OPEC e produttori di shale oil: la guerra dei prezzi al ribasso

L’OPEC perderà nel 2015 257 miliardi dollari in fatturato, ma non importa: non cederà neanche a 20$ al barile. L’obiettivo è far fallire i produttori di shale oil negli Stati Uniti.

Se mai ci fosse dubbio sulla strategia adottata dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), i suoi ricchi membri non hanno alcuna intenzione di muoversi dalla decisione di non tagliare la produzione di petrolio.

I rappresentanti di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno sottolineato una dozzina di volte nelle ultime sei settimane che il gruppo non cercherà fermare il più grande calo del greggio dal 2008, rifiutandosi di limitare la produzione.

Si stima che il Qatar sia il paese produttore di petrolio che più sta contribuendo all’eccesso di offerta globale.

I paesi membri dell’OPEC in realtà vogliono - e stanno ottenendo - un ulteriore diminuzione dei prezzi del petrolio, come parte di un tentativo di accelerare i tagli delle società d’estrazione di shale oil, secondo Barclays Plc e Commerzbank AG.

Il greggio (crude oil) è sceso del 48% nell’ultimo anno ed è diminuito del 35% da quando l’OPEC ha affermato di non volere tagliare la produzione.
Tale decisione, pur andando a stringere i ricavi per i membri dell’OPEC nel 2015, mira a preservare la propria quota di mercato per gli anni a venire.

«Più velocemente si porta il prezzo verso il basso, pù velocemente si avrà una risposta dalla produzione di shale oil statunitense»

ha detto Jamie Webster, analista consulente di IHS a Washington.

Gli Stati Uniti continuano a produrre
La produzione del greggio negli Stati Uniti è risultata pari 9.130.000 di barili al giorno la scorsa settimana, fino a circa 1 milione di barili in più rispetto a un anno fa, 49.000 in più dalla dichiarazione dell’OPEC nel mese di novembre.
Ed ecco gli effetti sull’economia degli Stati Uniti.

Lo shale oil e il fracking, che prevedere la perforazione della roccia in territori statunitensi, hanno fatto salire la produzione del 66% negli ultimi cinque anni. Le esportazioni, ancora limitate per legge, hanno raggiunto un record di 502 mila barili al giorno nel mese di novembre, secondo la Energy Information Administration.

OPEC: meglio perdere in fatturato che cedere al taglio di produzione
I quattro membri del Medio Oriente partecipanti all’OPEC contano sulle riserve combinate stimate dal Fondo Monetario Internazionale a circa 826,4 miliardi dollari per sostenere il crollo dei prezzi.
Il petrolio rappresenta il 63% delle loro esportazioni.

Il crollo dei prezzi avrà un costo di tutti i 12 membri dell’OPEC per un totale di 257 miliardi dollari in perdita di fatturato nel 2015, secondo l’EIA.
Il Venezuela ha una probabilità 93% di inadempiente sul suo debito nei prossimi cinque anni, secondo CMA, un fornitore di dati di proprietà della McGraw Hill Financial Inc.

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha dichiarato il 13 dicembre che «non vi è alcuna possibilità di default» e il 7 gennaio che il Paese ha «la capacità di ottenere il finanziamento» di cui ha bisogno.

L’OPEC non ha intezione di invertire la rotta, anche se i prezzi del petrolio scendessero a 20 dollari al barile e anche se i Paesi esterni all’OPEC si offrissero di aiutare tagliando la propria produzione.
L’eccesso di offerta globale è di 2 milioni di barili al giorno.

L’organizzazione rimarrà fedele alla sua decisione di non tagliare la produzione, anche se i prezzi scendessero ancora e attenderà almeno tre mesi prima di considerare una riunione di emergenza. La compensazione dell’eccedenza di produzione potrebbe richiedere anni.

L’OPEC non ha intenzione di riunirsi prima della sua prossima conferenza in programma nel mese di giugno, come anticipa il ministro del Petrolio kuwaitiano Ali al-Omair. I prezzi si riprenderanno nella seconda metà del 2015, quando i produttori statunitensi di shale oil saranno costretti a ridimensionare le operazioni a causa dei costi troppo elevati, ha aggiunto.

I precedenti storici
Non è la prima volta che i produttori di shale oil degli Stati Uniti sono coinvolti in una battaglia contro l’OPEC per la quota di mercato.

Nel 1986, l’Arabia Saudita aveva avviato un piano di sovrapproduzione e scatenato un ribasso dei prezzi durato quattro mesi: il 67% di calo del prezzo aveva portato il petrolio ad appena sopra i 10 dollari al barile.
L’industria statunitense crollò, innescando quasi un quarto di secolo di declino della produzione, e i sauditi riacquistarono il loro ruolo di primo piano nel mercato petrolifero mondiale.

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