È stato tra i critici più feroci dell’Italia ai tempi della crisi dei debiti sovrani dell’area euro. Responsabile della divisione dei debiti sovrani di S&P Global Ratings, a capo del team che finì con il bocciare nel 2012 il rating dei BTP, questo ex guardiano dello spread, così come è stato a volte definito, è tornato a far parlare di sé per il nuovo allarme che ha lanciato qualche giorno fa.
Nel mirino, stavolta, non l’Italia, ma un altro Paese dell’Eurozona.
Parliamo di Moritz Kraemer, oggi capo economista della divisione di ricerca della banca tedesca LBBW.
L’allarme dell’ex guardiano dello spread: come fa Parigi a essere ancora un Paese core?
L’allarme di Moritz Kraemer è stato lanciato in concomitanza con il nuovo fenomeno che ha interessato i titoli di stato francesi, i cui rendimenti hanno finito per superare, dopo essersi posizionati a livelli superiori a quelli dei rendimenti portoghesi, anche quelli dei Bonos spagnoli.
Tradotto: i trader hanno considerato la Francia più rischiosa della Spagna, oltre che del Portogallo.
“Non riesco a seguire il ragionamento secondo cui la Francia farebbe ancora parte dei Paesi ‘core’ – ha detto, interpellato da Bloomberg Kraemer, nel commentare quello che considera, e non è certo il solo, il grande problema dell’area euro –Non è così agli occhi dei mercati, non è così agli occhi delle agenzie di rating e neanche ai miei occhi”.
Per Kraemer, il dado è ormai tratto: a suo avviso, al momento in “una posizione ibrida”, Parigi è destinata ad entrare a far parte dei mercati dei titoli di stato dell’area euro considerati periferici, a fianco dunque dell’Italia.
Il motivo è chiaro: i mercati stanno punendo da un po’ i suoi titoli di stato OAT, e per motivi ben ovvi.
Il primo è sotto gli occhi di tutti: l’erosione dei conti pubblici della Francia, un tempo Paese considerato virtuoso, insieme alla Germania, oggi alle prese con livelli di debito e deficit tali da non essere riuscito a sfuggire alla procedura di deficit eccessivo avviata dall’Unione europea (come, d’altronde, l’Italia).
Per avere un’idea di come le finanze pubbliche francesi siano messe, basta citare l’outlook stilato dalla Commissione europea, che è di un rapporto debito-Pil, che nel 2023 è stato pari al 110,6%, in rialzo al 112,4% quest’anno e del 113,8% nel 2025, a meno che non si intervenga con urgenza e in linea soprattutto con la ricetta dell’Ue, in base al nuovo Patto di stabilità e crescita:
più che ricetta, un diktat, che impone che il debito imbocchi un trend al ribasso che lo porti a scendere dell’1% del Pil, ogni anno: qualcosa che implica pesanti sforbiciate, in primis, alla spesa pubblica.
Il secondo motivo è la situazione di caos politico che ha reso la Francia ingovernabile, in balìa di un governo, quello di Michel Barnier, che difficilmente riuscirà a promuovere le riforme di cui l’economia necessita, in primis quelle che dovrebbero traghettare il Paese verso un percorso di crescita sostenibile e di risanamento delle finanze pubbliche.
Altro che BTP, per rimettere in riga Parigi torneranno i bond vigilantes?
Altro che BTP, insomma: sono i titoli di stato OAT della Francia di Emmanuel Macron a fare paura agli investitori, dopo il periodo di calma apparente successivo all’esito delle elezioni anticipate, che si deve in realtà non tanto ai meriti di Parigi, quanto alle aspettative degli investitori su nuovi tagli dei tassi da parte della Bce di Christine Lagarde, che hanno reso più appetibili i bond sovrani dell’Eurozona.
È vero che la minaccia del populismo tanto temuta dai mercati non si è avverata: a Parigi, oggi non c’è nessun governo in mano ai populisti, né del Rassemblement National di Marine Le Pen né del Nuovo Fronte Popolare NFP, che vede in prima fila la sinistra radicale di Jean Luc-Melenchon .
Ma i mercati hanno comunque paura, e per una ragione ben precisa:
il governo che ha preso il potere in Francia, con la decisione finale di Macron di nominare primo ministro l’ex Commissario Ue Michel Barnier, è un governo di minoranza, appoggiato dai macronisti e dai repubblicani, dunque dai conservatori, sulla cui sopravvivenza nessuno è disposto a scommettere. Un governo dunque in bilico che, in quanto tale, difficilmente potrà adottare riforme strutturali e riportare sul sentiero giusto la traiettoria del debito pubblico.
È naturale che a farne le spese siano di conseguenza i diretti interessati, ovvero i titoli di stato francesi OAT che, così come nel caso dei BTP per l’Italia, dei Bund per la Germania e dei bond degli altri emittenti sovrani, sono specchio dell’affidabilità che gli investitori riconoscono a un paese: ben poca, nel caso della Francia.
