L’Africa non è più solo il continente delle crisi raccontate dall’Occidente, ma un laboratorio di crescita, innovazione e identità destinato a ridefinire gli equilibri globali.
Nel suo libro “Le ali dell’Africa” (Il Mulino), Alberto Magnani, giornalista de Il Sole 24 Ore ed esperto di affari africani, racconta una regione in trasformazione, tra energie nuove e contraddizioni profonde. Con lui abbiamo parlato delle forze che spingono l’Africa a volare — e degli ostacoli che ancora la frenano.
Il suo ultimo titolo si intitola “Le ali dell’Africa”. Quali sono, in concreto, le ali che consentono a questo continente di volare?
Ce ne sono diverse. Alcune delle più poderose potrebbero essere la leva demografica, diversificazione ed espansione delle sue economie e un’integrazione interna sulla scia dell’African continental free trade area, il maxi-accordo di libero scambio entrato in azione nel 2021. L’espansione demografica è quella che farà fluire ogni anno oltre 10 milioni di giovani nel mercato lavorativo, un’ondata costante di energia intellettuale e fisica che può diventare la leva di una crescita più sostenibile di quella attuale. La diversificazione è la tendenza a sottrarsi alle “monocolture” di materie prime, sbloccando modelli che dipendono dalle esportazioni di commodity e avviando sistemi economici più dinamici e attrattivi anche per gli investitori: basti pensare ai ritmi di espansione delle economie che guardano in quella direzione, anche in casi controversi come la Costa d’Avorio. La terza ala è quella dell’integrazione, capitalizzando un mercato interno che oggi langue su valori irrisori rispetto a quello di altri continenti: le economie africane esportano al di fuori del Continente e non al suo interno, penalizzando il potenziale di un mercato via via sempre più incline alla coesione e quindi al rialzo di flussi interni. L’Afcfta sta imbastendo un’area di libero scambio da 2,5 miliardi di persone nel 2050 e la creazione di un mercato proiettato dall’Onu a dimensioni di 3.400 miliardi di dollari.
Leggendo il tuo libro prende forma un’Africa a più velocità, un continente dove ci sono luci e ombre. Quali sono, in base alle tue esperienze, le luci più brillanti e quali le zone d’ombra più preoccupanti?
Le luci e ombre sono implicite, in un certo senso, alle tre potenzialità che abbiamo descritto prima. L’Africa è un Continente giovane, è vero, ma un exploit demografico senza valorizzazione dei giovani rischia di diventare più una minaccia di instabilità che un terreno fertile di espansione. La crescita economica non può che essere salutare in astratto, ma deve accompagnarsi a una distribuzione più inclusiva se non si vuole sfociare in casi anche patologici di disuguaglianza e tensione come quello del Sudafrica o della Nigeria: un big petrolifero pervaso da disparità e povertà ancora più ingiustificabili rispetto al suo patrimonio. Più in generale, la “luce” principale del Continente sono la vitalità economica, politica, umana e imprenditoriale di una regione nel vivo di trasformazioni anche profonde e sempre più in espansione antitetica alla recessione demografica e – a volte – economica di partner ed ex partner occidentali. Le ombre più preoccupanti affiorano soprattutto da permanenza di povertà, disuguaglianze e l’avanzata di violenze terroristiche che ha condannato regioni come il Sahel a diventare l’epicentro globale (non “solo” africano!) del terrorismo. I tre fenomeni sono intrecciati fra loro, visto che miseria e disparità sono un motore formidabile per il reclutamento in gruppi armati che fanno breccia più nella frustrazione sociale che in un indottrinamento confessionale pur presente e pericoloso.
In Occidente raccontiamo spesso l’Africa come territorio di conquista di potenze terze: Russia, Cina, Turchia, India. Cosa sta succedendo davvero? Siamo di fronte ad un neo colonialismo oppure a una cooperazione win win?
Volendo un mélange fra i due, ma più che altro siamo di fronte a un fenomeno a se stante ed estraneo alle categorie che ci sono più familiari. Nessuno discute gli approcci opachi o brutali dei contractors in arrivo dalla Russia, l’espansione capillare e a tratti spregiudicata dalla Cina, le aspirazioni neo-imperiali di Erdogan o l’ascesa altrettanto discutibile nei metodi dei Paesi del Golfo, con controversie che vanno dallo sfruttamento dei lavoratori al land grabbing o ai rapporti opachi con forze come i paramilitari in Sudan. Ma al tempo stesso non va trascurato, e andrebbe anzi premesso, che i governi africani possono oggi attingere a una varietà sempre più ampia di interlocutori e scegliere in base alle esigenze: sono un attore attivo e non passivo nelle relazioni internazionali e negli accordi più pragmatici. Con tutte le opportunità e i rischi che ne possono conseguire.
