Le persone trans sono contro il green pass, ecco perché

Giorgia Bonamoneta

10/10/2021

11/10/2021 - 17:12

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Le persone trans sono contro lo strumento del green pass, ma perché? Avviene sistematicamente la discriminazione ai danni delle persone trans e la verifica del green pass è una di queste.

Le persone trans sono contro il green pass, ecco perché

Non è un problema nuovo: da quando è stato annunciato il certificato verde obbligatorio per accedere ai luoghi pubblici, seguendo le norme imposte dal vicino francese, le persone trans hanno iniziato ad alzare la voce contro il green pass.

Lo hanno fatto per richiedere che un loro diritto, come quello di tutti gli altri cittadini, venga rispettato. Infatti il diritto alla privacy non può essere negato o calpestato durante il controllo del green pass. Questo però, sistematicamente, avviene.

Eppure basterebbero pochi piccoli accorgimenti, non per forza una modifica del sistema da parte del Governo (purtroppo sordo alle richieste della comunità LGBT+) e aggiornare gli addetti ai controlli con alcune semplici regole, tra cui il basilare rispetto altrui.

Persone trans denunciano le discriminazioni durante il controllo del green pass

Noti attivist* della comunità LGBT+ hanno fatto diversi sondaggi, in questi mesi, per far palesare le discriminazioni subite dalle persone trans durante i controlli di verifica della certificazione verde (green pass) all’ingresso di luoghi pubblici, eventi etc...

C’è chi racconta di aver dovuto mostrare i documenti, cosa che alle persone cisgender (persona nata con attributi maschili che si riconosce come maschio o viceversa) non accade praticamente mai. Accanto alla richiesta di documenti, che potrebbe anche essere una pratica legittima in un evento randomico di controllo, vi è però il momento della vera discriminazione, dell’offesa: il riferimento al “deadname”.

Non è semplice spiegare a chi non è mai stato attento a queste dinamiche cosa voglia dire, ma pronunciare il “deadname” di una persona trans equivale a un vero e proprio schiaffo in faccia. Può essere considerato un insulto, ma tocca corde più profonde e che hanno a che fare con la disforia di genere.

Le persone trans sono lasciate sole nella discriminazione quotidiana

Il green pass è lo strumento che ha permesso a tutti gli italiani di poter tornare a uscire e frequentare i luoghi pubblici e gli eventi in sicurezza, ma è stato anche lo strumento che ha discriminato le persone trans e le ha costrette a rimanere a casa per non subire violenze verbali e attacchi personali.

Una storia tra le tante, pubblicata sul profilo Instagram dell’attivista Elia Bonci:

Al cinema: ma tu sei *uso del deadname*? Ma sei sicura (al femminile), non sembri tu.

Questo genere di discriminazione è quotidiana e sfianca le persone trans che, dopo numerosi eventi, preferiscono rimanere a casa.

È discriminazione questa?

Per chi non vive questo genere di discriminazione, chi non conosce questa condizione, può pensare che sia cosa di poco conto sentire il nome attribuito a un genere diverso a quello nel quale ci si riconosce (deadname, il nome di una vita precedente e non adeguata alla propria identità) perché magari è semplicemente il nome presente sulla carta d’identità. Quindi è giusto così?

A parte la lentezza burocratica nel rilascio di documenti adeguati, il grande problema dietro la pronuncia del deadname è la mancanza di rispetto della dignità altrui.

Eppure basterebbe molto poco, per esempio non fare commenti. Certo, se non si è preparati all’esistenza di persone trans si può richiedere un controllo della carta d’identità, ma questo dovrebbe avvenire nel rispetto altrui e non pronunciando il deadname in presenza di sconosciuti.

Viviamo in un Paese che conta numerose aggressioni ai danni della comunità LGBT+ e in particolare delle persone trans. Tutelarle dovrebbe essere compito dello Stato, ma non è servito un appello per modificare le condizioni di privacy del green pass.

Soluzioni per le persone trans e il green pass

Non è che le persone trans si lamentano e basta, quel compito è svolto dai manifestanti in piazza. Infatti sono state numerose le associazioni che hanno redatto e firmato un testo con alcune semplici regole per garantire la sicurezza della privacy e della vita delle persone trans.

Ecco alcuni suggerimenti:

  • Nei luoghi pubblici (banche, poste, uffici) il personale addetto alla verifica del green pass dovrà conoscere bene le norme in materia di riservatezza dei dati personali, utilizzando la massima discrezione.
  • Sul posto di lavoro i verificatori dovranno essere coloro che sono solitamente già impegnati nell’ufficio risorse umane /HR/ del personale, già responsabili dei dati riservati del personale.
  • Nelle scuole i verificatori dovranno essere coloro che sono già impiegat* presso la segreteria didattica e sono già a responsabili della gestione dei dati personali.

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# LGBTQ+

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