News a stelle e strisce

News a stelle e strisce

di Glauco Maggi

L’America di Biden? Appeasement is back

Glauco Maggi

23 febbraio 2021

L'America di Biden? Appeasement is back

Il discorso del presidente Joe Biden ai leader europei, tenuto dalla Casa Bianca in collegamento remoto in occasione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, in Germania, è stata la prima occasione per capire quale sarà la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi quattro anni

Se “America is back”, “l’America è’ tornata”, è lo slogan scelto da Biden per anticipare l’approccio futuro della sua amministrazione ai problemi del mondo, cruciale è interpretare la retorica del messaggio. Leggere, cioè, anche dietro le parole. Trump era stato brutale nell’affrontare avversari ed alleati, inaugurando uno “stile” di comunicazione e di rapporti che non lasciava dubbi sui suoi giudizi ed obiettivi.

Nell’urna, essere scostanti non ha pagato, nella realtà i risultati ci furono. Prese per il bavero i paesi membri della Nato che non versavano il dovuto 2% del proprio PIL al bilancio della Nato, e sotto la sua pressione l’Alleanza si ritrovò con 130 miliardi di dollari in più. Fu lo stesso Segretario della Nato Jens Stoltenberg a ringraziare Trump alla celebrazione dei 70 anni della Nato nel dicembre 2019, rivolgendosi direttamente al presidente USA, che era sul palco con lui: “Stiamo compiendo progressi concreti, soprattutto sulla condivisione degli oneri. E la tua leadership nelle spese per la difesa sta avendo un impatto reale. Dal 2016, il Canada e gli alleati europei hanno aggiunto 130 miliardi di dollari in più’ ai budget della Difesa, e questa cifra aumenterà’ a 400 miliardi Usa entro il 2024”.

Quale sarà la posizione di Biden?

E Biden? “L’alleanza transatlantica è tornata”, ha detto alla Conferenza, come se con Trump fosse defunta. “So che gli ultimi anni hanno messo a dura prova le nostre relazioni transatlantiche, ma gli Stati Uniti sono determinati a impegnarsi nuovamente con l’Europa, a consultarsi con voi, a riconquistare la nostra posizione di fiducia e leadership”.

Che cosa vuol dire? Che Washington non presserà più gli alleati insolventi a pagare regolarmente le loro quote? Magari, neppure le centinaia di miliardi aggiuntivi che avevano promesso a Stoltenberg? Biden ha usato solo parole melliflue: “Continuiamo a sostenere l’obiettivo di un’Europa unita, libera e in pace. Gli Stati Uniti sono pienamente impegnati nella nostra Alleanza NATO e accolgo con favore i crescenti investimenti dell’Europa nelle capacità militari che consentono la nostra difesa condivisa”. Ok, ma Biden non ha spiegato come sono spuntati “i crescenti investimenti”, che lui “accoglie con favore”. Ma arriveranno i fondi promessi? L’America degli otto anni di Biden vicepresidente non alzò mai la voce, e i morosi fiorirono. Riconoscere il cambio di passo sarebbe stato niente altro che dare credito al lavoro del presidente precedente, anatema che cozza frontalmente con la posizione strategica dei Democratici, in tutte le partite aperte di politica internazionale: tutto quello che ha fatto Trump deve essere sottaciuto o negato, se innegabilmente positivo; o ribaltato, in tutti gli altri casi.

Così, è suonato assordante il silenzio di Biden sui successi indiscutibili di Trump nelle relazioni con i Paesi arabi - Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan, Marocco - che hanno firmato con Israele patti storici, le famose Paci di Abramo. Invece, sul fronte iraniano Biden ha addirittura corretto, al ribasso, la posizione espressa appena entrato alla Casa Bianca: per riprendere l’accordo nucleare firmato da Obama con Teheran, stracciato poi da Trump, il neo presidente Democratico aveva subordinato il ripristino, compresa la cancellazione delle sanzioni economiche, alla condizione che gli iraniani sospendessero prima l’arricchimento dell’uranio.

Ora, precisamente il giorno prima del discorso di Monaco, il Dipartimento di Stato ha anticipato che gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a partecipare a un incontro con i partner europei e l’Iran per "discutere una via diplomatica sul programma nucleare iraniano”. Teheran non aveva reagito pubblicamente a questa esplicita avance USA, mantenendo la sua posizione: per fermare le procedure di arricchimento dell’uranio che avvicinano l’Iran al suo obiettivo, l’America deve cancellare prima le sanzioni.

E quindi Biden ha rilanciato l’apertura nel discorso di Monaco: «Siamo pronti a riprendere i negoziati con il P5 + 1 sul programma nucleare iraniano», ha detto Biden, riferendosi ai cinque membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU e alla Germania, che hanno negoziato con l’Iran in passato. «Dobbiamo anche affrontare le attività destabilizzanti dell’Iran in Medio Oriente, e lavoreremo in stretta collaborazione con i nostri partner europei e altri mentre procediamo», ha aggiunto Biden. Senza stabilire, per ora, alcun calendario specifico per i colloqui con l’Iran. Il riferimento generico alle “attività’ destabilizzanti dell’Iran in Medio Oriente, da affrontare” mentre offre il ramoscello d’ulivo dell’accordo nucleare cancellando le sanzioni, è la quintessenza della filosofia dell’appeasement di Joe Biden.

Infatti, per una beffarda ironia della cronaca, le aperture del governo americano a Teheran, per la rinascita del patto che darà la bomba nucleare all’ayatollah, avvengono in una settimana di sangue: una batteria di razzi sparati su una base americana in Iraq da gruppi di militanti islamisti sciiti, alleati e sostenuti dall’Iran, hanno ucciso un contractor militare e ferito altri nove, di cui uno americano. Il Dipartimento di Stato USA ha promesso che “gli Stati Uniti la faranno pagare ai responsabili” dell’attacco militare, ma la contemporanea offerta di colloqui strategici con i mandanti dell’attacco militare è un segnale pericoloso, imbarazzante per l’America di Biden.

America is back? Purtroppo sì: e non è un bel vedere che sia l’America di Obama-Biden. Quella che non punì il governo siriano che aveva ucciso la sua gente con i gas, e che permise all’ISIS di conquistare un territorio di 45mila chilometri quadrati in Medio Oriente (molto più esteso della Svizzera che ne ha 41mila).

Partecipa alla discussione

Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali