Passa, a sorpresa, in Consiglio dei Ministri, la riforma delle banche popolari: le 10 più grandi dovranno cambiare assetto societario, posticipata la riforma delle banche di credito cooperativo.
Via libera ieri, dopo un Consiglio dei Ministri particolarmente pesante all’Investment Compact il provvedimento che ha previsto misure a sostegno degli investimenti e delle imprese, insieme al quale è stata approvata, a sorpresa, anche la riforma delle Banche Popolari: anche se era una riforma attesa da molto tempo dagli operatori finanziari, si tratta di una soluzione di compromesso, dal momento che è previsto solo un riassetto dei principali istituti di credito mentre è stata, almeno per ora, accantonata la riforma delle banche di credito cooperativo.
Come ha spiegato il premier Renzi in conferenza stampa, l’art. 1 del provvedimento va a modificare l’assetto societario, intervenendo sulle
«banche popolari, non su tutte ma su quelle con attivi sopra gli 8 miliardi. Sono 10 le popolari in Italia che in 18 mesi dovranno superare il voto capitario e diventare spa. E’ un momento storico. Le altre popolari, se lo vorranno, potranno rimanere così».
Come abbiamo già spiegato ieri, non si tratta solo di una modifica della forma societaria - le 10 maggiori banche popolare dovranno diventare società per azioni - ma anche di una modifica dei meccanismi di voto previsti nelle assemblee dei soci, dal momento che viene eliminato il voto capitario, ovvero quella procedura che fa sì che ogni azionista valga un voto in assemblea (1 testa 1 voto) a prescindere dalla sua «consistenza» in termini di quota societaria posseduta.
La scelta di intervenire solo sulle 10 banche maggiori è dettata da una motivazione di carattere qualitativo: si tratta degli istituti di credito con attivi al di sopra degli 8 miliardi: gli istituti che, anche qualora andassero incontro a significativi interventi di ristrutturazione e razionalizzazione del personale, potrebbero sostenerli meglio e che avrebbero maggiori margini di manovra in operazioni di fusione e di accorpamento di altre banche italiane in difficoltà come MPS e Carige.
Come ha spiegato il ministro Padoan la scelta di limitare il provvedimento alle prime 10 banche popolari
«concilia la necessità di dare una scossa forte preservando però in alcuni casi una forma di governance che ha servito bene il Paese»
Secondo le rilevazioni contenute nell’ultimo rapporto di Mediobanca gli istituti toccati dalla riforma dovrebbero essere, in ordine di grandezza:
- Banco Popolare;
- Ubi Banca;
- Banca Popolare dell’Emilia Romagna;
- Banca Popolare di Milano;
- Banca Popolare di Vicenza;
- Veneto Banca;
- Banca Popolare di Sondrio;
- Credito Valtellinese;
- Banca Popolare dell’Etruria;
- Banca Popolare di Bari;
Restano fuori dalla riforma, secondo le rilevazioni di Assopopolari, altri 60 istituti di credito con 1,34 milioni di soci e un totale di attivi da 450 miliardi.
A margine del Consiglio dei Ministri non hanno tardato ad arrivare i malumori di Ncd che, con la capogruppo alla Camera Nunzia De Girolamo, hanno affermato di non essere
«a votare provvedimenti volti a tutelare la grande finanza a discapito delle piccole realtà economiche».
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