Con i negoziati in fase avanzata, l’accordo di libero scambio UE-Emirati apre scenari inediti per le imprese italiane: ecco i settori e le strategie per cogliere l’opportunità.
Mentre il fronte americano tiene le imprese italiane con il fiato sospeso tra una minaccia tariffaria e l’altra, dall’altra parte del globo si costruisce qualcosa di diverso. Il negoziato per un accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Emirati Arabi Uniti, avviato ufficialmente a maggio 2025, è entrato nella fase decisiva. E per l’Italia, che di questo processo è stata protagonista e motore istituzionale fin dall’inizio, le ricadute potrebbero essere straordinarie.
I numeri parlano da soli e la direzione politica è definita. Quello che manca ancora è la firma. Ma il percorso, come ha riconosciuto il presidente Mattarella in visita agli Emirati a gennaio 2026, è ormai inarrestabile.
Come ci siamo arrivati: l’Italia precursore in Europa
La storia di questo negoziato comincia, in realtà, ben prima dell’avvio formale. È stata l’Italia a spingere con maggiore determinazione per aprire questo canale diplomatico-commerciale. Come ha dichiarato l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi Lorenzo Fanara, il nostro Paese è stato il primo in Europa a chiedere alla Commissione europea di avviare negoziati per un accordo di libero scambio con gli Emirati Arabi Uniti.
Una rivendicazione confermata dallo stesso Mattarella nel corso della sua visita di Stato: “L’Italia è stato il Paese che di più ha proposto, insistito e premuto affinché si giungesse ad una collaborazione organizzata in maniera sistemica tra l’Unione europea e gli Emirati”.
L’avvio formale è arrivato a maggio 2025, quando il commissario europeo per il commercio Maros Šefčovič e il ministro emiratino Thani bin Ahmed Al Zeyoudi si sono incontrati a Dubai concordando una tabella di marcia. I negoziati si concentrano su riduzione delle tariffe su beni e servizi, facilitazione del commercio digitale e dei flussi di investimento, e accesso ai mercati in settori strategici: energie rinnovabili, idrogeno verde, materie prime critiche, intelligenza artificiale, fintech, tecnologie spaziali, sanità avanzata, logistica.
Ad aprile 2026, dopo quattro round di colloqui, Fanara ha dichiarato con ottimismo che l’accordo potrebbe essere concluso presto. Si tratta del primo potenziale accordo commerciale bilaterale dell’UE nella regione del Golfo, un primato non soltanto simbolico.
Un asse già solido: i numeri del rapporto Italia-EAU
Prima ancora di parlare di accordo formale, vale la pena capire quanto sia già strutturato il rapporto commerciale tra Italia ed Emirati Arabi Uniti. I dati tracciano una traiettoria quasi ininterrotta di crescita.
L’export italiano verso gli EAU ha sfiorato gli 8 miliardi di euro nel 2024, con un incremento del 19% rispetto all’anno precedente. Nei primi otto mesi del 2025 aveva già raggiunto 5,8 miliardi, e SACE prevede che a fine anno si sia toccata la soglia dei 9 miliardi, confermandosi come il record storico dell’asse bilaterale. Nel computo dei soli beni diretti a Dubai, vale il 46% del totale dell’export italiano nell’intera area del Golfo.
Già oggi sono oltre 350 le aziende italiane attive negli Emirati, per un fatturato complessivo che si aggira sui 5,8 miliardi di euro e oltre 8.000 addetti. Lo stock di investimenti diretti italiani supera gli 11,5 miliardi, concentrati in energia, costruzioni e trasporti. Alla Camera di Commercio di Dubai risultano iscritte circa 3.000 aziende italiane, la metà di quelle che esportano nell’emirato.
Le esportazioni italiane verso gli EAU crescono a pieno ritmo da anni (oltre il 50% nell’ultimo decennio) con una composizione settoriale sempre più diversificata. I principali comparti sono:
- gioielleria e oreficeria (primo settore per volumi)
- macchinari (19% del totale)
- beni di lusso come pelletteria e arredamento, tessile e abbigliamento (11%)
- apparecchi elettrici (8%)
- chimica-farmaceutica (8%)
- mezzi di trasporto (7%)
- agroalimentare (4%)
Sullo sfondo, un accordo storico: nel febbraio 2025 Italia e Emirati avevano già siglato oltre 40 accordi bilaterali per un valore complessivo di 40 miliardi di dollari, nel corso della visita di Stato dello sceicco Mohamed a Roma. Un segnale politico dal peso specifico enorme.
