Pensione anticipata: ecco la prima società a provare il maxi-scivolo a 5 anni

Pensione anticipata con maxi-scivoli fino a 5 anni grazie all’istituzione del contratto di espansione previsto dal Decreto crescita; Tim sarà la prima ad applicare questo nuovo strumento. Tuttavia gli assegni di pensionamento anticipato rimangono bassi e la quota di occupati over 65 continua a salire.

Pensione anticipata: ecco la prima società a provare il maxi-scivolo a 5 anni

La pensione anticipata ha trovato nel contratto di espansione introdotto dal Decreto Crescita un alleato in grado di fornire una misura di riforma pensioni con l’introduzione di maxi-scivoli di prepensionamento, fino a 5 anni, per tutte quelle aziende che superano i mille dipendenti.
Il sottosegretario al lavoro, Claudio Durigon, e il viceministro all’economia, Laura Castelli, fanno sapere che presso il ministero del Lavoro è stato firmato un accordo, sottoscritto anche dai sindacati, con Tim in merito all’applicazione di questo nuovo strumento.

“Dopo anni di applicazione di ammortizzatori sociali finalizzati ad evitare licenziamenti collettivi, per la prima volta si introduce uno strumento di politica del lavoro, che consente di coniugare politiche attive e passive, favorendo non solo interventi formativi per tutto il personale in forza, ma consente anche di ampliare la base occupazionale, con l’impegno di Tim di assumere 600 nuovi lavoratori e scongiurare circa 3000 esuberi, dopo 10 anni di blocco delle assunzioni”,

affermano il sottosegretario al Lavoro e il viceministro all’Economia.

Pensione di cittadinanza, le cifre degli assegni fanno discutere

Sul tema pensioni continuano a far discutere i dati diffusi dall’Inps inerenti le domande presentate e accolte per ricevere la pensione di cittadinanza e sulle cifre medie erogate per la stessa.

In Veneto, ad esempio, sono circa 5 mila i nuclei familiari coinvolti, con un importo mensile medio di di 177 euro. Secondo Vanna Giantin, Segretaria generale della Fnp-Cisl del Veneto, i dati mostrano come la pensione di cittadinanza abbia si raggiunto prevalentemente anziani sulla soglia della povertà, ma come il provvedimento, complici i molteplici paletti per poterne godere, sicuramente non rappresenti quella scossa positiva tanto auspicata.

Da più voci, tra cui quella della Giantin, si conferma la necessità per gli italiani, e per i pensionati in particolare, di una riforma fiscale vera, strutturale e nel segno dell’equità.

È il Sole 24 Ore a restituirci poi una interessante serie di dati aggiornati sul tema della pensione di cittadinanza. A metà luglio 2019 l’Inps conferma di aver accolto oltre 100 mila domande che, considerando le istanze riguardanti i nuclei familiari, hanno coinvolto circa 128 mila persone.
L’importo medio erogato è stato di circa 207 euro, con oscillazioni minime dovute dalla diversa soluzione abitativa; ovvero a seconda che il percettore paghi un affitto o viva in una casa di proprietà con mutuo o senza.
I numeri sono di molto inferiori rispetto alle stime governative ipotizzate lo scorso anno, ma tuttavia non è ancora chiaro a quanto ammonterà il risparmio rispetto alle risorse stanziate; soprattutto se si pensa che la pensione di cittadinanza viene considerata parte integrante del reddito di cittadinanza.

Riforma pensioni, la proposta fiscale di Boeri

Anche l’ex presidente Inps, Tito Boeri, commenta la questione della riforma delle pensioni facendo notare come ad oggi, la popolazione in età lavorativa sia diminuita di quasi un milione negli ultimi dieci anni, mentre gli occupati in età lavorativa siano gli stessi che si registravano nel 2008. Il dato su cui pone l’accento riguarda poi il numero di occupati sopra i 65 anni che, dalla riforma delle pensioni del 2011, continua a crescere vertiginosamente.

Boeri propone di ricalibrare le agevolazioni contributive concentrandole “sulla fase iniziale di carriere rette su contratti a tempo indeterminato. Ad esempio la fiscalizzazione dei contributi potrebbe attenuarsi gradualmente fino al raggiungimento dei 30 anni di età ed essere garantita solo a chi ha un contratto a tempo indeterminato”.

In questo modo, seguendo la logica proposta da Boeri, le imprese che preferissero continuare ad assumere con contratti a tempo determinato vedrebbero diminuire il range temporale in cui beneficiare dell’agevolazione. Questo perché il lavoratore, invecchiando, ottiene agevolazioni più basse. In questo modo si riuscirebbe a dare un segnale piccolo ma significativo sul tema dell’equità intergenerazionale.

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