E così, a temere per la Francia non è certo solo Moritz Kraemer. Paul Davis, responsabile dalla divisione di allocazione degli asset di RBC Brewin Dolphin, ha già riferito a Bloomberg di paventare un intervento dei cosiddetti bond vigilantes.
A tal proposito, vale la pena di ricordare che il termine “bond vigilantes” venne coniato negli anni ’80, per descrivere quegli investitori che protestarono contro i piani ambiziosi di spese che vennero lanciati all’epoca dalla Casa Bianca passando dalle parole ai fatti, ovvero smobilizzando i titoli di Stato americani, ovvero i Treasury.
“Si deve fare qualcosa per affrontare i rischi presenti in Francia”, ha continuato Danis, che ha detto chiaro e tondo di temere un nuovo allargamento dello spread OAT-Bund a 10 anni, proprio sulla scia di eventuali altri attacchi che potrebbero vedere come mittenti i bond vigilantes.
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Torna dunque in auge un interrogativo che in realtà è stato sempre attuale: Il terremoto politico finirà per mettere KO gli OAT? È stata questa la domanda che i mercati si erano posti agli inizi di luglio di quest’anno, in attesa del secondo turno delle elezioni anticipate che il presidente francese Emmanuel Macron aveva indetto a sorpresa, dopo l’esito deprimente del voto europeo.
Erano quelli i giorni in cui il timore di una Francia ingovernabile aveva portato lo spread Francia-Germania a raddoppiare il suo valore, schizzando nell’arco di poche settimane al record di 85 punti base, rispetto ai 48 punti base precedenti l’annuncio shock di Macron, per effetto dell’impennata dei rendimenti decennali, volati fino al 3,344%, rispetto al minimo dell’anno testato in precedenza, pari al 2,554%.
Lo scatto dei rendimenti e, di conseguenza, dello spread OAT-Bund a 10 anni era stato provocato dalla decisione degli investitori di cercare rifugio nei Bund tedeschi, prendendo le distanze dagli OAT (ma anche dai BTP italiani).
Il risultato era stato che i rendimenti degli OAT francesi avevano finito con il superare i rendimenti del Portogallo, ergo: per gli investitori i bond lusitani erano diventati più sicuri e affidabili della carta francese, a causa della preoccupazione che Parigi, contesa tra i populisti di sinistra e di destra, avrebbe smesso di risanare i propri conti pubblici, facendo orecchie da mercante di fronte a quelle soglie sul debito-Pil e sul deficit-Pil che, alla fine di aprile, erano tornate a dettare leggere in Eurozona con il nuovo Patto di Stabilità e di crescita.
Nelle settimane successive all’esito del voto francese, il panico esploso sui mercati dei titoli di stato francesi era riuscito finalmente a rientrare, almeno rispetto a quei giorni drammatici, in cui a scontare l’avversione al rischio esplosa sui mercati erano stati anche i BTP (con i rendimenti che avevano superato subito il 4%) e lo spread BTP-Bund, salito fino a oltre la soglia di 160 punti base, al massimo del 2024.
Il campanello di allarme è tornato a suonare tuttavia la scorsa settimana, ironia della sorte proprio dopo la presentazione del nuovo governo guidato da Michel Barnier, tallonato da partiti di opposizione che faranno di tutto per evitare che Parigi rimetta in sesto i propri conti pubblici, se questo vorrà dire – ed è inevitabile che sia così – tagliare la spesa pubblica a discapito dei cittadini.
“La fragilità politica della coalizione è evidente”, ha commentato subito un funzionario dell’Eurozona interpellato dalla Reuters.
Un altro funzionario ha parlato di “un vero dilemma” , visto che “mettere insieme un piano di taglio ai debiti che rispetti sia il nuovo patto (di stabilità e di crescita) e che sia al contempo accettabile da un punto di vista politico da un Parlamento francese ostile sarà estremamente difficile”.
La prova arriva dalle stesse notizie di cronaca: la scorsa settimana, Parigi è stata costretta a chiedere alla Commissione europea una ulteriore proroga per la presentazione del piano strutturale di bilancio, ovvero della road map che intende seguire per rimettere in riga i propri conti pubblici nel corso dei prossimi anni, in linea con i desiderata incisi nel nuovo Patto di stabilità e crescita UE. La richiesta è stata di poter presentare quel piano entro la fine di ottobre.
E se c’è una cosa che i mercati non tollerano è proprio il ritardo di un Paese dell’area euro nel conformarsi ai diktat di Bruxelles. E così i trader hanno fatto subito la loro scelta: meglio la Spagna, dopotutto, che la Francia. Meglio i Bonos che gli OAT.
È vero che nelle ultime sessioni i rendimenti degli OAT sono tornati a posizionarsi sotto di quelli dei Bonos: ma si tratta di un miglioramento decisamente trascurabile. Oggi i tassi francesi a 10 anni viaggiano al 2,95%, a fronte del 2,96% dei Bonos. Il testa a testa è evidente. La Francia non è sicuramente più un paese virtuoso.