Una sola parola rischia di cambiare tutta la divisione ereditaria se parte del testamento è incomprensibile. Ecco cos’è successo.
Chi lascia un testamento lo fa proprio per dividere l’eredità secondo le proprie volontà, l’ultima cosa che vorrebbe per gli eredi è una lunga causa civile, eppure non è facile evitarla. Anche una sola parola incomprensibile può compromettere tutto, perché ogni dubbio sulla divisione ereditaria diversa da quella prevista dalla legge deve essere sciolto per poter proseguire. Lo abbiamo visto nella recente vicenda di Forlì, in cui un caro amico del defunto si è visto negare buona parte dei lasciti.
Un’eredità che forse gli spettava, ma non è stato possibile comprovarlo. Nelle disposizioni testamentarie l’uso di un termine desueto e apparentemente estraneo al contesto ha portato i giudici a escludere parecchi beni dall’eredità dell’uomo, andati così ai fratelli del defunto, con cui non c’erano nemmeno rapporti. Un caso che il tribunale ha gestito con delicatezza e un attento sforzo interpretativo, ma che ricorda la necessità di chiarezza nei testamenti.
Stile e forma del linguaggio, l’uso di un termine piuttosto che un altro, la correttezza grammaticale e ortografica non sono importanti. Ogni testatore scrive come sa e preferisce, purché elimini ogni dubbio sulle proprie volontà. Ecco cos’è successo.
Niente eredità per una “parola incomprensibile”
A Forlì si è appena conclusa una vicenda ereditaria che sembrava interminabile. La corte d’Appello bolognese si è infatti pronunciata sul testamento olografo di un agricoltore di 80 anni deceduto nel 2015. Il signore ha lasciato le disposizioni proprio qualche mese prima di morire, immaginiamo con il desiderio di mostrare affetto e riconoscenza al caro amico che gli era sempre stato affianco. I primi passaggi del testamento sono infatti dedicati all’amico, cui vengono lasciati una casetta con il terreno circostante e il cane (probabilmente più per garantire all’amico a quattro zampe una persona di fiducia che se ne prendesse cura).
Questi lasciti erano tuttavia sottoposti a una condizione, un piccolo vincolo che fa sciogliere il cuore: l’amico doveva ricordarsi di portare i fiori sulla tomba della moglie del defunto, che lo aveva lasciato tempo prima. Usando un linguaggio semplice ma chiaro, l’uomo ha così indicato nello specifico alcuni beni affinché andassero all’amico. A un certo punto, però, arriva una frase che ha richiesto il lavoro interpretativo di due fasi di giudizio: “Dopo la mia morte tutte le mie roffie vanno al mio amico”.
Era infatti importante definire il termine “roffie”, per capire con sicurezza se l’uomo volesse nominare l’amico erede universale di tutti i suoi beni oppure lasciargli altro di specifico. Bisogna ricordare che la legge prevede una serie di persone chiamate all’eredità, seguendo i gradi di parentela, indipendentemente dai rapporti interpersonali. I parenti più prossimi del defunto sono due fratelli, ai quali spettava l’intera eredità, fatta salva una diversa previsione del testatore. In questi casi, però, è sempre necessario riuscire a comprendere le volontà del defunto con la maggiore sicurezza possibile, non lasciando spazio a criteri poco oggettivi.
Un innocuo grave errore
Il termine “roffie”, nello specifico, è una parola desueta che indica la spuntatura di pelli conciate e quindi, in senso figurato, gli scarti. Nessuno ha inoltre provato al tribunale che questa parola avesse un significato proprio differente nel dialetto parlato dall’uomo, perciò si è concluso per l’interpretazione di roffie come “cose di scarso valore”. Il problema è che la parte restante del patrimonio ereditario non è sembrata adeguata a questa definizione: più di 106mila euro in banca, un fabbricato con terreni a Sant’Agata Feltria e così via.
Per questo motivo la corte d’Appello civile di Bologna ha concluso che il defunto volesse attribuire all’amico soltanto una parte dei beni, cioè quelli indicati espressamente nel testamento, i suppellettili della piccola abitazione e tutto quanto non particolarmente rilevante. I beni più sostanziosi, invece, sono andati ai fratelli. Il tribunale ha eseguito così un lavoro minuzioso e il più possibile rispettoso delle disposizioni testamentarie, cercando di ricostruire l’intento del defunto basandosi sulle prove oggettive a disposizione.
Può comunque restare la suggestione che il defunto intendesse lasciare tutto all’amico del cuore, non avendo rapporti da tempo con i fratelli, magari descrivendo davvero i propri beni con modestia e quell’ironia saggia della sua generazione. Sarà comunque bene prendere spunto da questa vicenda e ricordarsi di scrivere il testamento, al netto di ogni successiva accortezza, con un’interpretazione letterale che eviti equivoci.
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