Perché gli Emirati sono un mercato diverso
Non si può capire l’entità di questa opportunità senza comprendere cosa rende gli EAU un mercato strutturalmente diverso da altri.
Il PIL reale del Paese è cresciuto del 3,8% nel 2024, con previsioni di accelerazione nel biennio 2025-2026. Ma il dato più rilevante non è la crescita in sé, ma la direzione strategica. Abu Dhabi e Dubai stanno perseguendo con risorse e determinazione la diversificazione economica dalla rendita petrolifera. Visione 2030 e D33 (l’agenda decennale di Dubai) puntano su infrastrutture, innovazione, manifattura avanzata, turismo premium, finanza e tecnologia. Per realizzare questi obiettivi, gli Emirati comprano all’estero quello che non producono internamente.
E proprio qui risiede l’opportunità strutturale per le imprese italiane: la produzione domestica emiratina nei settori di eccellenza italiana è quasi inesistente. Nel comparto dei mobili vale lo 0,2% del valore aggiunto locale, nell’agroalimentare lo 0,9%. La dipendenza dall’import è strutturale e non diminuirà, anzi crescerà man mano che il tenore di vita della popolazione aumenta e che i grandi progetti infrastrutturali prendono forma.
In parallelo, gli EAU sono uno dei Paesi con la più alta concentrazione di zone economiche speciali al mondo: circa 40, con agevolazioni fiscali, governance semplificata e incentivi mirati per manifattura, alimentare, tecnologie agricole, metallurgia, chimica, macchinari ad alto valore aggiunto. Un ecosistema pensato per attrarre esattamente il tipo di aziende che il Made in Italy sa esprimere.
Le filiere con più opportunità: settore per settore
- Meccanica strumentale e industria
È già il primo settore di export italiano in mercati vicini come il Qatar (43% del totale). Negli EAU, la domanda è alimentata dai grandi progetti infrastrutturali — il mercato delle costruzioni vale circa 90 miliardi di dollari e cresce del 4% annuo fino al 2028 — e dalla crescita dell’industria oil & gas, che richiede macchinari avanzati per l’estrazione, il trattamento e la raffinazione. Previste 34.000 nuove unità abitative nei prossimi anni, per un investimento complessivo di 8,7 miliardi di dollari. Le PMI italiane della meccanica, spesso terziste per i grandi gruppi, hanno margine per entrare direttamente in questa filiera. - Lusso, moda e gioielleria
Il mercato del lusso negli EAU vale oltre 10 miliardi di dollari l’anno, con un tasso di crescita annua del 10%. Dubai è uno dei più grandi hub mondiali del retail di lusso, con un mix di clientela locale ad alto reddito, turismo internazionale di fascia alta e riesportazione verso i mercati asiatici. Il segmento gioielleria è già il primo per volumi nell’export italiano verso l’area. Il lusso italiano - dalla moda all’arredamento, dalla pelletteria alla cosmesi - ha in questo ecosistema una posizione naturale che un accordo di libero scambio rafforzerebbe ulteriormente, abbattendo le ultime barriere tariffarie residue. - Agroalimentare
È forse il comparto con il potenziale di crescita più significativo nel medio termine. Gli EAU importano la quasi totalità di ciò che consumano, perché il territorio non consente una produzione alimentare interna significativa. L’export agroalimentare italiano verso gli Emirati cresce del 6-15% annuo a seconda dei sottosegmenti, con lattiero-caseari, prodotti da forno, conserve, aceti, bevande e speciality food in forte espansione. La domanda premium è trainata da una popolazione multiculturale benestante e da un turismo sofisticato. Prodotti come pasta, olio, formaggi e salumi di qualità trovano una clientela fedele e in crescita. La peculiarità degli EAU è anche un’opportunità indiretta: il governo sta investendo nella food security locale, costruendo impianti di trasformazione e sistemi di produzione indoor. Per i produttori italiani di macchine per l’industria alimentare, questo significa una domanda duale con prodotti finiti e tecnologia per produrli. - Energia e sostenibilità
Gli EAU investiranno oltre 160 miliardi di dollari entro il 2050 per la transizione energetica. Il solare, l’eolico, la gestione idrica, le tecnologie di desalinizzazione e l’idrogeno verde sono settori in cui l’Italia vanta competenze industriali rilevanti e spesso sottoutilizzate sui mercati esteri. Il progetto NEOM e le infrastrutture di Abu Dhabi creano una domanda che le aziende italiane della cleantech possono intercettare con strumenti adeguati. - Farmaceutica e medicale
Il Ministero della Salute degli EAU investe con politiche proattive di welfare sanitario. L’Italia è già presente con macchinari e strumenti medico-chirurgici, e ha registrato una crescita del 10% nel biennio più recente. Un accordo di libero scambio abbasserebbe ulteriormente le barriere all’ingresso per i dispositivi medici e i prodotti farmaceutici, un segmento in cui il Made in Italy ha una reputazione di affidabilità consolidata.
