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di Glauco Maggi

Virginia: una lezione per i DEM, ma non la impareranno

Glauco Maggi

9 novembre 2021

Virginia: una lezione per i DEM, ma non la impareranno

In Virginia, Joe Biden aveva battuto con 10 punti di vantaggio Trump. Il risultato a sorpresa per la carica di governatore è un segnale preciso per i DEM.

Il risultato a sorpresa della corsa per la carica di governatore in Virginia ha ovviamente preso le prime pagine dei quotidiani americani e dei TG, data l’enormità del terremoto politico sottostante che l’ha provocato. In Italia, la notizia è stata presto accantonata, o stravolta.

È andata così. Il Repubblicano Glenn Youngkin, ex manager di un fondo di private equity, 54 anni, padre di 4 figli, mai fatto prima l’uomo politico, ha battuto il Democratico Terry McAuliffe, una vita nel Palazzo, già governatore della Virginia e da sempre amico intimo di Bill e Hillary Clinton.

Lo shock è che, solo un anno fa, Biden ha battuto Trump in questo Stato con 10 punti di vantaggio, mentre McAuliffe, per il quale Biden ha fatto campagna partecipando a un suo comizio qualche giorno prima del voto, ha perso invece per 2,5 punti. Più o meno lo stesso ribaltamento di risultato elettorale tra i due partiti è andato in scena nel New Jersey, dove l’anno scorso Biden ha vinto la presidenza con un distacco di 16 punti su Trump, mentre oggi il governatore in carica DEM Phil Murphy ha mantenuto a stento la poltrona superando lo sfidante Repubblicano Jack Ciattarelli di circa un solo punto.

A che cosa si deve questa rivoluzione? Il “fattore Trump” viene indicato come quello decisivo, anzi unico, nei salotti di New York frequentati da diplomatici europei e da giornalisti accomunati nel tifo per la sinistra locale e internazionale, e nel disprezzo per i Repubblicani considerati tutti trumpiani (“miserabili” li chiamava Hillary prima dell’era di Trump).

Invece tra le élite americane vere, più serie nel leggere la realtà politica USA e preoccupatissime per il futuro del partito Democratico, la musica è tutt’altra. Basta leggere gli editoriali del New York Times, braccio e (aspirante) cervello dei DEM: i suoi commentatori hanno avvertito lo shock, e Trump non è citato neppure come concausa nell’articolo più importante. Il cui titolo è: “I Democratci negano la realtà politica a loro proprio pericolo”. E l’analisi è spietata: “I risultati in Virginia sono un grave segnale di pericolo politico. La Virginia è uno stato blu (Democratico, NDR); non è stato per anni uno Stato swing, in bilico. Biden ha vinto per 10 punti nel 2020; un anno dopo il candidato Democratico ha perso per 2 punti e mezzo, e i Repubblicani hanno conquistato due altre cariche statali, il vice governatore (che per la prima volta in Virginia è una donna nera, NDR) e l’Attorney General (il procuratore dello Stato, ispanico, NDR). Due cariche che il GOP non controllava da 12 anni”.

I risultati dei due Stati “ex Democratici” sono però solo la punta dell’iceberg. A Buffalo, seconda città dello Stato di New York, una socialista democratica, India Walton, nera, aveva vinto le primarie del suo partito con l’appoggio del senatore socialista Bernie Sanders, della deputata socialista Alexandria Ocasio-Cortez e anche del presidente dei senatori del partito, Chuck Schumer. Il sindaco DEM in carica, Byron Brown, nero pure lui, che era stato sconfitto alle primarie dalla militante estremista alleata di Sanders, ha fatto campagna come candidato al di fuori delle liste e ha vinto.

Sulla scheda, oltre ai nomi del candidati, c’è infatti uno spazio bianco dove gli elettori, non soddisfatti dei candidati ufficiali, possono scrivere il nome di un cittadino che preferiscono. È una pratica quasi mai usata, ma stavolta Brown è riuscito a ribaltare l’esito delle primarie del suo stesso partito.

Un caso non meno clamoroso di rivolta contro un VIP dei DEM è andato in scena in un distretto del New Jersey, dove il presidente dei senatori dello Stato, Steve Sweeney, una figura da anni nell’establishment, secondo solo al governatore per potere e influenza, è stato sconfitto da un signor nessuno, Ed Durr, Repubblicano. Che di lavoro fa il camionista e che ha girato il video di lancio della sua campagna con il cellulare, spendendo poche centinaia di dollari per la propaganda.

