Aborto farmacologico, si torna indietro: l’Umbria obbliga al ricovero

Con una delibera regionale l’Umbria elimina la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico a casa. Al contrario servono 3 giorni di ricovero ospedaliero. Ru486 negata.

L’aborto farmacologico in day hospital non sarà più possibile in Umbria. Questo perché la presidente di Regione Donatella Tesei, con l’appoggio della Destra, ha cambiato le regole vigenti sull’interruzione di gravidanza tramite Ru486.

Si torna alla vecchia procedura: d’ora in poi le donne umbre che vorranno o dovranno ricorrere all’aborto farmacologico saranno obbligate a 3 giorni di ricovero in ospedale, a scapito del diritto alla privacy e con il rischio di congestionare gli ospedali.

Una decisione incomprensibile, specie al tempo del coronavirus, dato che la Società italiana di ginecologia e ostetricia chiede da mesi alle strutture sanitarie di favorire - ove possibile - l’interruzione della gravidanza in day hospital così da ridurre l’affluenza in corsia.

Dietro la decisione della Tesei (esponente della Lega), la proposta dell’assessore alla Sanità Luca Coletto e l’appoggio del senatore Pillon, sostenitore e organizzatore del Family day.

“Si tratta di un atto grave che renderà ancor più difficile la vita delle donne, la loro libertà, la loro autodeterminazione, attraverso la privazione del diritto a scegliere il metodo meno invasivo di interrompere una gravidanza.”

Così replica la Sinistra all’opposizione. Una decisione che complica volontariamente la procedura abortiva dietro la maschera “della tutela della salute delle donne”.

Addio aborto farmacologico a casa: cosa è successo in Umbria

Dall’11 giugno 2020 in tutto il territorio dell’Umbria le donne che ricorreranno alla pillola abortiva (la RU486 arrivata in Italia nel 2009) saranno obbligate al ricovero ospedaliero per 3 giorni. Così la Giunta Tesei cancella il provvedimento adottato nel 2018 quando al governo della regione c’era il PD.

A giustificare il ritorno al ricovero obbligatorio la possibilità di

“intervenire con immediatezza qualora le purtroppo non infrequenti complicazioni mettano in pericolo la salute della donna.”

La decisione ha scatenato immediatamente critiche e polemiche: opposizioni, movimenti femministi e diverse associazioni di Ginecologici ritengono che il ricovero non sia necessario e che il vero intento della delibera sia complicare la procedura abortiva e quindi scoraggiare le donne ad interrompere la gravidanza.

Aborto farmacologico, perché l’Italia è così indietro

La legislazione italiana ha disciplinato l’aborto farmacologico nel 2009 prevedendo in via generale che le donne dopo l’assunzione del farmaco abortivo debbano essere ricoverate per 3 giorni. La stessa legge prevede che ogni Regione, in virtù dell’autonomia di cui gode, possa stabilire delle procedure più idonee, ad esempio introducendo il day hospital e poi la somministrazione a domicilio.

Tuttavia molte Regioni hanno “dimenticato” la questione non intervenendo sulla normativa nazionale. Il risultato è che l’Italia è tra i Paesi europei dove l’aborto farmacologico - più rapido e meno invasivo di quello chirurgico - è meno praticato. Secondo gli ultimi dati, la pillola abortiva nel nostro Paese è utilizzata solo nel 17,8% dei casi (in Francia nel 66%).

Un dato poco rassicurante che rende più complesso eseguire l’aborto ed obbliga le donne a sottoporsi a procedure lunghe, dolorose e con ricovero obbligatorio, violando il diritto alla riservatezza.

Argomenti:

Legge

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