Affitti, dal 2019 cresciuti 5 volte più degli stipendi. A Milano si mangiano il 73% del reddito

Laura Pellegrini

8 Giugno 2026 - 15:10

Tra il 2019 e il 2025 gli stipendi in Italia sono aumentati tra il 7% e il 15%, mentre il costo degli affitti è cresciuto fino al 50% in alcune città italiane.

Affitti, dal 2019 cresciuti 5 volte più degli stipendi. A Milano si mangiano il 73% del reddito

Gli affitti continuano a crescere a doppia cifra, mentre gli stipendi dei lavoratori aumentano molto più lentamente. Il legame tra il costo della vita e la capacità di spesa dei cittadini si è progressivamente spezzato, lasciando lavoratori e famiglie in una condizione di vulnerabilità finanziaria.

I dati emersi dall’ultimo rapporto della Confederazione Nazionale dell’Artigianato (CNA), elaborati incrociando le rilevazioni dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI) dell’Agenzia delle Entrate e l’andamento delle retribuzioni nette, descrivono uno scenario allarmante. Tra il 2019 e il 2025, i canoni di locazione nei principali capoluoghi italiani sono cresciuti a una velocità fino a cinque volte superiore rispetto all’incremento dei salari.

Milano e Firenze sono le città che registrano gli aumenti più significativi (+49% rispetto al 2019). Ciò significa che per affittare un appartamento di 70 metri quadri oggi servono oltre 1.800 euro al mese nel capoluogo lombardo e 1.340 a Firenze.

Gli affitti crescono 5 volte più dei salari: l’allarme del CNA

Lo studio condotto dalla CNA mette in evidenza l’asimmetria registrata negli ultimi sei anni tra le buste paga degli italiani e l’andamento dei prezzi del mercato immobiliare. Se da un lato i salari netti medi in Italia hanno vissuto una stagnazione quasi totale, segnando incrementi complessivi che oscillano timidamente tra il 7% e il 15%; dall’altro il costo degli affitti ha subito un’impennata verticale, con aumenti vicini al 50% in diverse città.

In un contesto macroeconomico europeo in cui le retribuzioni hanno provato a rincorrere l’inflazione, l’Italia si conferma fanalino di coda, con contratti collettivi spesso scaduti o rinnovati con percentuali insufficienti a coprire i rincari dei beni essenziali, prima tra tutti la casa.

Il mercato delle locazioni, al contrario, ha beneficiato della spinta della forte domanda nei grandi poli urbani, della proliferazione degli affitti brevi a uso turistico e di una cronica carenza di offerta sul canale residenziale tradizionale.

Il risultato economico è immediato: quote sempre più massicce del reddito da lavoro vengono destinate unicamente a coprire i costi fissi dell’alloggio, comprimendo i consumi, azzerando la capacità di risparmio e penalizzando la propensione agli investimenti futuri dei singoli nuclei familiari.

Milano e Firenze sono le città italiane più care per gli affitti

A Milano, secondo i parametri CNA, il canone di locazione medio per un appartamento standard arriva a mangiare il 73% dello stipendio netto mensile di un lavoratore. Si tratta di una cifra ben oltre la soglia del 30%, limite indicato dai consulenti finanziari e dalle istituzioni per definire una situazione abitativa sostenibile ed economicamente sana.

L’incremento registrato a Milano dal 2019 al 2025 tocca il 49%, costringendo gli inquilini a sborsare cifre che superano stabilmente i 1.800 euro mensili per un’abitazione di medie dimensioni.

Una situazione analoga si riscontra a Firenze, dove l’aumento del 49% ha portato i canoni a una media di 1.340 euro, arrivando ad assorbire il 62% del reddito disponibile.

Il fenomeno non risparmia gli altri grandi centri nevralgici dello studio e della produzione nazionale: a Bologna, Roma, Venezia, Padova, Verona e Pisa la spesa per la locazione supera sistematicamente la metà dello stipendio medio percepito dai residenti. Persino in realtà storicamente più accessibili, come Treviso, la CNA segnala un aumento dei canoni del 25% a fronte di un +10% dei salari nel medesimo lasso di tempo.

Le conseguenze e i rischi del caro affitti in Italia

Quando l’affitto di un appartamento assorbe una quota così elevata dello stipendio dei lavoratori, si innescano una serie di reazioni a catena:

  • aumenta il rischio di sfratto dei giovani e dei lavoratori essenziali (infermieri, insegnanti, impiegati pubblici e giovani professionisti) che non possono più permettersi di risiedere nelle città dove prestano servizio;
  • contrazione dei consumi interni, cioè la netta riduzione del reddito disponibile residuo che si traduce in una contrazione della spesa in altri settori chiave, quali la cultura, la ristorazione, il tempo libero, i servizi sanitari privati e la previdenza complementare;
  • calo demografico, in quanto l’impossibilità di pianificare una spesa abitativa stabile sul lungo periodo rappresenta uno dei principali freni alla creazione di nuovi nuclei familiari.

Senza un intervento strutturale di edilizia residenziale pubblica, una seria regolamentazione delle locazioni brevi e una decisa politica di rilancio dei salari, le principali città italiane rischiano di trasformarsi in distretti esclusivi di turisti e ceti ad altissimo reddito.

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