Nomina sunt consequentia rerum. E il fatto che lo United States Immigration and Customs Enforcement (ICE) sia nato all’ombra dei detriti delle Torri Gemelle, istituito dall’Homeland Security Act del 2002, dovrebbe far già comprendere come non ci si trovi davanti un’agenzia con mere competenze connesse all’immigrazione.
Funzionalmente inserita nell’architettura della sicurezza nazionale e incardinata nel Dipartimento della Homeland Security, l’ICE opera come agenzia di intelligence e di polizia nel vasto campo del contrasto a minacce alla sicurezza nazionale in vario modo e a vario titolo connesse ai fenomeni migratori.
Funzioni e compiti dell’ICE
Sin dalla sua fondazione, l’ICE è stata impiegata nei dispositivi di contrasto alla criminalità organizzata transnazionale e ha portato avanti una serie di delicate indagini internazionali, in combinato con FBI, altre agenzie federali e forze di polizia di Paesi stranieri, nel generale quadro di flussi informativi che contraddistinguono, spesso anche per via informale, la collaborazione tra strutture di intelligence, pubblica sicurezza e lotta al terrorismo o alle mafie. In ragione della sua alta specializzazione, è divenuta l’organizzazione investigativa più rilevante nel quadro dell’Homeland Security e quella più esposta a livello mondiale nel reticolo di cooperazioni e di contatti con istituzioni appartenenti ad altri Paesi. La lotta alle mafie si è accompagnata al contrasto al terrorismo, tanto che sia ICE sia la Border Patrol si sono dotate di nuclei di analisi investigativa e di unità operative specializzate in operazioni anti-terrorismo. ICE è organizzata in tre Dipartimenti e in tre Uffici. Uno dei tre è una tipica struttura di auto-amministrazione, devoluta alla gestione amministrativa e finanziaria del personale e delle operazioni. I due Dipartimenti più rilevanti e conosciuti sono al contrario ERO e HSI: ERO si occupa materialmente del contrasto all’immigrazione clandestina e i suoi componenti sono quelli che in queste settimane punteggiano le cronache americane, e non solo quelle americane, mentre HSI è la struttura che si occupa dei profili investigativi e che da anni, attraverso una serie di Memorandum of Agreement (MOA), coopera con FBI in una serie di delicate indagini transnazionali. HSI è stato impiegato peraltro nel contrasto al contrabbando di armi da e verso Cina e Iran, contro la famigerata gang MS-13 e contro i Cartelli narcos messicani. Sia ERO che HSI collaborano attivamente con INTERPOL, per i compiti di loro pertinenza e hanno decine di agenti assegnati a Paesi esteri, per fini di cooperazione internazionale di polizia. I tre uffici sono invece uffici di staff che si occupano dei profili legali, normativi, di assistenza ai direttori e delle problematiche di budget.
I rapporti con la Border Patrol
Come sovente avviene quando ci si trova al cospetto di una proliferazione, più o meno emergenziale, di strutture pubbliche uno dei temi più spinosi è la precisa perimetrazione dei compiti e delle funzioni assegnate. Facile a dirsi su carta, molto meno facile nella concreta prassi. Nel corso degli anni ICE ha acquisito una posizione dominante nel cuore dell’Homeland Security, ma successivamente, e non solo in epoca Trump, ha iniziato soprattutto in forza del contrasto ai Cartelli del narco-traffico e nel contrasto alla vendita di armi a Paesi ostili ad occupare una rilevanza e una posizione strategica anche in ambiti e settori di competenza della DEA e dell’FBI. Una lunga sequenza di indagini coordinate assieme all’FBI hanno dimostrato la inevitabile propensione del personale dell’Homeland Security poi trasfuso in ICE, quando uno dei temi affrontati nel corso delle indagini sia di natura migratoria, a voler occupare una posizione dominante. È il caso ad esempio delle risultanze emergenti da Operation Green Quest, operazione ad alta specializzazione finanziaria per rinvenire le fonti di finanziamento del terrorismo e che si situa proprio negli anni post-11 settembre e al limitare della istituzione di ICE, il cui primo personale arriverà proprio dall’aver servito in Operation Green Quest. E se i rapporti esterni, con altre agenzie, sono complessi, storicamente non meno complessi sono stati quelli interni all’Homeland Security con la Border Patrol. Anche qui, almeno teoricamente, non dovrebbero esserci particolari questioni: Border Patrol presidia i confini, quello meridionale con il Messico, quello settentrionale con il Canada, mentre l’ICE si occupa di questioni migratorie non direttamente incidenti sul confine. Dal punto di vista pratico, il tutto diviene molto più complesso: non sempre infatti è possibile tracciare una linea di demarcazione soddisfacente, cristallina e procedere ad una efficace actio finium regundorum. La seconda amministrazione Trump sembra esserne consapevole e con soluzione gordiana impiega nelle operazioni ERO, cioè di materiale ricerca di immigrati illegali e di sequenziale deportazione, anche la Border Patrol, le cui divise compaiono in tutti i video e le foto delle cronache di queste ultime settimane.
Più di una polizia, peggio di una polizia
Una delle polemiche che maggiormente circondano l’ICE è quella concernente la sua natura, o meno, di organo di polizia. L’atto istitutivo senza alcun dubbio la insignisce delle qualifiche e delle funzioni di federal law enforcement, nel generale quadro rafforzativo della sicurezza nazionale. In questa prospettiva non c’è alcun dubbio che si tratti di agenzia federale con funzioni, anche di polizia, legate e limitate alla ratio vitale che anima la struttura. Anche qui naturalmente, per quanto detto sin ora, si intuisce quanto le funzioni si siano allargate nel corso degli anni e appaia impossibile e incongruo sostenere che ICE si occupi soltanto di immigrazione in senso stretto. ICE si occupa di fenomeni di criminalità organizzata transnazionale, criminalità finanziaria e terrorismo, quando gli stessi si legano a fenomeni migratori. Questo porta ICE a operare nelle città americane, non solo nella ricerca di immigrati clandestini ma proprio di strutture criminali organizzate che possano mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Dal punto di vista funzionale quindi non esiste dubbio alcuno che ICE e i suoi agenti abbiano compiti di polizia, basterebbe d’altronde leggere l’Homeland Security Act, specificamente i sottotitoli D ed E del Titolo IV e più in generale la sistematica ricorrenza del lemma ‘law enforcement’. Però ICE resta pur sempre una agenzia federale e non una polizia statale o locale, riproducendo e in certa misura aggravando le problematiche che i law enforcement locali sperimentano con FBI. Da un lato la definizione del perimetro operativo: molto spesso il palesarsi di una fattispecie integrante gli estremi di intervento federale emerge solo a investigazioni avanzate (si pensi a merce rubata che per ascendere al livello federale deve varcare le linee di confine statali), e nel caso dell’immigrazione questo aspetto diventa più complesso ancora. Certo, finché si rimane in apparenza nella ricerca ed espulsione di illegali la questione apparirebbe più semplice, ma i rapporti con le polizie locali, con la politica e, nel caso attuale, con manifestanti organizzati e ideologizzati complicano ancora di più il quadro. Dall’altro lato, c’è il tema, enorme, di come una struttura simile si ponga in questioni di law enforcement puro e di matrice urbana.
Il problema della gestione dell’ordine pubblico
ICE non è mai stata, organizzativamente e funzionalmente, una forza di polizia chiamata a gestire l’ordine pubblico. Le sue operazioni investigative sono di alto profilo ma del tutto situate fuori da contesti ‘di piazza’ e il personale ERO stesso ha storicamente operato, non senza precedenti controversie, in maniera meno massiva e soprattutto in contesti che pur problematici non erano così problematici come adesso. La gestione di situazioni di piazza potenzialmente incandescenti richiede una serie di requisiti di addestramento e di formazione che ICE, storicamente, non possiede. ICE non è una squadra della morte, un Einsatzgruppe che va in giro ad ammazzare gente per il gusto di farlo o perché così gli è stato ordinato, ma è una struttura gravemente inadeguata nel fronteggiare situazioni di ordine pubblico e di sicurezza urbana. Il training, l’addestramento, e da ultimo la selezione del personale, non si focalizzano su contesti di gestione dello stress e di situazioni da piazza, caratteristiche queste da law enforcement locale. Quando si vedono agenti ICE non presidiare una scena del crimine (morte della Good), posizionarsi davanti un autoveicolo a motore acceso (morte della Good), agitarsi in massa su un sospetto (morte di Pretti), essere completamente incapaci di de-escalation, si ha la chiara conferma della inadeguatezza nella gestione dell’ordine pubblico di base. Negli ultimi tempi l’espansione dell’organico di ICE ha portato a processi di selezione ancora più laschi, determinando la preoccupazione che tra le maglie dell’agenzia stiano filtrando estremisti di destra e MAGA desiderosi di regolare conti. Parzialmente plausibile ma l’agente che ha ucciso la Good ha una lunga, pregressa esperienza nella Border Patrol e nella stessa ICE, non è recluta fresca. Questo conferma quanto si è sostenuto sopra: ICE non riesce a gestire situazioni di pressione.
“Se guardi nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te”
Gran parte degli agenti che vengono immortalati dalle telecamere in genere non sono nemmeno ICE, ma di una sotto-unità di élite della Border Patrol, il BORTAC. Il BORTAC è un reparto anti-terrorismo, particolarmente qualificato ma del pari con regole di ingaggio e propensione alla violenza scolpite da anni di contrasto alla brutalità senza pari dei cartelli messicani. La lotta ai Narcos non è un pranzo di gala, e ben lo sa la DEA: dopo il drammatico omicidio dell’agente Kiki Camarena, ammazzato dopo trenta ore di inumane torture con tanto di medico al soldo dei Narcos che ne prolungava l’agonia, le agenzie americane hanno deposto qualunque scrupolo e hanno tolto i guanti. Su YouTube c’è un video di alcuni agenti della Border Patrol che attraverso sistemi spia osservano la decapitazione di un poveretto da parte dei Cartelli, che hanno condotto la loro vittima al bordo del confine per far assistere gli americani allo scempio. Chiunque abbia una qualche familiarità con i video di esecuzioni dei Narcos, da ‘FunkyTown Gore’ a ‘Ghost Rider’, sa di cosa parliamo. A ciò si aggiunga il processo di crescente integrazione di veterani nelle forze federali: anche in queste settimane ICE ha aperto una selezione prioritaria e privilegiata dedicata ai veterani. Lo stesso agente che ha ucciso la Good è un veterano dell’Iraq. Facile immaginare cosa significhi impiegare in operazioni di polizia soggetti che sovente hanno riportato stress post-traumatici (aggravati poi dall’esposizione ai Cartelli e alle loro gesta). E questo aspetto rende molto grave senza dubbio alcuno impiegare strutture come BORTAC in contesti urbani, contraddistinti da manifestazioni aggressive. Rende naturalmente anche incoscienti gli organizzatori di certe manifestazioni e i propugnatori dell’uso di certe tattiche (come la interposizione fisica per impedire la prosecuzione delle operazioni ERO, cosa che integra gli estremi di reato federale). Due irresponsabilità tra loro combinate non possono che condurre al disastro.
Le controversie riguardanti ICE sono di lunga data, e di varia natura. La propensione a usare spyware, ad esempio Paragon, il ricorso a profilazione e all’impiego di software di riconoscimento facciale, come Clearview, la presenza di Palantir, il travisamento del volto (legato in realtà al pericolo della esposizione ai Cartelli e al doxxing portato avanti tanto da organizzazioni criminali quanto da Antifa) ma più in generale già da anni si segnalano problematiche connesse alla violenza e a sistemi, come i centri di detenzione ad hoc, altamente problematici. Già dal 2013-2014, sono state rilevate enormi criticità nella gestione di deportazioni separate tra genitori e figli minori, e del pari le morti e i casi di violenza registrati non sono stati decisamente pochi. Durante la Presidenza Obama sono morte 56 persone in regime di detenzione amministrativa e in custodia ICE: a differire sono le modalità della morte, naturalmente, perché i casi Good e Pretti differiscono non di poco da cattive modalità di custodia. La gestione Trump dell’ICE è altamente problematica soprattutto per il suo massivo impiego in contesti non adeguati all’ICE stessa, aspetto questo che alimenta la fiamma di potenziali problemi che non per caso si manifestano soprattutto in difficoltosi climi di ordine pubblico: il fatto che Minneapolis stia registrando i bollettini più drammatici è la conferma di quanto si diceva prima a proposito di due irresponsabilità che si sommano tra di loro, producendo tragedie.
Milano-Cortina, la famigerata Ice ...
La soglia del ridicolo, spesso, diventa evanescente e tremolante come le dune nel deserto. La polemica su agenti ICE a Milano-Cortina ha scarso senso, se non quello tipicamente politico del doversi azzuffare per nulla. Ad oggi la potenziale e annunciata presenza di agenti ICE sarebbe limitata a meri servizi di scorta passiva, i quali sono gestiti dalle varie delegazioni, previa comunicazione agli organi di vertice della pubblica sicurezza del Paese ospitante. Non esiste un potere di veto da parte del Paese ospitante, se non mere interlocuzioni politiche (politiche, non giuridico-amministrative) che potrebbero sconsigliare la presenza per non alimentare dietrologie o polemiche: ma, lo si intuisce, siamo in un campo che trascende lo spazio del reale e che si sublima in purissima polemica di piccolo cabotaggio. Laddove invece una forza di polizia o una agenzia di sicurezza volessero collaborare ai dispositivi di pubblica sicurezza dovrebbero raggiungere un accordo convenzionale con il Ministero (cosa avvenuta ad esempio nel settembre 2025 con la polizia qatariota). Appare invero piuttosto improbabile che l’ICE voglia gestire la nostra immigrazione o situazioni di piazza, e ad oggi non c’è traccia alcuna di ipotesi di accordo in tal senso (sulla scia di quello col Qatar). Quel che avverrà, se le autorità americane lo riterranno, sarà far scortare le figure istituzionali statunitensi da agenti scelti di una struttura che rimane pur sempre incardinata nel Dipartimento della sicurezza nazionale.
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