. Al contrario, la Federal Reserve ha deciso di mantenere i tassi invariati, segnalando una postura più restrittiva rispetto alla BCE.

Questa divergenza ha avuto un impatto significativo sui rendimenti obbligazionari, con il Treasury decennale statunitense che ha superato il 4,5%, mentre il Bund tedesco a 10 anni è sceso sotto il 2,5%. Il conseguente allargamento dello spread tra i rendimenti dei titoli di Stato USA ed europei ha attirato capitali verso gli asset denominati in dollari, rafforzando la valuta statunitense e incrementando la pressione sulle economie emergenti indebitate in dollari.

Implicazioni dell’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato USA

L’incremento dei rendimenti dei titoli di Stato ha effetti rilevanti su diversi fronti. Nel comparto privato, il debito su carta di credito negli Stati Uniti è aumentato dell’8,6% nel 2024. Con tassi di interesse più alti, il costo del servizio del debito per le famiglie aumenta, erodendo il potere d’acquisto e potenzialmente comprimendo la spesa per beni durevoli e consumo discrezionale.

Nel settore immobiliare, il tasso di default sugli asset commerciali ha superato l’8%, riflettendo una crescente difficoltà nel rifinanziamento dei mutui a tassi più elevati.

Sul fronte pubblico, il deficit federale degli Stati Uniti ha superato $1,8 trilioni nel FY2024, con un rapporto deficit/PIL in forte crescita. L’aumento dei rendimenti obbligazionari sta rendendo sempre più oneroso il finanziamento del debito pubblico, con la spesa per interessi che nel FY2025 supererà $1 trilione. Questo scenario potrebbe portare a una revisione delle politiche fiscali, con un aumento della pressione fiscale o tagli alla spesa pubblica.

Impatto sui bilanci aziendali

L’incremento dei tassi di interesse impatta negativamente anche sulle aziende, in particolare quelle con un elevato leverage finanziario. Molte imprese hanno ancora in bilancio debiti contratti a tassi molto bassi, ma con il progressivo rinnovo delle linee di credito, il costo del capitale aumenterà sensibilmente. Questo fenomeno potrebbe portare a una revisione al ribasso delle aspettative sugli utili, con una conseguente pressione sulle valutazioni azionarie.

Nonostante questi rischi, alcuni elementi suggeriscono una maggiore resilienza dell’economia statunitense. Il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha indicato che il tasso neutrale potrebbe collocarsi tra il 2,6% e il 2,8%, segnalando che l’economia è in grado di sopportare livelli di tassi relativamente elevati senza entrare in recessione. Inoltre, gli investimenti in tecnologia e intelligenza artificiale continuano a sostenere la crescita, con le grandi aziende tecnologiche che prevedono di spendere oltre $300 miliardi nel 2025 per l’espansione delle infrastrutture digitali.

In sostanza, ci sono anche elementi positivi, che fanno sperare in un esito positivo, nonostante il peso delle tariffe e dei tassi ancora alti inizi a farsi sentire sull’economia globale.