Petrolio: l’Opec taglierà la produzione? Forse no, ecco perché

L’Opec si è dichiarata pronta a tagliare la produzione di petrolio. La situazione in Siria mette in dubbio tale affermazione. Preoccupa il calo della domanda dalla Cina.

Le Borse europee respirano dopo settimane di tempesta. Nella giornata di Venerdì, si è potuto assistere al forte rimbalzo del petrolio che ha portato una ventata di positività sia su Wall Street che sui mercati europei. La CNN Venerdì ha riportato la notizia secondo cui l’Opec, il Cartello dei produttori di petrolio, sia disposta a cooperare con le nazioni extra-organizzazione per tagliare la produzione di greggio. Tanto è bastato alle quotazioni del petrolio per trovare un rimbalzo superiore al 10%, permettendo così una fase di rialzo degli indici europei e americani.

Tuttavia, ci sono molti dettagli che lasciano più di qualche dubbio sulla possibilità che il petrolio possa tornare a quotazioni superiori. Dubbi che riguardano sia il lato della domanda che dell’offerta e che vede in gioco molti Paesi che influenzano l’andamento dei prezzi del petrolio.

Borse e Petrolio in rialzo con dichiarazioni Opec

Le Borse europee quest’oggi proseguono il rialzo iniziato Venerdì, il quale ha trovato forza nelle dichiarazioni dell’Opec riportate dalla CNN. Il Cartello infatti, ha dichiarato di essere disposto a collaborare con i produttori di petrolio al di fuori dell’Organizzazione per cercare un accordo sulla produzione di petrolio.

Tali dichiarazioni hanno immediatamente spinto a rialzo le quotazioni del greggio che hanno chiuso la sessione di scambi con rialzi superiori al 10%.

Opec pronta a cooperare per tagliare la produzione: sarà vero?

Le dichiarazioni dell’Opec sono arrivate un pò a sorpresa visto che molte nazioni del Cartello (sopratutto quelle predominanti) sembra che abbiano abbandonato l’idea di sovrafornire il mercato di petrolio soprattutto vista la decisa diminuzione della domanda di greggio. Su questo punto però aleggia più di qualche dubbio.

Nazioni come Arabia Saudita ed Emirati Arabi fino a pochissimo tempo fa hanno sempre comunicato di non voler ridurre la produzione di petrolio, perché convinte che il mercato avrebbe trovato un equilibrio da solo, continuando in questo modo a mettere in difficoltà i Paesi produttori di greggio ad alto costo di estrazione e lavorazione (un esempio su tutti: gli USA).

Qualcosa allora deve essere cambiato oppure semplicemente è solo un modo per attutire la spirale ribassista sulle quotazioni del greggio. Vedendo come si stanno svolgendo le trattative per fermare il bagno di sangue in Siria, la seconda ipotesi non è da scartare.

Taglio della produzione di greggio messo a rischio dalla situazione in Siria

Sia la Turchia che l’Arabia Saudita hanno infatti reso noto che sono pronte ad effettuare operazioni di terra per riportare la calma nel Paese mediorentiale distrutto ormai dalla lunga guerra civile in corso.

L’obiettivo dei turchi e dei sauditi in realtà sembrerebbe più quello di rovesciare definitivamente il regime di Assad. Cosa che sembrano aver capito perfettamente gli alleati di Assad, come Russia e Iran che hanno già ammonito l’Arabia Saudita di non intromettersi nella questione siriana.

La situazione sembra farsi molto calda in Siria. Da una parte vi sono Stati Uniti, Arabia Saudita e Turchia che vogliono porre fine al massacro siriano rovesciando Assad ed eliminando l’Isis.

Dall’altro lato vi sono nazioni come Iran, Russia e Iraq che vogliono anch’esse l’eliminazione dell’Isis ma si oppongono alla fine del regime di Assad per paura che possa succedere quanto avvenuto in Nord-Africa con la Libia.

I due “blocchi” creatisi per la questione siriana vedono in contrapposizione i maggiori Paesi produttori di petrolio. Allora la domanda è chi di questi taglierà la produzione con un braccio di ferro del genere in corso? L’Iran è molto difficile che lo faccia visto che è appena rientrato sul mercato petrolifero ed ha appena inviato 4 mln di barili in Europa.

L’Arabia Saudita non può effettuare tagli alla produzione se le nazioni concorrenti non faranno lo stesso, perché incorre il rischio di perdere altre quote di mercato. Stesso vale per Russia ed Emirati Arabi così come Brasile, Messico e Stati Uniti. Le tensioni siriane non fanno altro che alimentare i dissidi già elevati tra questi Paesi, allontanando così l’ipotesi di un taglio della produzione.

Petrolio: il problema della domanda

In una situazione del genere i giochi iniziano a farsi pericolosi. L’Opec si è accorta che non c’è domanda neanche a prezzi così bassi ed è per questo che intende abbassare la produzione.

I dati dei commerci cinesi di oggi sono stati largamente sotto le attese e le importazioni di crude oil del Paese asiatico sono crollate del 20% dai massimi del mese scorso.

C’è quindi un problema di base che non può essere risolto con il solo taglio della produzione. Un artificio del genere permetterebbe solo una fase di respiro per le aziende che producono petrolio ad alto costo destinato a durare per un breve periodo

E’ ovvio che più si abbassano i prezzi e più le nazioni che producono più petrolio si allarmino e si affrettino a cercare di tagliare la produzione.

Petrolio: un eventuale taglio della produzione aiuterebbe la risalita dei prezzi?

Questo però basterebbe per far riprendere le quotazioni di greggio? Nel breve termine no. La sovrapproduzione di questi mesi ha squilibrato a tal punto il mercato petrolifero al quale servirà altrettanto tempo per ritrovare un punto di stabilità.

La domanda globale rallenta vista la fase economica stagnante e il fallimento delle compagnie di petrolio statunitensi e canadesi sono dietro l’angolo, aumentando così la probabilità di recessione di Paesi molto importanti a livello mondiale.

Petrolio: il rischio deflazione annullerebbe politiche di ripresa delle banche centrali

Un semplice taglio della produzione non basterà (se mai ci sarà) e prezzi bassi per un lungo periodo potrebbero portare ad un’ondata di deflazione che annullerà le politiche monetarie di BCE, BoJ e Fed riportando così i timori dei mercati sulle sorti dell’economia mondiale.

Questo, forse potrebbe far riflettere i governi e le autorità monetarie dei Paesi per cercare di trovare una soluzione per la ripresa fatta di riforme strutturali e non di inondazioni di liquidità che sono fini a se stesse e comportano la generazione di bolle speculative. Insomma, non tutto il male vien per nuocere.

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