I punti “oscuri” del Recovery Fund e quella pericolosa plastic tax per l’Italia

Tutti i punti in chiaroscuro del Recovery Fund per l’Italia e quella plastic tax in esso contenuta, che rischia di mettere in ginocchio un comparto molto importante della nostra economia.

I punti “oscuri” del Recovery Fund e quella pericolosa plastic tax per l'Italia

Occorre dirlo, a scanso di equivoci: Conte ha dato l’impressione di essere un premier in grado di far sentire davvero la sua voce in Europa e difendere le proprie istanze fino all’ultimo, senza cedere ai ricatti, anche quando sembrava davvero che tutto potesse naufragare.

Il premier ha imparato molto presto a maneggiare la fine arte della diplomazia e del compromesso, e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Detto questo però, per onestà intellettuale, bisogna anche analizzare con calma e obiettività i punti ancora in chiaroscuro che si celano dietro all’accordo sul Recovery Fund che, come tutti gli accordi, soprattutto se di portata per certi versi storica come questo, doveva per forza di cose contenere alcuni compromessi.

Non si può dire che tutti escono soddisfatti allo stesso modo, ma sicuramente ogni paese può affermare di aver portato a casa qualcosa di sostanzioso. Questo è reso possibile proprio dal fatto che l’accordo in sé contiene, come già nelle prime sue versioni, alcune “condizionalità”, che sono state limate in certi casi, allargate forse in altri, per poter giungere a un accordo finale.

Innanzitutto qualcuno potrebbe obiettare che l’importo degli aiuti è ulteriormente stato ridotto, dai 500 miliardi della prima stesura a 390 miliardi. Certo, sempre un bel gruzzolo, ma come dimenticare chi preconizzava solo due mesi fa un importo da 1.000 miliardi minimo per far fronte alla crisi epocale determinata dal COVID-19.

Altra variabile non trascurabile è quella del tempo di trasferimento dei fondi che, come ben si sa, sono sempre piuttosto lenti e farraginosi. I primi soldi sicuramente non arriveranno prima di gennaio 2021 e la parte più consistente forse inizierà ad arrivare a primavera dell’anno prossimo.
Considerando la situazione di urgenza per molti settori dell’economia come il turismo o la ristorazione, questa attesa rischia di essere troppo lunga.

Il rischio che per molti questi soldi purtroppo arrivino troppo tardi è concretissimo. Vista l’eccezionalità del caso forse su questo si poteva fare uno sforzo maggiore, ma evidentemente qualcuno ha reato contro. Un colpo al cerchio e uno alla botte, come si suole dire.

Una gran vittoria per i paesi frugali

Non si poteva certo non dare qualcosa anche ai duri ed ostici paesi frugali, Olanda in testa (che ottiene anche l’importantissimo aumento dei dazi doganali portuali per il porto di Rotterdam), che alla fine possono portare in patria un loro personale successo - spendibile molto presto dall’olandese Rutte, non a caso il più ostico dei quattro frugali, nelle vicine elezioni politiche olandesi a marzo del prossimo anno.

Olanda, Finlandia, Svezia, Danimarca e Austria, “in cambio” del loro sì, hanno ricevuto tagli sostanziosi ai contributi annuali che devono all’Europa e il raggiungimento della clausola del cosiddetto “freno di emergenza”, meccanismo che permette a tutti gli Stati membri di “controllare” come questi soldi vengono spesi, con la reale possibilità di eccepire come un singolo Stato o più Stati utilizzino questi fondi e, nel caso ciò non sia ritenuto soddisfacente, la possibilità di bloccare in via preventiva l’erogazione dei fondi stessi, in attesa di verifiche da parte di tutto il Consiglio europeo riunito.

Qualche maligno potrebbe dire che, visto come l’Italia ha sempre speso i soldi suoi e quelli dell’Europa, un controllo dall’esterno potrebbe anche non essere del tutto negativo. Ma è indubbio che questo fatto non possa non rappresentare una sorta di cessione di sovranità alle istituzioni europee.

Il nodo della plastic tax

Nel Recovery Fund - cosa di cui nessuno ancora parla - è stata approvata a partire da gennaio 2021 una tassa sulla plastica di 80 centesimi al kg che non può che colpire duramente soprattutto il nostro paese, che nella plastica ha un comparto produttivo fra i principali d’Europa (11 mila imprese, 110 mila dipendenti per circa 30 miliardi di fatturato).

La plastica inquina e bisogna fare qualcosa per limitarne l’utilizzo, certamente, soprattutto quella usa e getta, ma non è con una tassa indiscriminata che colpisce un comparto così importante della nostra economia, e di riflesso anche l’utente finale, che si risolve il problema. Anche su questo forse occorreva maggiore cautela e attenzione, rinviando la tassa o incentivando le aziende a realizzare prodotti in plastica o materiali affini maggiormente compatibili con l’ambiente.

Non si capisce poi per quale motivo invece non si colpisca il settore della carta, di cui i paesi nordici sono grandi produttori, dal momento che allo stesso modo della plastica il suo consumo scriteriato incide e non poco sulla sostenibilità ambientale.

È possibile che ciò rappresenti una delle altre contropartite che i cosiddetti paesi frugali, o alcuni di essi, hanno ottenuto in cambio del loro sì all’accordo.

Eppure secondo il Global Forest Change, che ha recentemente pubblicato su Nature un suo studio sulla situazione delle foreste in Europa, tra il 2016 e il 2018 ci sarebbe stato un aumento della deforestazione del 50% e questo in gran parte a causa proprio dell’aumento nella produzione di cellulosa per fare carta. Sempre secondo la ricerca, infatti, la metà di questi tagli degli alberi sono avvenuti in Svezia e Finlandia, i principali produttori di cellulosa in Europa, con tutti i danni sull’ecosistema che ciò comporta.

Ma su questo nessuno in Europa per ora ha ritenuto di dover intervenire, mentre sulla plastica si è deciso di agire subito e in maniera anche piuttosto decisa.

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