Austerità espansiva: il FMI riconosce l’errore che sta uccidendo economia e democrazia in Europa

L’austerità espansiva, ovvero la strategia fatta di tagli alla spesa pubblica e di aumenti di tasse rivela sempre più il suo potenziale devastante. L’inefficacia è stata dimostrata da ricerche di organismi istituzionali internazionali ma riproposta e condivisa da Ue , Bce e Governo italiano.

La famigerata “austerità espansiva” dogma UE è la teoria che considera il saldo positivo delle entrate pubbliche (consolidamento fiscale) come la strategia che genera un clima positivo per consumatori e investitori che rialimentano così la domanda di beni e servizi rilanciando la crescita.

Gli assurdi della vicenda economica, sociale e istituzionale dei paesi del Sud Europa e dell’Italia in particolare son rappresentati dai riscontri in ambito istituzionale degli errori connessi nella impostazione delle politiche di austerità, dalla incapacità della BCE di aiutare le economie dell’Eurozona in crisi e infine dagli orrori di studi economici sulla insostenibilità del debito pubblico.

Esistono due studi del Fondo Monetario Internazionale (pubblicizzati nel World Economic Outlook del 2012 e nel Working Paper lo scorso anno) firmati entrambi dal capo economista del Fondo Olivier Blanchard in cui si afferma tranquillamente “ci siamo sbagliati” nell’uso dei moltiplicatori fiscali utilizzati nel calcolo degli effetti prodotti dalle politiche di austerità.

Il parametro che consente di misurare gli effetti della politica fiscale sul reddito a seguito di un aumento o una riduzione di imposte o di spesa pubblica è il cosiddetto moltiplicatore fiscale.

In buona sostanza e semplificando il taglio di un euro di spesa pubblica ha generato una perdita di PIL non di mezzo euro come si credeva ma di un euro e mezzo!

L’incremento invece di tasse di un euro ha generato una perdita di PIL variabile, tra mezzo euro e un terzo di euro. Un ulteriore studio di due anni fa dell’Ufficio della Responsabilità del Budget che è un autorità britannica indipendente ha verificato gli errori connessi ai moltiplicatori fiscali.

Riducendo la spesa pubblica di un euro l’incidenza sul minore reddito prodotto è stata non di 0.6 euro ma di 1,3 euro. Infine l’assurdo operare al contrario di quanto verificato con ricerche specialistiche e di parte. Il paper della BCE dal titolo “WORKING PAPER SERIES NO 1483 / OCTOBER 2012. GAUGING THE EFFECTS OF FISCAL STIMULUS PACKAGES IN THE EURO AREA - Günter Coenen, Roland Straub and Mathias Trabandt”. Questa ricerca della BCE arriva ad affermare , che gli strumenti di politica fiscale che funzionano meglio sono in ordine la spesa pubblica per consumi di beni e servizi e poi gli investimenti pubblici.

La riduzione delle tasse fa bene, ma produce minori effetti sul Pil della spesa pubblica.
I ricercatori della Bce arrivano a scrivere relativamente al “Piano Europeo Ripresa Economica” (EERP) che se tutte le risorse del programma fossero state usate per consumi pubblici l’impatto sul PIL sarebbe stato di due o tre volte maggiore.

Praticamente tutto l’opposto delle proposte di Alesina , Giavazzi e ultimo Tabellini, che si leggono sul Corriere della Sera. Che cosa dire inoltre degli errori ed orrori prodotti nello studio “ Growth in the time of debt” (“la crescita ai tempi del debito”), che ha legittimato le politiche di austerità elaborate da banche centrali e osannate da politici? Redatto da due autorevoli economisti dell’Università di Harvard, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, pubblicato nel 2010 sulla prestigiosissima American Economic Review,dimostrava che un debito pubblico superiore il 90% del PIL è associato a tassi di sviluppo della economia bassi, nulli o negativi. Lo scorso anno Herndon, Ash e Pollin dell’Università del Massachusetts hanno dimostrato come i risultati della ricerca di Reinhart e Rogoff sono viziati da problemi metodologici, da manipolazioni di dati ed errori di calcolo .

Eliminando questi errori il tasso di crescita medio dei paesi ad alto debito passa da -0.1% al +2.2%!

Da notare che questo studio fu utilizzato dal tecnocrate e dogmatico Olli Rehn, commissario UE per l’Economia, per affermare: «È ampiamente riconosciuto, sulla base di seria ricerca scientifica, che quando i livelli del debito pubblico salgono oltre il 90% tendono a presentare una dinamica economica negativa, la quale si trasforma in bassa crescita per molti anni.».

Altre inaccettabili omissioni riguardano la BCE: nel Rapporto Annuale del mese scorso non vi si trova alcun accenno al surplus eccessivo della bilancia commerciale tedesca.

La questione è rilevantissima! Molte difficoltà della UE dipendono dal rifiuto tedesco, di fungere da locomotiva della crescita, condannando così l’Europa a tassi di crescita minori di quelli potenzialmente raggiungibili.

Alla base di tale rifiuto c’è il dogma liberista che il riequilibrio delle bilance dei pagamenti si realizza comprimendo la domanda nei paesi in disavanzo, e non anche tramite l’espansione nei paesi in avanzo.

La Bce inoltre non sta operando assolutamente per scongiurare la deflazione che sta massacrando l’eurozona ma interviene nelle questioni che riguardano le scelte politiche dei singoli Stati. Nel caso specifico l’Italia.

Il teorema che giustificherebbe l’intervento a gamba tesa è “se non fate le riforme le facciamo noi perché solo con le riforme si attirano gli investimenti”. Teorema smentito dalla stessa Relazione di due mesi fa del Governatore di Bankitalia “la contrazione degli investimenti nell’ultimo biennio sono attribuibili in misura significativa alla difficoltà di reperire finanziamenti, agli effetti della incertezza e al forte calo della domanda”.

Capito? Delle mancate riforme causa primaria non c’è traccia! Sarebbe invece auspicabile che la Bce assolvesse al meglio il suo ruolo tutelando l’equilibrio di base monetaria. Il tasso d’inflazione che ha come limite massimo il 2% è oggi intorno allo 0,5% in tutta l’Eurozona con i connessi immaginabili problemi.

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