Perché tanti intellettuali stanno tornando a Dio: dal vuoto culturale al bisogno di comunità

Rob Piccoli

23/11/2025

In un’epoca di precarietà economica, crisi affettive e modelli culturali incerti, la religione si ripresenta come capitale sociale.

Perché tanti intellettuali stanno tornando a Dio: dal vuoto culturale al bisogno di comunità

Negli ultimi vent’anni, una parte consistente dell’élite culturale occidentale aveva abbracciato con sicurezza il paradigma del “nuovo ateismo”. La formula era semplice: progresso economico + scienza + tecnologia = emancipazione finale da ogni forma di religione. Ma quella stagione sembra chiusa.

Filosofi, giornalisti, pensatori e persino alcuni protagonisti del mondo tech stanno imboccando una strada opposta: il ritorno a Dio, o almeno alla dimensione religiosa come infrastruttura culturale indispensabile.

Il fenomeno non riguarda le masse, ma chi produce idee. Ed è significativo, perché spesso i trend culturali filtrano nell’opinione pubblica proprio dall’alto. Le storie personali di questo ritorno alla fede sono diverse, ma hanno un tratto comune: la percezione che il modello iper-razionalista non spiega più il mondo e, soprattutto, non aiuta a viverci bene.

Il filosofo Matthew Crawford, per decenni simbolo dell’intellettuale laico, scopre la fede dopo un incontro umano: quello con Marilyn Simon, studiosa e credente. È una storia semplice e insieme rivelatrice: non un bisogno di dottrina, ma di una cornice di senso. Per Crawford, l’idea di un ordine morale superiore diventa una risposta all’eccessiva frammentazione individualista contemporanea.

Paul Kingsnorth, ex figura di riferimento dell’ambientalismo europeo, attraversa varie forme di spiritualità fino all’approdo al cristianesimo ortodosso. L’aspetto interessante, dal punto di vista socio-politico, è il suo rifiuto della “religione del progresso”: secondo lui la crisi ecologica è prima di tutto spirituale, conseguenza di una rottura tra uomo e mondo naturale. La tradizione ortodossa gli appare l’unica in grado di restituire una dimensione sacrale all’esistenza.

Ex deputata olandese, vittima di mutilazione genitale e per anni critica radicale dell’islam politico, Ayaan Hirsi Ali ritrova il cristianesimo come risposta a due problemi:

  • la propria depressione personale;
  • l’incapacità dell’Occidente secolare di contrastare ideologie religiose più aggressive.

Il suo passaggio è forse il più “politico”: denuncia un’Europa culturalmente disarmata e vede nel cristianesimo un baluardo identitario.

Richard Dawkins, il padre del nuovo ateismo, non si converte, ma arretra: oggi si definisce “cristiano culturale”, preoccupato che la scomparsa della tradizione cristiana lasci spazio a vuoti pericolosi, politico-ideologici o religiosi.

Ex pioniere del tech, Jordan Hall scopre Dio non in un tempio futuristico ma in una piccola chiesa di campagna. La sua diagnosi è sociologica prima che mistica: l’Occidente soffre una “terminazione culturale”, tra crollo demografico, solitudine e rapporti digitalizzati. Per lui, la comunità religiosa offre ciò che nessuna tecnologia può sostituire.

Negli USA, nel frattempo, aumentano le conversioni nei giovani uomini, tornano le messe tradizionali, e i seminari sono più frequentati. In un’epoca di precarietà economica, crisi affettive e modelli culturali incerti, la religione si ripresenta come capitale sociale.
Non è un revival folcloristico né una moda: il ritorno alla fede tra gli intellettuali indica un disagio profondo verso un modello culturale che ha perso potenza normativa. Per un’Europa che discute di identità, welfare, natalità e coesione sociale, questo fenomeno merita attenzione: forse la religione sta tornando non come eredità del passato, ma come risorsa per il futuro.

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