Psicofarmaci per migliorare le prestazioni cognitive, verso una pericolosa normalità?

Psicofarmaci per migliorare le prestazioni cognitive. Il loro utilizzo non è sempre circoscritto a specifiche patologie ma si sta sempre di più estendendo verso altre finalità legate al miglioramento delle performance. Una libera scelta rischia di trasformarsi in un modello accettato di normalità, per rispondere alle esigenze di una società sempre più competitiva.

Psicofarmaci per migliorare le prestazioni cognitive, verso una pericolosa normalità?

Psicofarmaci per migliorare le prestazioni cognitive. In Australia già alcuni anni fa venne fuori la notizia di alcuni funzionari del ministero delle Finanze dediti all’assunzione del Modafinil, solitamente prescritto per la narcolessia ma storicamente utilizzato anche dai militari per aumentare reattività ed attenzione. I turni giornalieri di 16-18 ore dei dipendenti pubblici australiani venivano aiutati in modo chimico con questo farmaco, come rivelò nel 2014 il Courier Mail, per rispettare le scadenze su riforma delle pensioni, rimborsi fiscali ed altri tipi di documenti finanziari. Il tutto senza controllo medico nonostante fosse necessaria la prescrizione. Sempre in Australia ma anche in altre zone del mondo studenti, accademici ed i professionisti più disparati stanno invece sperimentando da tempo tecniche di potenziamento di memoria, attenzione, riflessi, lucidità di pensiero possibilmente riducendo al minimo possibile le ore di sonno. E per fare questo si farebbe ricorso a farmaci solitamente usati per altri scopi come il Ritalin (destinato ai casi di iperattività e controllo degli impulsi), il Donepezil (utilizzato nei casi di demenza) e lo stesso Modafinil.

Stimolazione elettrica

Non ci sono solo gli psicofarmaci per raggiungere questi obiettivi di potenzialmento cognitivio. Si può anche ricorrere a dispositivi di stimolazione diretta transcranica (tDCS) che sollecitano il cervello utilizzando elettricità ricavata da batterie a nove volt. Come una sorta di panacea per ogni male, sembrano godere di una buona reputazione, anche nelle varie discussioni aperte online, con il rischio però di sottovalutare i possibili rischi di utilizzi fai da te di questo tipo di strumenti. Quali sono dunque i reali vantaggi ed i pericoli? Si può parlare di autentico miglioramento o si scivola nel concetto di “trattamento”? Con quali effetti collaterali? Secondo uno studio pubblicato nel 2014 su PubMed si registra un miglioramento del 30% nell’apprendimento delle lingue da parte di soggetti che hanno usato il Modafinil o la stimolazione elettrica rispetto a quelli che non lo hanno fatto. Altri ricercatori, tuttavia, sottolineano la pericolosità di tutto il dibattito che ruota attorno al potenziamento cognitivo. Non solo la loro efficacia è tutta da dimostrare ma un utilizzo smodato di psicofarmaci può avere davvero conseguenze molto serie. Negli Stati Uniti ad esempio è molto diffuso tra gli studenti e gli sportivi l’uso dell’ Adderall (stimolante non venduto in Italia) composto da sali di anfetamina e destinato solitamente per “trattare” i deficit di attenzione ed i disturbi dell’apprendimento. Nonostante siano usciti sul New York Times articoli che ne decantano le qualità, andrebbe assunto solo con prescrizione medica e spesso ragazzi o genitori fingono alcuni sintomi per giustificarne l’assunzione. Nella società ipercompetitiva di oggi tutto sembra lecito per raggiungere gli obiettivi prefissati, che siano quelli scolastici, sportivi e lavorativi. A qualunque costo: economico, fisico e psicologico.

Una normalità artificiale

C’è inoltre anche un problema etico e di visione della nostra società. Poniamo il caso che abbiano ragione i sostenitori di questi metodi non troppo ortodossi di miglioramento cognitivo. Ammettiamo pure che funzionino e minimizziamo o annulliamo in modo fittizio i rischi per la salute. Anche in questa improbabile proiezione vogliamo andare davvero verso una società in cui la condizione di normalità non diventa la persona con le sue attitudini, i suoi talenti, tempi diversi di risposta? Il modello di riferimento diventa dunque il miglioramento cognitivo artificiale, trasformandosi in una responsabilità imposta dal contesto sociale ed economico. L’utilizzo di psicofarmaci o di altri sistemi diventa la normalità come accaduto nel caso dei musicisti raccontato in un articolo apparso su Limelight Magazine: il pianista Simon Tedeschi rivela che una parte significativa dei suoi colleghi ricorra ai farmaci beta bloccanti per calmare i nervi e offrire migliori performance. Quella che una volta era una scelta per alcune persone svantaggiate, sta diventando di fatto una necessità per tutti.

Lavoro, produttività e psicofarmaci

Cosa potrebbe accadere se questi farmaci stimolanti si rivelassero efficaci e non rischiosi per la salute, magari con qualche compiacente ricerca, vista la difficoltà nel separare scienza e mondo farmaceutico? In un quadro generale in cui si chiede sempre più produttività ai lavoratori, un’azienda potrebbe anche arrivare a mettere l’utilizzo degli psicofarmaci come condizione essenziale per l’assunzione o per il mantenimento del posto. Il miglioramento cognitivo non diventerebbe più una scelta ma quasi un obbligo per poter svolgere il proprio lavoro. Oggi possono sembrare scenari fantascientifici, ma quanti avrebbero previsto alcuni anni fa che sarebbero stati i dipendenti stessi ad accettare di farsi impiantare un microchip sottocutaneo al posto del cartellino da timbrare? Eppure è accaduto.

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