A favorire l’ondata Repubblicana di questa tornata elettorale sia in Virginia sia in New Jersey - come è emerso dagli exit polls - è stata una questione locale, l’apertura delle aule post-covid e l’educazione nelle scuole dell’obbligo. Da una parte la gestione punitiva dei lockdown, e dall’altra le campagne radicali e ideologiche degli insegnanti sindacalizzati e politicizzati che cercano di imporre lo studio della “teoria critica della razza”, hanno provocato una reazione forte fra le famiglie con figli in età scolare.

La “teoria critica della razza” è forse ancora oscura per la gente normale, ma i genitori hanno capito la sostanza: il messaggio fondamentale dei promotori dell’idea dell’America come società fondata sullo schiavismo e irrecuperabilmente condannata al razzismo sistemico si traduce nell’insegnare ai bambini bianchi a scuola che i loro genitori, e loro stessi, sono colpevoli del privilegio intrinseco nel colore della loro pelle. La maggioranza dei genitori rigetta con vigore questa distorsione culturale, diseducativa e divisiva. Paradossalmente, alla base della Teoria Critica della Razza c’è il Progetto 1619, creato e propagandato proprio dal New York Times, che oggi e’ affranto per l’esito alle urne.

Un’altra disfatta dei socialisti (che amano chiamarsi progressisti, pensando che questa definizione sia meno minacciosa, o meno rivelatrice) è avvenuta a Minneapolis, la città in cui la polizia uccise George Floyd nel 2020. Sull’onda del movimento “defund the police” (letteralmente: togli i soldi alla polizia) promosso da Black Lives Matter, dagli Antifa e dai Democratici locali, un comitato di progressisti aveva proposto un referendum per abolire tout court il dipartimento di polizia. I cittadini l’hanno respinto.

Ineffabile, ma corretto nella fotografia della batosta, è lo stesso New York Times a trarre le conclusioni. “Molti americani, nei due partiti, sono preoccupati per la criminalità e per la sicurezza ai confini. E per l’inflazione: il prezzo della benzina sta causando particolare dolore e più del 60% dei votanti considera l’amministrazione Biden responsabile dell’inflazione”.

Insomma, chi «pensa» tra i Democratici si è reso conto, dopo la sberla presa, che la deriva di sinistra perdente in questo campione di votazioni potrà fare ancora più male alle elezioni di mid-term nel 2022, ribaltando il Congresso a favore del GOP.

Sbaglia, però, chi fa un parallelo tra i socialisti-progressisti che con i DEM avevano fatto la guerra contro il GOP e Trump, vincendola nel 2018 per il Congresso e nel 2020 per la Casa Bianca, e l’elettorato a-ideologico, indipendente, fluttuante, famigliare, che ha rovesciato la Virginia. Il camionista del New Jersey alla guida del suo camion nel giorno stesso in cui è diventato senatore, è l’antitesi della militante radicale Ocasio-Cortez, professionista ideologizzata di New York, eletta nel suo distretto, per il 90% Democratico, con i voti degli ultramilitanti di sinistra.

Il camionista non vuole fare la rivoluzione, è stato eletto da gente che chiede il rispetto dei diritti, di pagare meno tasse, e di vivere in sicurezza; ed è sceso in campo in naturale sintonia con la gente comune, conservatrice per indole, per fermare il socialismo montante, settario e attivista.

Il New York Times si illude se spera che l’ala di Sanders, ormai una metastasi dominante nei DEM, rinsavisca e venga a patto con i moderati centristi, smettendo di impaurire quegli elettori indipendenti e non ideologizzati che hanno fatto vincere Youngkin in Virginia. I progressisti come la Ocasio-Cortez sono convinti di aver perso perché i dirigenti Democratici in Congresso non hanno spinto abbastanza a sinistra, consapevoli di avere una maggioranza risicata, 50 senatori contro 50 e 220 deputati contro 212. La sconfitta alle urne ha anzi esasperato la sinistra del partito. Così, in preda alla frustrazione e in perfetto stile fascista, un manipolo di militanti ha circondato venerdì nel suo garage il senatore Joe Manchin - il Democratico della West Virginia che non accetta il piano di welfare da migliaia di miliardi di dollari proposto da Biden perché lo giudica fiscalmente irresponsabile -“ordinandogli” di votare come vuole il partito. È l’approccio illiberale e violento in politica che produrrà tante altre Virginie.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali