L’Italia vista dagli USA: la crisi del debito non è l’unico problema di Renzi

Livio Spadaro

24 Maggio 2016 - 17:57

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Marketwatch, noto sito economico americano, fotografa molto bene i problemi dell’economia italiana che sono amplificati dalla presenza dell’Euro.

Satyajit Das, opinionista del sito finanziario americano Marketwatch, ha scritto un articolo che fotografa la situazione dell’economia italiana. L’esperto ritiene che la crisi del debito nell’Eurozona non sia il principale problema dell’Italia ma bensì l’assenza di una struttura economica.

L’opinionista, come vedremo, fa notare come il Bel Paese non sia praticamente cresciuto in termini economici dall’ingresso dell’Euro come valuta di riferimento. Questo è dovuto a svariati motivi tra cui rientra la scarsa flessibilità del mercato del lavoro, dall’inefficienza dello Stato che è oppresso da burocrazia e corruzione, dall’elevata tassazione e dalla mancanza di investimenti.

Italia: disoccupazione elevata e piccole imprese in difficoltà

La crisi del debito dell’Eurozona ha avuto il suo peso sull’Italia. L’economia del Paese si è contratta del 10% dal 2007, segnata da una tripla recessione. La produzione è regredita a livelli mai visti nell’arco di una decade mentre la disoccupazione totale si attesta al 12%-13% con quella giovanile vicina al 40%.

I consumi e gli investimenti sono deboli. Le imprese più piccole, la spina dorsale del Paese, stanno soffrendo di basse vendite, cali della profittabilità e una mancanza di fonti di rifinanziamento.

Questo è il pensiero di Satyajit Das, opinionista del sito finanziario americano Marketwatch. L’esperto fotografa una situazione non proprio eccellente dell’economia italiana e prosegue nell’analisi cercando di spiegare i fattori della crisi del Bel Paese.

Italia: problemi del sistema bancario hanno aumentato la contrazione economica

I problemi del sistema bancario, prosegue Das, hanno esacerbato la contrazione economica. Le banche italiane sono oppresse da una montagna da €300 mld di crediti deteriorati, coperti con inadeguate riserve di capitali e riserve. A differenza delle banche inglesi o statunitensi, quelle italiane non sono in grado di porre rimedio alla qualità degli asset detenuti.

Come risultato, la fornitura di credito all’economia si è andata via via restringendo. Le compagnie più grandi possono usare il mercato dei capitali per finanziarsi ma questa opzione non è pienamente disponibile per le imprese medio-piccole.

La mancanza di disponibilità del credito, combinata con la deformazione strutturale del settore industriale, ha ulteriormente allentato il processo di ripresa economica.

Italia: deficit e debito ancora elevati nonostante impegno su riforme fiscali

Inoltre, nonostante l’impegno per le riforme fiscali, il Bel Paese ha un deficit di bilancio del 3% mentre il debito governativo è pari a $2,4 trilioni, quasi il 140% del PIL. Il governo è tardivo nel pagare i fornitori, facendo il gioco delle tre carte per addolcire l’UE e gli investitori.

Si stima che ci siano $160 miliardi di tasse non riscosse ogni anno, il terzo livello più elevato nell’Europa occidentale.

Italia: bassa crescita da quando è stato introdotto l’Euro

Comunque, mentre la crisi del debito è stato il fattore principale di crisi economica, l’economia italiana ha conosciuto una bassa crescita dal giorno dell’introduzione dell’Euro.

L’esperto di Marketwatch punta il dito ora contro il mercato del lavoro, secondo lui poco flessibile. L’alto costo del lavoro e le molteplici barriere poste sia per assumere personale che per tagliarlo e lo scarso miglioramento della produttività sono tra i fattori che influenzano la mancata ripartenza dell’economia.

Italia: economia è troppo squilibrata

Altro fattore, prosegue Das, è il crescente squilibrio dell’economia. I produttori di alta qualità, come ad esempio quelli del brand del lusso, beneficiano della domanda dai Paesi emergenti.

Gli altri settori tuttavia, come quello delle automobili, degli elettrodomestici e di prodotti a basso prezzo stanno riscontrando notevoli difficoltà a cometere con i rivali nei mercati emergenti.

Italia: mercato degli elettrodomestici fotografa la situazione

L’andamento del mercato degli elettrodomestici, fa notare Das, semplifica il declino dell’economia italiana. Nel 2007 l’Italia era uno dei leader mondiali del settore, con una produzione di 24 milioni di elettrodomestici.

Dal 2012, l’output è sceso a 13 milioni. Nel dettaglio, la produzione di lavatrici è scesa del 52%, di lavastoviglie del 59%, di frigoriferi del 55% e di cucine del 75%.

I produttori manifatturieri hanno spostato le sedi di produzione in Paesi con costi minori, ampliando così le perdite di posti di lavoro in Italia. Questi sviluppi secondo Das hanno incrementato il gap tra le industrie del Nord e del Mezzogiorno che cerca di competere con le economie emergenti nei settori price-sensitive.

Italia: burocrazia e corruzione sono leggendarie. Tasse troppo alte

L’Italia ha anche altri problemi strutturali. Stando alle stime della Banca Mondiale, il Bel Paese si classifica al 65° posto su 189 tra le nazioni in cui è più facile fare impresa.

L’Italia spende meno del 5% del PIL nell’istruzione, contro una media Ocse del 6,3%. Solo 1 italiano su 5, con età compresa tra i 25 e i 34 anni, completa gli studi più qualificati contro il 39% della media Ocse.

Poi Das analizza il settore pubblico e la burocrazia italiana che definisce “leggendari”. Le tasse e altri ricavi contano intorno al 46% del PIL. Secondo la Banca Mondiale, le tasse effettive sulle imprese contano per un 65%.

La media europea è intorno al 41%, con sole Francia (64%) e Spagna (58%) che hanno un parametro simile. La Svizzera e la Croazia, Paesi confinanti con l’Italia, hanno una tassazione rispettivamente del 29% e del 20% che fanno in modo di deviare gli investimenti dal Bel Paese.

Le buste paga del settore pubblico non combaciano con la qualità dei servizi pubblici. Rafforzare un contratto in Italia richiede 3 anni, contro una media Ocse di 18 mesi. Le cause civili richiedono più di 8 anni per essere completate, contro i 3 anni della Germania.

Il business privato italiano non performa tanto meglio, visto che molti settori sono dominati da gruppi monopolistici e oligopolistici che assicurano una forte resistenza a discipline esterne e ai cambiamenti.

Italia: di questo passo può solo aspettare l’inevitabile

La corruzione poi, fa notare Das, è a livelli elevatissimi. Transparency International ha assegnato il 69° posto su 175 all’Italia per livello percepito di corruzione pubblica, classificandosi vicina a Paesi come Romania, Grecia e Bulgaria.

L’indicatore sul controllo della corruzione elaborato dalla Banca Mondiale classifica l’Italia tra i Paesi con la votazione più bassa in termini di etica e corruzione.

La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione in Italia costa ogni anno €60 miliardi, ossia il 4% del PIL del Paese. La corruzione riduce gli investimenti e la crescita. Di questo passo, conclude l’esperto, l’Italia può solo aspettare che accada qualcosa di inevitabile.

Fonte: Marketwatch.com

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