Il punto di vista della GenZ sulla politica

Il punto di vista della GenZ sulla politica

di Marta De Vivo e Paolo Di Falco

Quanto tempo ancora servirà all’Italia per riconoscere i crimini commessi in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia?

Paolo Di Falco

3 giugno 2021

Quanto tempo ancora servirà all'Italia per riconoscere i crimini commessi in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia?

Questa settimana, sulla scia del gesto francese, anche la Germania ha riconosciuto la propria responsabilità nel genocidio contro le popolazioni degli Herero e dei Namas in Namibia. E l’Italia? Quanto tempo dovrà passare ancora prima di riconoscere i crimini commessi durante il fascismo in Africa e il massacro di Addis Abeba?

"Al vostro fianco con umiltà e rispetto, sono venuto per riconoscere le nostre responsabilità”, queste le parole con il quale il presidente francese Emmanuel Macron ha riconosciuto, durante la visita a Kigali della settimana scorsa, la responsabilità francese in uno dei più grandi massacri del 20° secolo ovvero il genocidio del Ruanda nel 1994 in cui per ben 100 giorni ben 800.000 persone tra Tutsi e Hutu moderati furono massacrati con machete, bastoni e oltre 250.000 donne violentate.

Anche se la notizia non ha avuto un grande eco mediatico, il messaggio lanciato è di portata storica simile a quello della Germania che lunedì ha riconosciuto il genocidio compiuto a Namibia e a quello del presidente degli Stati Uniti Joe Biden che ad aprile aveva riconosciuto il genocidio armeno. Bisogna sottolineare come anche il gesto di riconoscere un genocidio è un’arma diplomatica, politica così com’è lo è stato per la Francia di Macron ma anche per gli Usa di Biden. Il mea culpa sui genocidi però, non ha coinvolto l’Italia che avrebbe tanto da dire su quello che accadde in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia.

Il genocidio in Ruanda e la “complicità francese”

ruanda

Prima di passare al significato politico del gesto francese non si può non fare accenno al genocidio in Ruanda risultato di una lunga guerra per ottenere il potere tra le due etnie presenti nel Paese: gli Hutu e i Tutsi. Il casus belli scatenante fu la strumentalizzazione del disastro aereo del 6 aprile del 1994 durante il quale morirono il presidente ruandese, Juvénal Habyarimana, e quello burundese, Cyprien Ntaryamira. Le cause del disastro tutt’ora non sono ancora chiare ma quest’episodio bastò agli estremisti hutu per prendere il potere e scatenare un genocidio contro i tutsi e i moderati hutu.

Fra l’aprile e il luglio 1994, in soli 100 giorni furono uccise 800mila persone e, ad aggravare la situazione furono anche i ritardi dell’Onu e l’indifferenza della comunità internazionale che contribuirono al ritardo nella fine del conflitto terminato solamente il 4 luglio quando il FPR conquistò il potere. Ma quale fu il ruolo francese? La Francia sostenne concretamente il governo a guida hutu di Juvénal Habyarimana e fornì armi ed addestramento militare alle milizie giovanili di Habyarimana, gli Interahamwe e Impuzamugambi, coloro che furono gli esecutori materiali del genocidio. Ma non solo: sul finire del genocidio le truppe francesi istituirono la zona turchese che permise a molti massacratori hutu di rifugiarsi in Zaire prima della vittoriosa avanzata delle forze RPF. I fatti collegati al ruolo francese nel genocidio ruandese hanno formato oggetto di un dibattito ancora in corso, e le relazioni tra Francia e Ruanda hanno subito frequenti attriti dal 1994.

Il gesto francese tra simbolismo ed esempio per gli altri Paesi

parigi

“La Francia ha un ruolo, una storia, una responsabilità politica in Ruanda. Ha un dovere: affrontare la storia e riconoscere la quantità di sofferenze che ha inflitto al popolo ruandese facendo prevalere troppo a lungo il silenzio sulla verità.” Il gesto di Macron arriva dopo che, il 26 marzo scorso, sono stati diffusi i risultati di un’indagine durata due anni negli archivi francesi, condotta da una commissione nominata dallo stesso presidente per fare luce sul coinvolgimento della Francia nel genocidio. Il gruppo di 14 storici, coordinato da Vincent Duclert, ha appurato che “la Francia tra il 1990 e il 1994 sostenne un regime che incoraggiava i massacri razzisti; è rimasta cieca di fronte alla preparazione del genocidio, e questo allineamento con il potere ruandese deriva da una volontà del Capo dello Stato e della Presidenza della Repubblica”.

