La guerra che Wall Street teme: Carlson prova a fermare Trump sull’Iran

Rob Piccoli

28/02/2026

Con un debito federale ai massimi storici e supply chain ancora fragili, un conflitto con l’Iran potrebbe innescare un effetto domino su energia, inflazione e finanza globale.

La guerra che Wall Street teme: Carlson prova a fermare Trump sull’Iran

Mentre il mondo trattiene il fiato davanti alla più grande mobilitazione militare dal 2003, c’è un uomo sta combattendo una battaglia titanica e quasi solitaria per sottrarre il Presidente degli Stati Uniti alla pressione asfissiante di Israele e del complesso militare-industriale.

Quell’uomo è Tucker Carlson. E lo sforzo che sta compiendo è enorme.

Per capire cosa sta accadendo, basta fare riferimento a due delle sue più recenti interviste. L’ultima, quella con Clayton Morris, in cui Carlson denuncia che «tutti sanno che l’unica ragione per cui stiamo per fare questa guerra è perché Israele la vuole». La precedente, quella con Mike Huckabee, in cui il nuovo ambasciatore americano in Israele ha confessato, quasi senza volerlo, il cuore teologico del progetto sionista ed espansionista: «Sarebbe giusto se [Israele] lo prendesse tutto [il territorio tra il Nilo e l’Eufrate]».

La morsa in cui è stretto Trump

Da un lato, Benjamin Netanyahu è stato alla Casa Bianca sette volte in un anno. Più di qualsiasi rappresentante del popolo americano. La sua richiesta è più o meno sempre la stessa: guerra all’Iran. Dall’altro, il complesso militare-industriale preme con i suoi 39 trilioni di dollari di debito e le sue fabbriche sparse nei distretti di ogni membro del Congresso. In più, una macchina del fango mediatica che va da Fox News al New York Times, conservatori e liberal, tutti allineati, compatti, tutti a ripetere lo stesso mantra: l’Iran è una minaccia imminente, l’Iran è a un passo dalla bomba, l’Iran ha missili puntati su New York.
E poi ci sono i numeri. I sondaggi dicono che oltre il 70% degli americani non vuole un’altra guerra in Medio Oriente. Ma i sondaggi, in questa storia, non contano mai. O meglio: non contavano. Perché Carlson sta facendo in modo di farli contare.

Lo scudo

L’operazione di Carlson è chirurgica. Da un lato, smonta pezzo per pezzo la menzogna nucleare, mostrando come Netanyahu ripeta lo stesso identico allarme («l’Iran è a pochi minuti dalla bomba») dal 1996. Dall’altro, costringe Huckabee a spogliarsi della retorica diplomatica e a rivelare la vera dottrina: «Sarebbe giusto se prendessero tutto».
Non è un lapsus. È la confessione che cambia tutto.
Perché se «è giusto prendere tutto» allora non si parla più di sicurezza, non si parla più di confini del ’67, non si parla più di diritto all’esistenza. Si parla di espansione illimitata. Si parla di cancellazione di interi popoli. Si parla di guerra perpetua.
E Carlson questo lo fa capire al suo pubblico, e soprattutto lo fa capire a Trump, con una chiarezza che nessun altro ha avuto il coraggio di avere.

I frutti

Lo sforzo è titanico, ai limiti del ragionevole calcolando le forze in campo, ma non infruttuoso.
Carlson ha aperto uno spazio di discussione che i media mainstream hanno cercato di soffocare per anni. Ha dato voce a chi chiede: «Qual è il piano per il giorno dopo?», «Cosa succede se l’Iran chiude lo Stretto di Hormuz?», «Perché dobbiamo svuotare i nostri arsenali per un paese che, pur beneficiando in modo decisivo del sostegno americano, non esita a dettare l’agenda a Washington e a trattare il nostro appoggio come un obbligo dovuto?».
E piano piano, quelle domande stanno entrando nella testa degli americani. E forse, chissà, anche in quella del Presidente.
Perché Trump, come Carlson ricorda spesso, non ha ancora preso una decisione. La macchina da guerra è in moto, ma il comando supremo è ancora nelle sue mani. E lui, a differenza di tanti, ascolta. Ascolta le voci, ascolta i sondaggi, ascolta anche i giornalisti che lo criticano. Soprattutto, ascolta chi gli vuole bene davvero.
E chi gli vuole bene davvero, oggi, gli sta dicendo una cosa molto semplice: questa guerra non è per l’America. È per Israele. E farà a pezzi il tuo paese, la tua economia, il tuo esercito e la tua eredità politica.

Il convitato di pietra: il mondo

Mentre a Washington si consuma lo scontro sotterraneo tra falchi e scettici, il resto del mondo osserva con crescente inquietudine. Le parole dell’ambasciatore Mike Huckabee hanno provocato reazioni dure nel mondo arabo e richiami alla moderazione da parte di governi europei. L’ipotesi di un conflitto diretto con Teheran non è percepita come un episodio circoscritto, ma come un possibile detonatore sistemico. Il motivo è semplice: l’Iran non è l’Iraq del 2003. È un attore regionale con capacità asimmetriche, alleanze ramificate e, soprattutto, il controllo strategico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale.
Un’escalation da quelle parti significherebbe immediato shock energetico, impennata dei prezzi del greggio, tensioni inflazionistiche globali e probabile fuga dei capitali verso asset rifugio. I mercati non temono solo le bombe: temono l’incertezza prolungata. Una guerra “senza fine” contro l’Iran metterebbe sotto pressione supply chain, bilanci pubblici già gravati da debiti record e sistemi produttivi occidentali ancora fragili.
Non è un caso che, mentre nei talk shows americani si discute di deterrenza e di “linee rosse”, nelle cancellerie europee e nei ministeri dell’Energia del Golfo prevalga un’altra parola: stabilità. Perché se lo Stretto si chiude, o anche solo se viene percepito come instabile, il contraccolpo si avvertirebbe non solo a Teheran o Tel Aviv, ma anche a Wall Street e a Francoforte, Milano e Tokyo.
Ed è qui che la battaglia di Carlson assume una dimensione diversa. Non più soltanto uno scontro ideologico interno al movimento conservatore americano, ma un nodo che intreccia interessi strategici, energetici e finanziari su scala globale.

Il bivio

Siamo al bivio. Da una parte, Netanyahu e i suoi settemila alleati a Washington, pronti a sacrificare l’ultimo soldato americano pur di vedere l’Iran in fiamme. Dall’altra, un’opinione pubblica stanca di guerre infinite e un presidente che deve decidere se ascoltare i falchi o ascoltare il popolo.
In mezzo, Carlson. Che con le sue interviste — quella a Morris, quella a Huckabee, quelle che verranno — sta costruendo un argine. Sta dicendo a Trump: «Guarda chi hai mandato a Tel Aviv. Guarda cosa pensa davvero. Guarda dove ti vogliono portare».
Non è facile opporsi alla macchina tritatutto del potere. Non è facile resistere alle pressioni di uno Stato straniero che ha infiltrato i tuoi media, la tua politica, la tua cultura. Non è facile dire di no a chi ti offre «flattery» — lusinghe — e ti promette che la storia ti premierà solo se bombarderai un altro paese.
Ma qualcuno lo sta facendo. E forse, per la prima volta dopo decenni, qualcuno sta riuscendo a farsi sentire.
«In un paese normale», dice Carlson a un certo punto, «basterebbe dire a Israele: non esisteresti senza di noi. Non faremo questa guerra. E invece siamo qui, a temere che sia un altro paese a decidere il nostro destino».
Forse, grazie a lui, quel paese normale potrebbe ancora nascere.