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di Glauco Maggi

Tutti gli uomini del Presidente Biden

Glauco Maggi

22 dicembre 2020

Tutti gli uomini del Presidente Biden

Joe Biden, presidente eletto, sta formando la sua squadra di governo con una serie di nomine, dopo quella di Janet Yellen al Tesoro che ho commentato nel precedente articolo, ispirate ad un principio ovvio: far emergere dai nomi “diversi” del gabinetto in divenire il mosaico della coalizione di votanti che lo ha fatto vincere.

La politica della “identità” era stata il capolavoro di Barack Obama, quando divenne il primo presidente nero, anche se solo per parte del padre africano. Hillary Clinton aveva poi trasformato questo approccio in autogol, perdendosi per strada neri, ispanici, giovani e donne e convertendo invece milioni di operai e contadini ex obamiani, bollati come “deplorables”, in neo-trumpiani “Maga” (Make America Great Again).

Biden, che si è imposto in realtà coagulando 81 milioni di elettori attorno allo slogan “io non sono Trump, quello che voi detestate”, è convinto di dovere la sua vittoria a una coalizione di etnie, razze, generi, inclinazioni sessuali, gruppi di pressione come gli ambientalisti, categorie sindacali come i maestri, professionali come gli avvocati.

La squadra di Biden all’insegna della “diversity”

Pensando che il modo migliore per ringraziare i suoi elettori, e tenerseli stretti a beneficio di future battaglie, sia quello di cooptare nella nomenclatura di potere una selezione di rappresentanti fisicamente riconoscibili delle varie lobby, il neo presidente non ha perso tempo. Le prime indicazioni dei personaggi che comporranno l’amministrazione Democratica assicurano già una galleria della “diversity” sociale americana senza precedenti.

Se la Yellen è la prima donna a guidare l’economia, il generale in pensione afro-americano Lloyd Austin sarà il primo nero a capo del ministero della Difesa. Katherine Tai, figlia di cinesi immigrati da Taiwan, sarà la prima donna a guidare il ministero del commercio estero. L’ispanico Xavier Becerra diventerà il primo segretario del ministero della salute di famiglia messicana. L’ex sindaco di una piccola città dell’Indiana, Pete Buttigieg, è stato scelto quale ministro dei trasporti, in rappresentanza degli omosessuali e pure dei giovani, con i suoi 38 anni in un gabinetto di quasi tutti vecchi o vecchissimi. Alejandro Nicholas Mayorkas, nato a Cuba da papà imprenditore ebreo e da mamma rumena, è il titolare in pectore del ministero della Homeland Security.

Marcia Louise Fudge, afro-americana, deputata democratica dell’Ohio, avrà il portafoglio per “la Casa e lo Sviluppo Urbano”. Il posto di ambasciatore USA alle Nazioni Unite è stato promesso a un’altra donna afro-americana, Linda Thomas-Greenfield. Ma la perla più brillante nella collana del mix bideniano è la prima nativa americana a diventare ministro: Deb Haaland, membro della tribù del Laguna Pueblo, avrà il dicastero dell’Interno (Secretary of Interior, che negli Stati Uniti è il ministero che si occupa dell’amministrazione del territorio fisico, fiumi, laghi, parchi e riserve, non dell’ordine pubblico com’è in Italia). La Haaland non vive in una tenda, ma è stata per anni capo del Partito Democratico in New Mexico, e attualmente è una deputata a Washington per lo Stato del Sud-West.

Il multiculturalismo di facciata

Il quadro del governo non è ancora completato, ma avete un’idea. La stampa americana, e quella internazionale, riportano con ammirazione la appariscente composizione di razze, etnie, e altre colorazioni individuali. Enfatizzano le curiosità storiche (“è la prima volta che…”) come se questo non fosse un processo ininterrotto nella società americana: Condi Rice era stata la prima donna, nera, a diventare segretario di Stato sotto un presidente repubblicano (George Bush), ma allora i giornali del politicamente corretto sminuirono la novità, sostenendo che “non era davvero nera”, perché l’essere una conservatrice la “squalificava” in quanto diversa.

Ciò che, in verità, accomuna oggi la nascente amministrazione del cattolico di origini irlandesi Joe Biden è l’appartenenza ad una sola “classe” sociale, quella dei politici di professione di un partito elitario. La maggioranza ha diplomi delle migliori università, Stanford, Harvard eccetera, e se ha un passato professionale è quello legale, l’anticamera della carriera nell’accademia e nei gangli della politica. Niente di male, di per sé. Le élites sono le fondamenta del Palazzo con la P maiuscola. Quello che Trump ha combattuto per tutto il suo mandato e che ha saputo poi espellerlo con tutti suoi seguaci.

Questo multiculturalismo di Biden, però, è di facciata, da esposizione per i media simpatetici. E’ una aggregazione, anzi, che si presta alle gelosie interne dei vari gruppi lobbistici. Quelli che si sentono trattati peggio degli altri, per esempio gli ispanici che sono il doppio dei neri quanto a percentuale della popolazione, stanno pressando Joe perché nomini uno di loro a ministro dell’educazione. Miguel Cardona è il nome che gira. Ma placherà la delusione dei latinos? E che diranno gli asiatici? E così’ via, per le etnie.

Ma la patata più bollente per il “moderato storico” che in campagna elettorale aveva “sposato” il socialista Bernie Sanders fino a scrivere a quattro mani un “manifesto di programma economico” (e ‘manifestò non era parola scelta a caso) è rappresentata dalle pretese dell’ala sinistra. Alexandria Ocasio-Cortez è una portoricana, ma soprattutto è socialista radicale, e vuole far fuori la dirigenza attuale del partito, Nancy Pelosi compresa. Tenere buona lei, e Sanders, non sarà facile come dare una seggiolina minore di governo a una pellerossa.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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