Nexit: la vittoria dei populisti di Wilders spianerebbe la strada alla Nexit, l’uscita dell’Olanda dall’UE. Vediamo le ragioni politiche e le caratteristiche tecniche dell’uscita dall’UE.
L’Olanda può uscire dall’UE, dando vita alla Nexit? Con le elezioni in Olanda del 15 marzo, i cittadini saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e con esso il Governo, oggi guidato dal conservatore Mark Rutte. Al momento, i principali sondaggi danno i populisti del Partito della Libertà (PVV), guidato da Geert Wilders vincenti, una prospettiva che sancirebbe senz’altro l’uscita dell’Olanda dall’UE - soprannominata Nexit, sulla stessa scia di Brexit e Grexit.
Geert Wilders ha condotto la campagna elettorale sulla base della Nexit, l’uscita unilaterale dell’Olanda dall’UE. Una prospettiva che lo lega inestricabilmente ai membri della famiglia populista europea i cui membri più importanti sono la francese Marine Le Pen, la tedesca Frauke Petry e il nostrano Matteo Salvini.
Da un punto di vista politico, Wilders ritiene che l’uscita dell’Olanda dall’UE significhi il ripristino delle prerogative politiche ed economiche nazionali, oggi in buona dose derubricate dagli Stati membri all’UE. Nonostante l’Olanda non abbia sofferto la crisi economica come altri nell’eurozona, i populisti del Partito della Libertà guidati da Wilders attribuiscono all’UE e alla cecità delle politiche economiche da essa promosse la responsabilità del degrado che ha interessato le fasce sociali olandesi meno abbienti.
Sul piano tecnico, nulla vieta all’Olanda - qualora Wilders dovesse spuntarla alle elezioni del 15 marzo - di presentare domanda formale di uscita dall’UE. Si tratterebbe, come fu per la Brexit, d’invocare il famoso articolo 50 del TUE (Trattato sull’Unione europea) per il recesso dall’UE.
Nexit: perché Wilders vuole uscire dall’UE?
Le ragioni che sottostanno alla Nexit sono, invero, le stesse che muovono i principali leader populisti europei: l’UE è vista come un “mostro” - per dirla con Enzensberger - la cui complessa architettura, unita alla profonda cecità economica dei suoi manovratori, ne fanno un vincolo per la salute economica degli Stati membri.
Come si diceva, l’impatto della crisi economica in Olanda non è minimamente comparabile a quello avuto sulle economie del Sud Europa. Eppure, il governo Rutte è, secondo i populisti del Partito della Libertà, responsabile di aver promosso politiche restrittive della domanda e tagliato come mai in passato la spesa pubblica. Manovre che, secondo Servaas Storm, hanno legittimato i populisti di Wilders e la Nexit agli occhi dei cittadini.
Per contro, come ha di recente sostenuto Andrés Velasco, economista ed ex Ministro delle finanze cileno, il populismo economico promosso da leader quali Wilders tende a denunciare le istanze deflazionistiche promosse dal nucleo sovranazionale dell’UE (BCE e Commissione UE) in nome di politiche economiche favorevoli alla domanda, quindi inflazionistiche entro i limiti del ragionevole.
Il consolidamento fiscale promosso dall’UE - e, va detto, foraggiato nei principali consessi economici dalla Germania e dagli stessi conservatori olandesi - ha spinto i salari delle classi meno abbienti al ribasso in tutta Europa, Olanda inclusa, innescando un malcontento tale da spingere i populisti fuori dal recinto delle periferie. L’immigrazione e le condizioni di restrizione economica imposte dall’UE, sono fattori che per Wilders vanno considerati come inestricabilmente connessi. Va da sé, ciò è all’origine di vergognose campagne d’odio, ronde e caccia all’immigrato.
Nexit è per Wilders il necessario step per tornare a controllare la politica economica e l’immigrazione, fattori a suo dire oggi viziati dalla presenza imperante della tecnocrazia europea. Come ha sostenuto l’economista e matematico Nassim taleb, le istanze populistiche patrocinate da leader della politica come Wilders, Le Pen e Trump si spiegano con la crisi di rigetto, provata dalle società, dell’aristocrazia degli esperti - di casa a Bruxelles.
Paesi Bassi, Nexit: come si esce tecnicamente dall’UE?
La Brexit è un utile precedente per capire che l’uscita dall’UE, in questo caso Nexit, è tutt’altro che impossibile. Fino a qualche anno fa, diciamo prima dello scoppio della crisi, l’Integrazione europea era dai suoi apologeti vissuta, e narrata, come un processo inarrestabile, non classificabile secondo criteri di normale storicità. Con lo scoppio della crisi e l’aumento del malcontento sociale ed economico, l’aurea di irreversibilità si è dissolta (o comunque attenuata), sebbene molti a Bruxelles e Francoforte continuino a ritenere il contrario.
In breve, qualora uno stato intendesse uscire dall’UE, non avrebbe che da inoltrare richiesta formale al Consiglio europeo, l’organo di indirizzo politico e strategico dell’UE (una sorta di consesso nel quale siedono i Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri dell’UE). Come riporta Eur-lex, dal Consiglio europeo fuoriesce un “accordo volto a definire le modalità del recesso di tale paese”.
Ciò dimostra, in estrema sintesi, che l’uscita di un Paese dall’UE è vissuta come una decisione ad hoc, da valutare in base ad una molteplicità di fattori concernenti il Paese in esame.
Una volta che il Consiglio europeo si è espresso, la decisione passa al Consiglio, il quale delibera a “maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo”. Naturalmente, priva di addivenire al divorzio formale, la pratica (con la Brexit si aprono le porte ad una prassi dell’uscita) prevede un negoziato tra il Paese che intende uscire, l’UE e gli Stati membri sulle caratteristiche dell’accordo.
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