Mobbing sul lavoro: significato, cause, conseguenze e come risolvere il problema

Cosa significa mobbing? Il mobbing sul lavoro è reato? Ecco quando una pratica persecutoria si può definire mobbing e come fare per risolvere il problema.

Mobbing sul lavoro: significato, cause, conseguenze e come risolvere il problema

Mobbing, cos’è? Da diversi anni si parla spesso di mobbing, specialmente nell’ambito lavorativo. In questi ambiti con il termine mobbing si intende quella pratica persecutoria o di violenza psicologica attuata o dal datore di lavoro o dai colleghi nei confronti di un lavoratore per costringerlo alle dimissioni.

Purtroppo, il mobbing sul lavoro è una pratica molto diffusa, poco conosciuta e troppo spesso “tollerata” dalla vittima per la paura di perdere il posto di lavoro, nonostante lo stress psicologico a cui viene sottoposta da colleghi o dallo stesso datore.

I casi di mobbing però non vanno assolutamente sottovalutati poiché in alcuni casi, come testimoniato da diversi studi sul tema, può condurre all’invalidità psicologica, tanto da poter parlare di malattie professionali e/o di infortuni sul lavoro.

Il mobbing non va confuso con le controversie che si possono quotidianamente verificarsi nell’ambiente di lavoro. È bene precisare infatti che affinché si possa parlare di mobbing sul lavoro devono persistere diversi elementi:

  • la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio;
  • l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente;
  • il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore;
  • la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Un comportamento che non può essere sottovalutato, anzi, va immediatamente denunciato da chi lo subisce. Si tratta comunque di un tema delicato che va affrontato con chiarezza ed è per questo che qui abbiamo deciso di fare un approfondimento su cos’è il mobbing e su quali potrebbero essere le conseguenze per chi lo subisce.

Cosa significa mobbing?

Si definisce mobbing l’insieme di comportamenti posti in essere dal datore di lavoro (mobbing verticale) o dai colleghi (mobbing orizzontale) che hanno lo scopo di perseguitare un lavoratore al fine di emarginarlo e ledere il suo benessere psico fisico. Affinché si possa parlare di mobbing non è sufficiente un singolo atto ma è necessaria una pluralità di condotte lesive.

A tal proposito, la giurisprudenza della Corte di Cassazione civile (Sez. lav. n. 3785 del 17 febbraio 2009) ha precisato:

“Per mobbing si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psichico e del complesso della sua personalità”.

Quindi, nel caso in cui non si possa individuare “il carattere unitariamente persecutorio e discriminante nei confronti del singolo del complesso delle condotte poste in essere sul luogo di lavoro” (sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV n. 2272 del 21 aprile 2010) non è possibile parlare di mobbing.

Mobbing: cause e conseguenze

L’obiettivo del mobbing è quello di “eliminare” una persona ritenuta in qualche modo “scomoda”, portandola anche al licenziamento e/o alle dimissioni. L’elemento principale spesso è la competizione, associata all’antipatia o alla gelosia nei confronti di quella persona. Esistono delle vere e proprie strategie aziendali a tale scopo che, tra le altre cose, causano:

  • emarginazione;
  • diffusione di maldicenze;
  • assegnazione di compiti dequalificanti;
  • pregiudizio dell’immagine sociale nei confronti di clienti e superiori;
  • sabotaggio del lavoro.

Quali sono le conseguenze sul lavoratore vittima? Eccone alcune:

  • problemi psichici alla vittima;
  • disturbi psicosomatici;
  • depressione;
  • danno all’azienda stessa che registra un calo della produttività nei reparti in cui un lavoratore subisce mobbing dai colleghi;
  • suicidio, nei casi più gravi. Secondo l’associazione PRIMA da un’indagine statistica condotta in Svezia il mobbing è fino al 20% causa dei suicidi registratisi in un anno.

Quali sono i soggetti più esposti?

Tra le “vittime tipo” ci sono coloro che hanno una condizione lavorativa ancora precaria, quindi, facilmente ricattabili, nonché quelli più dotati, sempre in un’ottica competitiva. I colleghi invidiosi dei successi o della stima di cui un dipendente gode tra i suoi superiori potrebbero farne una vittima “ideale”.

Il mobbing è reato?

In ambito penale non esiste il reato di mobbing. Il giudice dovrà esaminare le condotte commesse ai danni della vittima per accertare se gli atti posti in essere possano configurare delle fattispecie di reato.

