Luci e ombre di Salvatore Ligresti: tutti i guai giudiziari che lo hanno interessato

Con la scomparsa di Ligresti se ne va uno dei protagonisti più discussi della finanza milanese: ecco tutte le vicissitudini giudiziarie di “don Salvatore”.

Luci e ombre di Salvatore Ligresti: tutti i guai giudiziari che lo hanno interessato

Con la morte di Salvatore Ligresti, scomparso dopo una lunga malattia all’età di 86 anni, se ne va senza dubbio uno dei protagonisti della cosiddetta “Milano da bere” ma anche uno degli uomini più chiacchierati e controversi della storia recente del nostro paese.

Arrivato nel capoluogo lombardo dalla Sicilia per svolgere il servizio militare, grazie alla sua scaltrezza e alle giuste amicizie Ligresti è riuscito a diventare quasi dal nulla uno degli uomini più ricchi d’Italia.

Un successo che però non è stato esente da diversi guai con la giustizia, tanto da finire per due volte in carcere assieme anche a tutta la sua famiglia. Luci e ombre come da miglior tradizione dei potenti nostrani.

L’impero di Salvatore Ligresti

In questi anni di Salvatore Ligresti si è detto scritto tutto e il contrario di tutto. Senza dubbio l’imprenditore assieme a tutta la sua famiglia è stato uno dei personaggi più chiacchierati degli ultimi decenni.

Nato a Paternò e trasferitosi a Milano per fare il servizio militare nell’Aeronautica dopo essersi laureato in Ingegneria, proprio all’ombra della Madonnina per lui fondamentali furono le amicizie con due suoi concittadini siciliani, l’avvocato Antonino La Russa (padre del politico Ignazio) e il finanziere Michelangelo Virgillito, che sapranno consigliarlo su come muoversi al meglio nel mondo meneghino degli affari.

L’amore e il matrimonio con Antonietta Susini, figlia di Alfio all’epoca provveditore alle Opere Pubbliche della Lombardia, proiettò ulteriormente Ligresti nei salotti che contano di quella che da lì a poco sarà conosciuta come la Milano da bere.

Dopo essere entrato anche nelle grazie di Bettino Craxi ed Enrico Cuccia, storico numero uno di Mediobanca, iniziando a operare nel settore immobiliare riuscì ad accumulare cospicui capitali, investendo poi gran parte dei proventi nella finanza.

Grazie alle scatole cinesi, alle holding e ai patti di sindacato, si guadagnò il soprannome di “mister 5%” visto che riuscì a controllare diverse importanti società per azioni nonostante potesse contare soltanto su piccole quote.

Dopo gli investimenti in Gemina, Pirelli e Mediobanca, oltre al mattone Ligresti ha legato il suo nome anche alle assicurazioni assumendo il controllo di SAI, poi diventata Fonsai a seguito della fusione con la fiorentina Fondiaria.

Salvatore Ligresti divenne quindi una delle persone più ricche e potenti del nostro paese, ma come ogni storia che si rispetti c’è anche un oscuro rovescio della medaglia dove non sono mancati fatti di cronaca giudiziaria che hanno coinvolto tutta la sua famiglia.

Tutte le vicissitudini giudiziarie

Nel pieno del suo personale boom economico, la vita di Salvatore Ligresti venne sconvolta il 5 febbraio del 1981 dal rapimento della moglie. Dopo sei mesi di prigionia, Antonietta Susini venne rilasciata a seguito del pagamento di 600 milioni di lire come riscatto.

Autori del sequestro furono tre mafiosi legati all’allora boss di Cosa Nostra Stefano Bontade: due dei sequestratori morirono poi in circostanze misteriose, mentre il terzo scomparve nel nulla. Sia la Procura di Milano che quella di Roma ingarano Ligresti sull’accaduto, ma alla fine tutto cadde nel nulla.

I primi veri guai con la giustizia però arrivarono nel 1986, quando a Milano scoppiò lo scandalo delle “Aree d’oro” che portò alla caduta dell’allora giunta socialista del sindaco Carlo Tognoli.

Tutto nacque dalla decisione dell’assessore all’Urbanistica dell’epoca di acquistare un terreno di proprietà di Salvatore Ligresti al prezzo di 5.000 lire al metro quadro. Vennero però fuori delle lettere dove si leggeva che la precedente giunta si era accordata per un prezzo molto più basso. Anche se la vicenda scaturì un terremoto politico, alla fine l’inchiesta si concluse con una archiviazione.

Durante Tangentopoli per Ligresti però si aprirono le porte del carcere. Nel 1992 venne arrestato e trascorse 112 giorni a San Vittore. Alla fine venne condannato a due anni e quattro mesi per corruzione nell’assegnazione degli appalti per la Metro milanese, scontando poi la pena ai servizi sociali.

Vista la condanna perse l’onorabilità e così dovette cedere il controllo della Premafin (cassaforte di famiglia) e della Fonsai ai figli. Dopo i grandi guadagni degli anni precedenti, causa cattiva gestione i gruppi iniziarono a essere oberati dai debiti.

La famiglia Ligresti quindi nel 2011 fu costretta a cedere le società possedute alla Unipol, vendita che però dette il via a un’inchiesta da parte della Procura di Milano prima e quella di Torino poi.

Nel luglio 2013 la Guardia di Finanza arrestò quindi nuovamente Salvatore Ligresti, le due figlie Jonella e Giulia mentre il figlio Paolo, diventato poco prima cittadino svizzero, riuscì a evitare le manette.

L’accusa era quella di falso in bilancio, con l’ammanco complessivo stimato in circa 600 milioni di euro. Per il crac, nel primo grado di giudizio Salvatore Ligresti è stato condannato a 6 anni anche per aggiotaggio informativo, mentre la figlia Jonella a 5 anni e 8 mesi.

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