L’accordo FTA: cosa cambia in concreto per le imprese
Oggi, in assenza di un accordo formale, le imprese italiane che esportano negli EAU devono navigare un sistema di tariffe che varia significativamente per categoria merceologica. Gli Emirati applicano un’aliquota doganale standard del 5% sulla maggior parte dei beni, ma con eccezioni e variazioni che richiedono una gestione attenta.
Un accordo di libero scambio UE-EAU, nella sua forma più completa, porterebbe a:
- Eliminazione o riduzione progressiva dei dazi su beni industriali, manifatturieri e agroalimentari, aumentando la competitività di prezzo dei prodotti italiani rispetto a concorrenti cinesi, indiani e turchi che già oggi operano con accordi bilaterali preferenziali.
- Semplificazione doganale e certificazioni con meno burocrazia per l’accesso al mercato, procedure armonizzate, riconoscimento delle certificazioni europee: un vantaggio enorme per le PMI che oggi spesso rinunciano al mercato emiratino proprio per i costi di compliance.
- Apertura degli appalti pubblici con accesso preferenziale ai grandi contratti infrastrutturali finanziati dallo Stato emiratino, dove oggi le aziende europee competono in condizioni di svantaggio rispetto ad altri partner.
- Tutela delle indicazioni geografiche con più protezione per i prodotti DOP e IGP italiani, che oggi subiscono la concorrenza di imitazioni e prodotti con nomi simili che erodono la percezione del brand.
- Mobilità professionale e facilitazione per i professionisti italiani che vogliono operare negli EAU: un aspetto rilevante per studi di progettazione, architettura, ingegneria e consulenza.
Come prepararsi: la strategia per entrare nel mercato emiratino
L’opportunità è concreta ma richiede un approccio strutturato. Le imprese che si presentano agli Emirati con una strategia improvvisata raramente ottengono risultati duraturi.
- Il primo elemento da chiarire è la forma di ingresso. Gli EAU offrono due modalità principali: operare nel Mainland, il mercato emiratino nel suo complesso, oppure stabilirsi in una delle Free Zone, come JAFZA (Jebel Ali Free Zone) o DMCC (Dubai Multi Commodities Centre). La scelta ha implicazioni legali, fiscali e operative molto diverse. Le Free Zone offrono esenzione fiscale e proprietà straniera al 100%, ma limitano i rapporti commerciali diretti con il mercato locale. Il Mainland richiede una società locale o un agente autorizzato, ma apre l’accesso a tutto il mercato emiratino e ai grandi appalti pubblici.
- Il secondo fattore è la rete locale. Il mercato emiratino funziona su relazioni di lungo termine e fiducia reciproca. Avere un partner o un agente locale competente e ben inserito non è solo utile, è spesso indispensabile per entrare nelle catene di fornitura dei grandi player locali o per accedere ai canali retail premium.
- Il terzo elemento è il supporto istituzionale. L’Italia ha già una rete strutturata sul campo: l’Ambasciata ad Abu Dhabi, il Consolato a Dubai, l’ufficio ICE di Dubai, la Camera di Commercio Italiana negli Emirati (IICUAE). SACE ha già allo studio, per il 2026, nuovi progetti negli EAU per un valore di 2 miliardi di euro, e offre garanzie e strumenti di credito per le imprese che vogliono crescere in questo mercato. Simest copre i costi di internazionalizzazione con finanziamenti agevolati.
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