La classifica dei Paesi europei dove le donne guidano la ricerca. E l’Italia dove si colloca?

Alberto De Pasquale

16/02/2025

In Italia le presenze femminili tra scienziati e ingegneri sono al 34%, tra le quote più basse in Europa. Così lo scarto nasce all’università.

La classifica dei Paesi europei dove le donne guidano la ricerca. E l’Italia dove si colloca?

Poche donne e disparità oggettiva: uno degli ambiti in cui la rappresentanza di genere è poco equilibrata è senza dubbio quello scientifico.

In Europa quasi nessun paese riesce a esprimere nella propria forza lavoro un’equa presenza di genere tra scienziati e ingegneri, ma in Italia lo squilibrio è particolarmente evidente, dato che è al terzultimo posto in Ue per “quote rosa” nel settore.

Un quadro emerso dai dati Eurostat pubblicati in occasione della scorsa Giornata internazionale per le donne e le ragazze nella scienza (dell’11 febbraio), che risulta pesante per il nostro Paese e anche difficilmente superabile nel breve periodo: all’università le facoltà scientifiche, che promettono possibilità di carriera e retribuzioni più alte, continuano a essere scelte soprattutto dagli uomini, creando un ostacolo evidente alla prospettiva di giungere alla parità nel trattamento economico.

Dove le donne guidano la ricerca in UE?

Nel 2023, nei 27 Paesi membri dell’UE, le donne che hanno lavorato come scienziate e ingegnere sono state 7,7 milioni, pari al 41% del totale. Tuttavia, la presenza femminile nel settore varia significativamente tra i diversi Stati.

Ecco la classifica basata sulla percentuale di donne tra scienziati e ingegneri:

  1. Danimarca – 50,8%
  2. Spagna – 50%
  3. Francia – 39,2%
  4. Germania – 34,5%
  5. Italia – 34,1%
  6. Finlandia – 31,4%
  7. Ungheria – 30,7%

L’Italia si colloca ben al di sotto della media europea del 41%, con una percentuale inferiore a quella di Francia e Germania. Solo Danimarca e Spagna hanno raggiunto la parità tra uomini e donne nel settore.

Lo storico ritardo italiano

Tuttavia, il caso italiano spicca per un motivo particolare: oltre a essere limitata, la presenza delle donne tra scienziati e ingegneri non cresce da tanto tempo. Da almeno vent’anni. Andando a ritroso sempre tra i dati Eurostat, si scopre infatti che nel 2003 la loro quota nel settore era sostanzialmente simile a quella attuale. Vent’anni fa scienziate e ingegnere italiane rappresentavano il 32,1% del totale dei lavoratori del settore, ossia appena due punti percentuali in meno rispetto al livello del 2023 ed erano anche sopra la media Ue di quel periodo (31%).

In altre parole, in Italia già vent’anni fa le donne scienziate avevano un peso molto vicino a quello odierno e anche ben superiore rispetto a quello espresso al tempo da Francia (25,7%) e Germania (21,2%). A dispetto di quel che si potrebbe pensare, al tempo l’Italia non era messa poi così male nel percorso di un’equa rappresentatività nel settore scientifico. Nel corso degli ultimi due decenni ci si poteva aspettare un avvicinamento concreto alla parità, ma così non è stato. E i motivi sono da ricercare principalmente all’origine, ossia nel contesto della formazione universitaria.

Come analizzato in uno studio della Banca d’Italia, tra il 2011 e il 2008 le donne hanno rappresentato il 59% dei laureati in Italia. Ma nonostante una maggioranza a livello di corsi completati, la rappresentanza nelle cosiddette materie STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) è stata molto bassa. In quel periodo solo il 46% dei laureati in chimica, fisica, matematica e statistica è stata una donna e appena il 27% per le lauree in ingegneria e nel comparto ICT. Anche a causa di un mancato riequilibrio dei numeri nelle facoltà scientifiche, la parità salariale continuerà a essere un miraggio.