Quali sono gli hub tecnologici più interessanti del continente? E quali i Paesi che attraggono più investimenti (e in che settore)?
Gli hub tecnologici più effervescenti sono disseminati fra Lagos (Nigeria), Nairobi (Kenya), Città del Capo (Sudafrica), senza dimenticare scene rilevanti come quelle di Marocco, Egitto, Tanzania (vedi il caso della Silicon Zanzibar) e soprattutto Rwanda: un Paese tanto minuto nelle sue dimensioni quanto capace di intessere un sistema economico improntato anche a innovazione e digitale. Il grosso dei fondi fluisce a favore degli hub nigeriani, kenioti e sudafricani e gratifica soprattutto settori come le tecnologie finanziarie, forse il più caratteristico e prolifico in Africa, oltre a tecnologie verdi, agritech e sanità. Va osservata con cura l’espansione dell’intelligenza artificiale, tanto embrionale quanto destinata a un’esplosione che ha già catturato l’interesse – miliardario – dei big del digitale come Google, Microsoft e Amazon Web Service, la costola cloud di Amazon.
L’Africa ha davvero bisogno della democrazia di stampo occidentale per “funzionare” oppure, come sostiene più di un analista, c’è bisogno che ciascun Paese trovi la propria strada, anche a costo di superare prima eventi tragici come rivoluzioni e guerre?
La domanda coglie esattamente la questione. Le ultime ondate golpistiche e i movimenti di piazza scatenati anche dalla cosiddetta GEN Z sono stati accolti, rispettivamente, come involuzioni autocratiche e un sintomo di una vitalità politica sana. Invece potrebbero rientrare entrambi nella stessa tendenza: quella appunto al dissenso e all’insoddisfazione verso democrazie in senso solo nominale, rette più su legami orami precari con i partner esterni che su un consenso interno e sostanziale. È chiaro che la ribalta di giunte militari spesso repressive non è lo scenario più auspicabile, almeno agli occhi occidentali, ma tanto le giunte quanto le ondate di rivolta dei giovanissimi sono indicatori di democrazie che esprimono un’esigenza di rappresentanza ed espressione di sé diversa dall’impalcatura delle cosiddette autocrazie elettorali ancora diffuse nel Continente. In questo senso gli ultimissimi esempi che ci arrivano da Camerun (riconferma del 92enne Paul Biya), Costa d’Avorio (quarto mandato di Alassane Ouattara) e Tanzania (voto a senso unico per Samia Hassan) testimoniano l’anomalia di un Continente giovanissimo ma dominato da leader anziani, anche se la loro tenuta è insidiata appunto dal dilagare del dissenso under 30 rimbalzato fra Kenya, Nigeria, Uganda e più di recente Marocco e Madagascar. Anche se purtroppo Antananarivo sembra aver assunto una piega più marziale che rivoluzionaria…
Quali sono i grandi ostacoli che l’Africa deve superare, le sfide da vincere, per diventare davvero, un giorno, una potenza globale?
L’ostacolo principale è anche il suo potenziale più evidente: un’integrazione continentale che dia un significato e una prospettiva materiale a quel panafricanismo che rientri nell’identità storica dell’Unione africana e di decenni – accelerati – di integrazione. Ci sono diversi scetticismi, a partire dalla stessa Ua, ed è chiaro che non si parla di un processo immediato o lineare. Ma il blocco compatto già emerso a volte in politica estera può essere un saggio delle capacità del Continente come attore autonomo e incisivo sullo scacchiere internazionale. La coesione politica dovrebbe accompagnarsi all’indipendenza economica, accentuando quel processo di sovranità sulle materie prime che straripano in Africa e sono oggi riversate a beneficio prioritario di investitori esterni ed élite compiacenti: dal cobalto che abbonda nello “scandalo geologico” della Repubblica democratica del Congo ai diamanti del Botswana, fino alle risorse in una fascia saheliana oggi puntellata di giunte. Un’Africa compatta e titolare delle sue stesse risorse può accrescere il suo peso in un mondo sempre più multipolare ed estranei al dualismo Occidente-Oriente che ci ha accompagnato finora. Siamo entrati nella fase di ribalta della maggioranza globale e l’Africa può essere protagonista di quella maggioranza.