Mark Zuckerberg, CEO di Meta, ha annunciato la fine del programma di fact-checking della piattaforma, sostituito da un sistema basato sulla community, simile a quello di X (ex Twitter) di Elon Musk.
Questa decisione, motivata dagli errori frequenti dei fact-checker e dall’intento di ridurre i bias, solleva preoccupazioni sul ritorno delle fake news, specialmente dopo le recenti elezioni presidenziali negli USA. Il nuovo approccio, denominato Community Notes, sarà implementato nei prossimi mesi su Facebook, Instagram e Threads, offrendo note meno invasive per fornire contesto ai contenuti senza penalizzarli nel ranking.
L’annuncio coincide con l’elezione di Donald Trump e la nomina di Dana White nel consiglio di amministrazione di Meta. Dopo la vittoria di Trump, l’azienda sembra cercare un riavvicinamento, includendo donazioni e incontri con l’ex presidente.
Meta ha introdotto il fact-checking nel 2016 per contrastare la disinformazione, collaborando con quasi 100 organizzazioni in 60 lingue.
E in Italia, quali società hanno gestito fact-checking per conto di Facebook. ora Meta?
Facebook e il fact-checking in Italia
Nel 2021 Facebook ha scelto, secondo criteri non resi pubblici, un ristretto gruppo di società private per la «verifica indipendente» delle notizie che circolavano sulla piattaforma stessa in modo da poter procedere alla gestione dei contenuti condivisi dagli utenti che fossero giudicati «falsi», «non verificati» o «fuori contesto» da questi stessi fornitori esterni di valutazioni di veridicità.
Da quel che abbiamo potuto sperimentare empiricamente come utenti le conseguenze di tali giudizi sono andate dalla rimozione dei contenuti a interventi algoritmici simili allo «shadow ban», ovvero contenuti formalmente presenti sul social ma non mostrati alla rete di contatti di chi ha condiviso, una specie di piccolo buco nero, e in effetti una forma di pseudo dark-web, nei profili di milioni di utenti.
In altri casi le valutazioni hanno portato all’apparizione di disclaimer sui post condivisi quando erano citate fonti che non avevano passato il controllo dei fact checkers.
Per l’Italia i soggetti selezionati per questo lavoro sono stati Open e Pagella Politica.
Mentre il secondo editore, Pagella Politica, dichiara apertamente che il fact checking è il suo core business e che i loro introiti dipendono di fatto da fondi pubblici europei e dalla vendita di questo tipo di servizi (devono essere stati lungimiranti sulla nascita di questo mercato quando sono nati nel 2012...) Open è un caso diverso in quanto si presenta al pubblico come un progetto editoriale più tradizionale il cui focus è fornire informazione più che sbugiardare l’informazione altrui, attività che di fatto è parte della linea editoriale di Open principalmente per cooptazione dell’autore di punta di bufale.net David Puente. Anche qui un «acquisto» utile previdente del mercato che sarebbe nato di lì a poco sulla fornitura di servizi di verifica delle news che, come apprendiamo dalla pagina sopra linkata di pagella politica, vede tra i clienti anche Tik Tok.
Quelli di fact checking sono stati anche i contenuti più utili a Open per generare accessi e visualizzazioni sin dall’inizio della propria vita online: controversi e divisivi, spesso smaccatamente faziosi, gli articoli di fact checking uniti al posizionamento mediatico del suo fondatore (che ha trovato in Open anche un canale di monetizzazione della sua popolosa community su facebook, quella del famoso attacco ai «webeti») hanno permesso a Open di ottenere condivisioni date dai «flame» che spesso questi articoli generavano, ottenendo al contempo visibilità e condivisioni dai supporter di Mentana così come altrettanto impegno nel commentare, memare e criticare (magari con articoli argomentati linkanti l’articolo di fact checking su open, oro per la crescita SEO del sito che infatti è stata prorompente sin dalla sua nascita). Un piano geniale ed efficace, che sia stato pianificato volontariamente o meno.
Ancora oggi che Open e in sito maturo e costituito da migliaia di articoli, le keyword principali oltre alle chiavi di brand sono Putin e Porno, un’accoppiata certamente originale.
Keyword principali di Open.online
Putin e porno, fonte Semrush
Si noti come il posizionamento di Open come secondo risultato dopo wikipedia per la ricerca «Putin», sensibilissima di questi tempi quanto lo era la ricerca «covid» un anno e mezzo fa, sia sintomatico di come Google utilizzi questo sito con gli stessi criteri di Facebook, senza tuttavia pagarlo per questo. Quando si dice viaggiare a scrocco.
Quanti soldi prende Open da Facebook per i suoi servizi?
Ci piacerebbe poter rispondere a questa domanda con delle cifre precise dato che per le peculiarità dell’incarico conferito a Open e per le conseguenze pratiche che tale incarico ha nella circolazione delle notizie online in Italia la massima trasparenza sui criteri di selezione dei fornitori e sul compenso per il servizio sarebbe il minimo che ci si potrebbe aspettare.
Invece, sorprendentemente, né Facebook né Open hanno rilasciato dati in tal senso. Per fortuna alcuni numeri vanno pubblicati per legge, nello specifico i bilanci della G.O.L., la società editrice di Open, da cui non possiamo dedurre che nell’anno in cui Facebook assegna l’incarico a Open per il fact checking abbiamo il primo bilancio con EBITDA positivo per l’azienda che, nei 3 esercizi precedenti aveva accumulato perdite per oltre mezzo milione di Euro.
Come si può vedere nello specchietto qui sopra che riporta i dati salienti dei bilanci dal 2018 a 2021, nell’anno in cui Facebook assolda Open per il suo progetto abbiamo un aumento di fatturato di circa 330.000€ rispetto all’anno precedente.