Si potrà parlare eventualmente di molestie sessuali, maltrattamenti, ingiuria, diffamazione, stalking e violenza privata.

Diversa la situazione in ambito civile ove si dovrà valutare se gli atti persecutori abbiano leso dei diritti della vittima e arrecato ad essa dei danni risarcibili.

Il lavoratore che ritenga di aver subito un danno dalla condotta del datore di lavoro o dei colleghi dovrà rivolgersi al giudice del lavoro e provare:

  • la situazione di mobbing, cioè le condotte vessatorie poste in essere nei suoi confronti
  • il dolo da parte dell’autore
  • il danno ingiusto come effetto dei comportamenti lesivi.

Mobbing: cosa fare quando si è vittime?

La vittima di mobbing può e deve cercare sostegno grazie alle associazioni specifiche, i sindacati, i medici. Si può inoltre fare ricorso alle vie legali, presentando una documentazione come prova, e facendo richiesta di risarcimento del danno subito (sicuramente difficile da quantificare), nonostante in Italia non esista una normativa specifica in tal senso.

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 6572/06 nel marzo 2006 ha dissipato ogni dubbio circa il riconoscimento di un danno di natura esistenziale da mobbing, come:

“Ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno”.

I danni di cui si può domandare il risarcimento sono di natura:

  • patrimoniale: danno emergente (quali spese mediche) e lucro cessante (quantificabile sempre in un somma di denaro, ad esempio per perdita di chance o ridotta capacità di produrre reddito); danno alla professionalità, ossia il danno derivante dalla ridotta possibilità di carriera per demansionamento o dequalificazione professionale (assegnazione al lavoratore di mansioni inferiori alle sue competenze e inquadramento).)
  • non patrimoniale: il danno alla lesione dell’integrità psico fisica dell’individuo (danno biologico);

La prova non viene sempre fornita in maniera agevole ed è su questo punto che recentemente si è pronunciata la Corte di Cassazione con sentenza n. 172 dell’8 gennaio 2014, allorquando afferma che tutte le tipologie di danno conseguenti alla condotta dell’autore di mobbing devono essere provate in modo autonomo.

Mobbing: il modello a 6 fasi

Harald Ege, Psicologo operante nell’ ambito della Psicologia del Lavoro e e della Psicologia giuridica, CTU del Tribunale, Presidente di PRIMA, l’Associazione italiana contro mobbing e stress psico-sociale, partendo dagli studi tedeschi e svedesi, nonché dal modello a 4 fasi di Leymann, ha elaborato il seguente modello a 6 fasi:

  • Condizione Zero, ovvero la pre-fase in cui non c’è una vittima cristallizzata, ma una situazione generale di conflittualità, In questa fase non emerge la volontà di aggredire, distruggere o assalire la vittima, c’è solo quella di elevarsi sugli altri;
  • Fase I: conflitto mirato. Nella prima fase viene scelta la vittima e la conflittualità si muove su un filo sottile tra sfera lavorativa e sfera privata;
  • Fase II: l’inizio del mobbing. Inizia della vittima un senso di disagio e fastidio, che non sfocia ancora in malattie di tipo psico-somatico;
  • FASE III: Primi sintomi psico-somatici. Questi primi sintomi sono relativi a un senso di insicurezza, problemi digestivi o insonnia;
  • Fase IV: Errori ed abusi dell’amministrazione del personale. Il caso di mobbing diventa pubblico e iniziano le assenze per malattia della vittima;
  • Fase V: serio aggravamento della salute psico fisica della vittima. Inizia la fase di depressione a cui si risponde con terapie palliative;
  • Fase VI: esclusione dal mondo del lavoro. La vittima esce dal mondo del lavoro: dimissioni volontarie, licenziamento, pre-pensionamento. Nei casi più gravi si possono compiere atti estremi: suicidio o vendetta sul mobber.

In conclusione il disadattamento lavorativo è una piaga sociale, particolarmente diffusa soprattutto nel settore terziario e tra le donne, per poter migliorare la situazione è necessario che chi ne è vittima possa denunciare l’abuso agli organi competenti che si occupano di tutelare il lavoratore e l’urgente bisogno di costruire una attenta gestione delle risorse umane e delle relazioni all’interno dei luoghi di lavoro.

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2 commenti

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Tomaso • Agosto 2015

Sono proprio i sindacati che fanno mobbing. Ma che stiamo dicendo

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Anonimo • Giugno 2014

Cosa succede ad una azienda di 4 dipendenti ,dove 2 sono a casa per mobbing quindi stress lavorativo? vi prego è urgente

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