Quando si parla di pensione, l’attenzione delle persone si concentra quasi sempre sull’importo dell’assegno mensile e molto meno sul meccanismo che porta a determinarlo. È un atteggiamento comprensibile, perché la cifra che arriva sul conto corrente ha un impatto immediato sulla vita quotidiana, mentre la crescita del capitale previdenziale resta qualcosa di astratto e lontano nel tempo.
Eppure il sistema pensionistico non si limita ad adeguare le pensioni già in pagamento, ma rivaluta ogni anno anche il montante contributivo, cioè la somma dei contributi accumulati durante tutta la carriera lavorativa. È questo capitale che, al momento del pensionamento, verrà trasformato in rendita e determinerà quanto si riceverà ogni mese.
Qui nasce una curiosa asimmetria di comportamento. All’inizio di ogni anno il pensionato medio attende di sapere di quanto aumenterà la propria pensione, mentre il lavoratore medio non si chiede quasi mai di quanto cresceranno i contributi che ha versato, anche se spesso si tratta di somme molto elevate. In pratica si guarda alla cedola futura senza preoccuparsi abbastanza del valore del capitale che la genera.
Nel percorso verso la pensione esistono 3 grandezze fondamentali che ogni lavoratore dovrebbe tenere sotto controllo. 2 di queste vengono aggiornate annualmente, mentre la terza è soggetta a revisione ogni 2 anni. Per gli adeguamenti più recenti, l’aumento definitivo delle pensioni per il 2025 è stato pari a 0,8%, mentre per il 2026 è stato indicato in via provvisoria un incremento del 1,4%, con le consuete differenziazioni in base all’importo dell’assegno.
Molto rilevante è anche il dato relativo al montante contributivo. Sul valore accumulato al 31.12.2024 è stato applicato un coefficiente di capitalizzazione del 4,04%, il che significa che nel 2025 i contributi versati hanno ottenuto un rendimento lordo vicino al 4%. Un rendimento che, per costruzione del sistema, non può diventare negativo, perché in caso di andamenti sfavorevoli l’indice non scende sotto lo zero.
Se si guarda a questo risultato con gli occhi dell’investitore, non è affatto trascurabile. In diversi casi è stato superiore a quello offerto da titoli di Stato, buoni fruttiferi e conti di deposito. Nonostante questo, la reazione generale resta tiepida, perché per molti la pensione è percepita come un traguardo lontano, collocato in genere tra i 64 e i 71 anni, a seconda della storia contributiva e dell’età anagrafica. Più lontano sembra il momento in cui quei soldi torneranno indietro, meno ci si interessa a come stanno crescendo oggi.
Eppure l’effetto della rivalutazione è tutt’altro che marginale. Se alla fine del 2024 il proprio montante fosse stato pari a 500000 euro, con una rivalutazione del 4% circa ci si ritroverebbe l’anno dopo con oltre 20000 euro in più. Questo significa che la pensione futura verrebbe calcolata su circa 520000 euro e non su 500000, con un impatto permanente sull’importo dell’assegno.
Osservando l’andamento storico della rivalutazione del montante contributivo dal 1963 a oggi, emerge chiaramente come i lunghi periodi di crescita economica debole e di bassa inflazione abbiano prodotto molti anni di stagnazione. Il meccanismo di calcolo, basato sulla media a 5 anni del Pil nominale, riflette direttamente la salute dell’economia del Paese.
Negli ultimi 3 anni, però, la dinamica è stata più favorevole, con una progressione che ha visto valori intorno al 2,3%, poi al 3,6% e infine vicino al 4%. Questo aumento contribuisce ad ampliare la base su cui, al momento del pensionamento, verrà applicato il coefficiente di trasformazione in rendita, cioè il parametro che converte il capitale accumulato in pensione annua.
Lo stesso principio si osserva guardando a quanto valgono oggi contributi versati molti anni fa. Ad esempio, 1000 euro versati nel 1996 risultano oggi più che raddoppiati, non solo preservando il potere d’acquisto, ma offrendo anche un rendimento reale positivo rispetto all’inflazione. Il motivo è ancora una volta legato alla formula di rivalutazione, che tende a mantenersi sopra l’aumento dei prezzi grazie al legame con la crescita economica complessiva.
Per questo motivo, la vera variabile strategica per il futuro delle pensioni non è solo la gestione del sistema previdenziale, ma anche la capacità del Paese di crescere in modo stabile. Una crescita più solida permetterebbe di aumentare il benessere dei futuri pensionati senza gravare ulteriormente sui conti pubblici.
Nel frattempo, vale la pena prendere atto che il rendimento riconosciuto sui contributi nel 2025 è stato particolarmente favorevole e, in diversi casi, superiore a quello ottenibile su molte forme di investimento finanziario, comprese obbligazioni corporate, titoli emergenti e perfino asset molto più volatili.