Questo enorme lavoro consegnato a Macron, al presidente ruandese e reso pubblico anche se con delle criticità (c’è chi lo considera un documento «solo francese» dato che alcuni pensano sia ancora troppo carente dal punto di vista dei fatti inseriti), è sicuramente un gesto di grande significato simbolico, non solo per la Francia il cui ambasciatore ritorna nella capitale ruandese nel posto rimasto vacante dal 2015 a causa delle tensioni tra i due Paesi ma, perché può rappresentare un esempio per tutti quei Paesi, tra cui l’Italia, in cui ancora non si è fatto nulla per fare chiarezza su altre pagine buie, le cui responsabilità sono ancora taciute, e al contempo è anche un atto concreto, fatto di analisi storiche, che si spera contribuirà a costruire un nuovo atteggiamento più consapevole e vigile sugli orrori del passato, e su quelli ancora in atto.

E invece l’Italia non ha nulla da dire sui crimini in Etiopia, Eritrea, Libia e Somalia?

ruanda

Al gesto francese è seguito quello della Germania che ha riconosciuto la propria responsabilità nel genocidio contro le popolazioni degli Herero e dei Namas in Namibia durante l’era coloniale e proprio per questo donerà al Paese africano 1,1 miliardi di euro in aiuti allo sviluppo. Se le altre nazioni fanno dei passi avanti nel riconoscere dinanzi al mondo intero le proprie responsabilità altrettanto non si può dire dell’Italia che ha la memoria troppo corta, che tende a dimenticare gli orrori che ha commesso o semplicemente a far finta di niente.

Forse l’Italia ha ormai dimenticato i tanti crimini commessi durante il periodo fascista in Etiopia, Eritrea, Libia e Somalia tra cui l’uso indiscriminato dei gas durante la campagna militare e l’occupazione, le deportazioni nei campi di concentramento da noi costruiti, la violazione delle chiese, i saccheggi, le esecuzioni sommarie e le tante, troppe torture. Tra gli esecutori sotto gli ordini diretti del Duce c’erano il viceré Rodolfo Graziani (inserito dall’ONU nella lista dei criminali di guerra ma mai processato), il generale Badoglio, il ministro delle colonie Lessona ed altri tra gerarchi fascisti e alti ufficiali del regio esercito.

Uno dei più grandi massacri però fu quello di Addis Abeba quando tra il 19 e il 21 febbraio del 1937, centinaia di civili, militari, fascisti italiani macchiarono di sangue ogni singola strada di Addis Abeba dopo un attentato contro il viceré Graziani. Quella che si verificò, una delle pagine più buie della nostra storia, è stata definita «una forsennata caccia al moro» dato che dal 19 al 21 febbraio ogni etiope che passava sotto la vista di un italiano fu trucidato con l’unica “colpa” di essere un autoctono. Decine di autocarri, sotto ordine di Graziani, trasportarono i corpi in fosse comuni per nascondere i cadaveri. In Italia, pensate un po’, arrivarono foto di militari italiani che esibivano compiaciuti le teste dei decapitati in mano, emblema del predominio italiano. Davanti a quelle foto, dinanzi a quel massacro durato tre giorni e che provocò oltre 30mila vittime l’Italia ancora oggi tace, resta silente ad applaudire le decisioni delle altre Nazioni senza avere il coraggio di riconoscere gli orrori perpetrati.

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Marta De Vivo

19 anni, blogger, bilingual, pensatrice, parlatrice. Founder @martaforfew

Paolo Di Falco

18 anni, di Siracusa. Ho creato La Politica Del Popolo, un sito di news gestito da giovani.