D’altro canto la collaborazione nasce solo nell’ultimo trimestre dell’anno, è quindi plausibile sia andato a bilancio solo un primo rateo per il servizio, al massimo con un maggiorazione a titolo di acconto, sarà quindi decisivo vedere i dati di bilancio del 2022 per avere qualche elemento in più per farsi un’idea.
Inoltre, non è possibile sapere quale sarebbe stata la dinamica dell’andamento del fatturato in assenza di questo contratto.
E’ comunque possibile stimare che il 2021 sia stato un anno di crescita della raccolta pubblicitaria per Open rispetto al 2020 per un aumento del traffico generato, ancora sostenuto dal tema Covid che è stato un elemento trainante per tutto il settore dell’informazione sul web per 2 anni.
Quanto vale quindi il contratto tra Facebook e Open? A mio giudizio, e sottolineo che si tratta di una stima e per quanto espresso sopra deve essere espressa con una forbice ampia, tra i 300.000€ i 600.000€ annui. Tariffa che sarebbe anche bassa tenendo conto del valore d’uso per Facebook del servizio fornito da Open.
Del resto Open aveva margine di trattativa? Si tratta alla fine di un rapporto che ha comunque accresciuto riconoscibilità e autorevolezza di un prodotto editoriale giovanissimo e del resto in Open potevano solo essere contenti di essere stati scelti quando sul mercato italiano sono certamente presenti editori e redazioni maggiormente attrezzati e autorevoli rispetto a una piccola redazione online.
Rimane quindi il mistero su perché siano state scelte da Facebook due realtà di secondo piano come Open e Pagella Politica, così come quali criteri di selezione siano stati seguiti per questa scelta. Non ci risulta Open abbia ancora pubblicato articoli di fact checking a riguardo, eppure avrebbe a disposizione dati di prima mano. Magari si tengono lo scoop per il futuro.
Sono certamente da notare dei fatti che sono note di colore, ma forse neanche troppo.
Per quanto il fenomeno della lotta alle fake news (che è però, per chi non l’avesse capito, lì sul bordo con la lotta alla libertà di espressione) sia totalmente coerente con la cultura interna di società come Facebook, operazioni come quella di inibire la diffusione di certi tipi di contenuti è un potenziale danno per Facebook che vede ridotta la sua capacità di tenere «ingaggiata» una fetta di pubblico piuttosto consistente, certo non insignificante. L’ottimale per Facebook sarebbe far circolare tutto «appuntandosi» in forma nascosta nell’implicito dossier che ha su tutti i suoi iscritti chi sono quelli che sono sensibili e/o in accordo con un certo tipo di idee e informazioni.
Perché quindi Facebook ha superato il Rubicone? A un certo punto, nonostante il pieno allineamento a un certo tipo di politica e di visione del mondo, Zuckerberg ha subito fortissime pressioni (lui in primis ma è valso per l’intero settore del digitale, se ne sono visti i segni tangibili nel comportamento dell’algortirmo di Google e Elon Musk, con i sempre troppo sottovalutati twitter files (btw, cercandoli su Google appare per primo il per nulla schierato wired con un articolo di opinione che titola «molto rumore per nulla»), ha mostrato esplicitamente a tutto il mondo come quello della manipolazione dei flussi di informazione online fosse un fenomeno consolidato presso le Big Tech con rapporti poco trasparenti con le amministrazioni e intere unit dedicate al lavoro di analisi e banning/shadowbanning di profili e contenuti.
Da dove sono arrivate originate pressioni verso la «verifica dei fatti»? Difficile individuare un singolo personaggio anche se, 5 anni fa, un personaggio a tal riguardo si espresse in modo esplicito. George Soros. Eccolo qui a chiedere «maggior regolamentazione per Facebook e Google» proprio in forza della loro posizione quasi monopolistica dell’informazione online.
Per uno strano incidente del destino (è certamente così, non può essere che una coincidenza), Open si chiama come l’associazione filantropica principale di Soros, la Open Society, ricca di propaggini e grande distributrice di fondi a ONG in tutto il mondo per la promozione dei progetti più disparati, tutti uniti dalla «mission» del far emergere nel mondo la cosiddetta «società aperta», frutto molto concreto delle idee filosofiche di quello che fu docente diretto di Soros, Karl Popper, lo stesso che definì scienza la conoscenza che è sperimentalmente falsificabile.
Soros è oggi un filantropo a tempo pieno ma la sua vita è stata quella dello speculatore finanziario, attività che gli ha permesso di costruire una fortuna enorme. Una bella fetta dei soldi fatti da Soros sono di noi italiani: nel 1992 aprì delle importanti posizioni di vendita allo scoperto contro la lira italiana e la sterlina inglese.
Come dicono i musicisti di scarsa vena creativa «le note sono sette», così è normale che il loro giro di accordi e il loro reef siano così simili a quel vecchio successo di qualche tempo prima, le parole, anche se più di sette, sono pur sempre in numero limitato. In più mentre le note corrispondono a frequenze precise, definite dalle leggi della fisica, le parole si prestano a una maggiore plasticità di definizione e interpretazione.
Finisce così che gli Open, portatori di un nome che nella visione di Popper rappresentava una società in cui gli individui si confrontano con le loro decisioni personali in opposizione ad una «società magica o tribale o collettivista», finiscano per operare per una società in cui un solo e peculiare modo di vedere il mondo e interpretare i fatti sia ammesso e chi non lo condivide vada bannato o, più viscidamente, shadowbannato. Succede spesso che la Storia partorisca mostri quando i frutti della speculazione filosofica vengono trasformati in dottrina politica.