Riforma MES: tutte le criticità per l’Italia

La riforma del MES potrebbe avere ripercussioni negative sull’Italia. L’audizione di Gianpaolo Galli

Riforma MES: tutte le criticità per l'Italia

La riforma del MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, presenta alcune criticità per l’Italia.

A dirlo Giampaolo Galli, economista e docente incaricato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ascoltato dalle Commissioni riunite V e XIV della Camera dei Deputati.

Nel suo intervento, l’esperto ha tentato di esaminare quelli che, a sua detta, sono oggi gli aspetti più importanti e al contempo problematici della riforma e ha ribadito in che modo le novità del testo potrebbero ripercuotersi negativamente sull’Italia.

Leggi anche: MES: cos’è il Fondo Salva Stati europeo e perché i risparmi degli italiani sono a rischio

Perché il MES è così importante?

Il MES (o ESM, European Stability Mechanism) ha dato un contributo decisivo nella risoluzione delle crisi dei Paesi che avevano perso accesso al mercato. Il solo fatto che esista tranquillizza i mercati e rende meno probabile il ripetersi di situazioni di problematiche.

Spesso, ha fatto notare Galli, si critica il meccanismo urlando “abbiamo pagato ma non ricevuto”. Questa però è un’assicurazione, e per merito o fortuna non abbiamo avuto sinistri. È una manifestazione (o è stata fino ad esso) di solidarietà dei Paesi più solidi come la Germania nei confronti di quelli più fragili come l’Italia visto che le contribuzioni sono commisurate a PIL e popolazione (Berlino contribuisce al 27%).

L’Italia contribuisce con un 17,8% cioè 14 miliardi di capitale versato, ma può rispondere fino a 125 miliardi.

La sua capacità di fare prestiti è un multiplo del suo capitale. I prestiti del MES sono una porta di accesso alle OMT della BCE, operazioni mai usate ma lanciate nel 2012, che sono in linea di principio illimitate.

Il MES, ha continuato Galli, è regolato (e questa è una criticità) da un trattato ad hoc richiamato nel trattato del fiscal compact ed è quindi esterno al perimetro delle istituzioni UE. È un limite importante perché accentua il carattere intergovernativo di decisioni importanti nell’Eurozona e perché il MES non risponde al Parlamento europeo (anche se ciò non significa che non abbia legittimità democratica).

L’intenzione sarebbe quella di procedere attraverso due step:

  • riforma del MES;
  • inserimento nel quadro delle istituzioni comunitarie.

Criticità della riforma dal punto di vista dell’Italia

La riforma del MES è iniziata a dicembre 2018 e concrete proposte hanno ottenuto un via libera di massima nel giugno 2019. L’approvazione definitiva è prevista per dicembre prossimo.

La riforma sposta l’asse del potere economico dell’Eurozona dalla Commissione europea al MES. Quest’ultimo sta diventando il vero fondo monetario europeo.

Tra le novità, ha fatto notare Galli, ci sono anche aspetti positivi come il fatto che si approva finalmente il backstop, una rete di sicurezza finanziaria per il fondo di risoluzione delle banche.

Il focus dell’economista però è sugli aspetti negativi. Nella riforma emerge in modo chiaro l’idea che un Paese che chiede aiuto debba ristrutturare preventivamente il proprio debito pubblico se giudicato insostenibile dallo stesso MES sostanzialmente.

La novità non è la possibilità di ristrutturare un debito ma l’idea che la ristrutturazione sia presupposto preventivo. A premere in questo senso è stata soprattutto la Germania assieme ad altri Paesi del Nord Europa. La proposta nasce dalla considerazione che le regole formali non hanno funzionato e alcuni Paesi hanno continuato ad accumulare debiti.

Da qui l’idea di far funzionare meglio i meccanismi di mercato dando un senso alla clausola di no bailout contenuta nel trattato di Maastricht. Si danno gli aiuti ma si condizionano alla ristrutturazione del debito.

Qui viene l’importanza del passaggio dei poteri dalla Commissione economica (spesso considerata troppo politicizzata) al MES.

Punti chiave da analizzare attentamente

Nel nuovo trattato si attribuiscono al MES tutti i poteri che ha oggi la Commissione riguardo la prevenzione e gestione delle crisi sia per Paesi che fruiscono di assistenza finanziaria sua per gli altri.

Il MES svolge le proprie analisi e valutazioni dal punto di vista di chi eroga i prestiti (“di chi ha il coltello dalla parte del manico”). Qui si riprende un concetto già esistente nel precedente trattato del 2012 ma che, per usare le parole di Galli, qui ha un significato ancor più pregnante: “privacte sector involvment”. Il coinvolgimento del settore privato, ossia ristrutturazione del debito pubblico.

La frase fu utilizzata da Merkel e Sarkozsy nella famosa passeggiata di Deauville (ottobre 2010) che ebbe un effetto deflagrante sui mercati finanziari dell’Eurozona. Il fatto di riprendere questa stessa espressione ha un significato preoccupante.

I punti chiave dal punto di vista italiano sono:

  • l’aver rispolverato il “private sector involvment”
  • la possibilità di ricevere erogazioni a patto di ristrutturare il debito se giudicato insostenibile
  • l’introduzione delle clausole single limb (l’impressione è che siano state proposte proprio con riferimento all’Italia, per dare al mercato un segnale negativo sul Belpaese, afferma Galli).

Complessivamente la riforma riguarda l’Italia, Paese con lo spread più alto che per ora non ha creato le condizioni per ridurre il debito. Le organizzazioni internazionali e i mercati hanno smesso di credere alle promesse di intervento rimaste ancora disattese.

La riforma aiuta i Paesi virtuosi ma rende meno stabili i Paesi come l’Italia. L’idea di dover ristrutturare preventivamente i debiti pubblici non viene solo dal Nord Europa ma è diffusa anche tra gli economisti che non hanno fiducia nel mercato, secondo cui le ristrutturazioni andrebbero fatte ai primi segnali problematici e in modo radicale, profondo. Il caso speso citato è quello della Grecia.

Per Galli però non c’è coerenza in chi sostiene che gli aiuti al Paese sono serviti alle banche creditrici (tedesche e francesi) e al tempo stesso rifiuta di considerare uno schema di ristrutturazione preventiva dei debiti sovrani.

“La nostra opinione è che l’idea di una ristrutturazione early and deep non avesse senso nella Grecia del 2010 e a maggior ragione non ha alcun senso nell’Italia di oggi”.

I pericoli derivanti dalla ristrutturazione del debito

Il 70% del debito del Belpaese è detenuto da operatori residenti. La ristrutturazione sarebbe “una calamità immensa” e determinerebbe impoverimento della popolazione, fallimenti bancari, disoccupazione, distruzione dei risparmi. Un duro colpo per i risparmiatori che hanno dato fiducia allo Stato comprando titoli del debito pubblico.

Da non sottovalutare poi un altro aspetto fondamentale. Perché il compito i salvare gli Stati non è attribuito alla BCE che potrebbe anche intervenire sui mercati? La risposta è che da nessuna parte al mondo viene dato a un organo tecnico il compito di salvare. Queste decisioni sono politiche.

Una volta che l’autorità politica ha deciso (in questo caso il MES) può scattare l’intervento della banca centrale (con le OMT).

Sono rimaste poche settimane per modificare questo testo che potrebbe essere approvato con questa formulazione che, ha concluso Galli, presenta diverse criticità per l’Italia.

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