Jeremy Corbyn: un Quantitative Easing popolare per la ripresa dell’economia britannica

Il candidato alla leadership del Partito Laburista del Regno Unito propone una spinta monetaria direttamente rivolta agli investimenti pubblici.

In un precedente articolo avevamo presentato sommariamente il programma con cui Jeremy Corbyn si è candidato a diventare Leader del Partito Laburista del Regno Unito. Lì avevamo accennato alla proposta di "People’s Quantitative Easing (PQE), che ora discuteremo con maggiore dettaglio presentando alcune obiezioni ad esso e le risposte che vi sono state fornite.

Innanzitutto ricordiamo che per Quantitative Easing (QE), che in italiano viene solitamente tradotto con «alleggerimento quantitativo», si intende un acquisto di titoli pubblici e privati da parte di una banca centrale, solitamente sui mercati secondari, allo scopo di immettere maggiore moneta nel sistema: negli anni della crisi questo tipo di politica monetaria non convenzionale è stato utilizzato, tra gli altri, dalla Banca del Giappone (BOJ), dalla Banca d’Inghilterra (BOE), dalla Federal Reserve americana e più recentemente dalla Banca Centrale Europea (BCE), con la speranza che in questo modo si possa dare stabilità al sistema bancario e stimolare l’economia reale. Mentre il primo obiettivo è stato sempre raggiunto, per quanto riguarda il secondo non sempre si sono visti risultati apprezzabili: a meno che la grandezza dell’intervento non sia molto ampia, le banche presso cui la liquidità viene immessa spesso non hanno fiducia nell’andamento dell’economia e non prestano o prestano pochi soldi, determinando una stretta del credito. Oltretutto, i maggiori beneficiari del QE britannico sono stati i più ricchi; e la BCE rispetto ad altre banche centrali ha tardato molto prima di effettuare una sorta di QE, quando altre sue politiche monetarie convenzionali e non, più contenute, si sono rivelate inefficaci.

Visto soprattutto il basso tasso di investimento che coinvolge l’intera Unione Europea, Regno Unito compreso (il tasso di investimenti sul PIL è ancora più basso del livello pre-crisi del 2007), sono state fatte diverse proposte riguardanti un’emissione monetaria direttamente volta all’economia reale, senza passare per il canale bancario. Tra le più importanti, si notano quelle dell’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis (di cui abbiamo parlato qui) e quella di Richard Murphy, che egli ha denominato Green QE e che Jeremy Corbyn ha deciso di raccogliere nel suo programma, dandole il più suggestivo nome «People’s QE» .

Come avevamo ricordato nel precedente articolo, si tratterebbe di permettere alla Banca d’Inghilterra di acquistare bond di una banca di investimenti nazionale (da creare appositamente) che proceda poi a spendere denaro per energie rinnovabili, abitazioni, trasporti e progetti digitali.

Una proposta che ha ricevuto sia appoggi che critiche. Per quanto riguarda le seconde, sono da segnalare quella del leader della Confederazione delle Industrie Britanniche, John Cridland, che non ritiene corretto creare moneta dal nulla e che sarebbe più giusto che in un momento di ripresa siano le imprese a farsi carico degli investimenti, e che stampare moneta o prenderla a prestito è sbagliato perché denaro delle famiglie e denaro dello Stato sono la stessa cosa; quella di Chris Leslie, ministro delle Finanze del governo ombra laburista (perciò dello stesso partito di Corbyn), che sostiene che fare ciò porrebbe termine all’indipendenza della BOE, farebbe alzare di molto l’inflazione e i tassi di interesse, facendo perciò pagare il prezzo di tale operazione ai più deboli; infine, in risposta ad una lettera al The Guardian in cui 41 economisti appoggiavano le proposte economiche di Corbyn (la «Corbynomics»), 55 economisti hanno scritto al Financial Times che nazionalizzare le industrie porrebbe minacce alla stabilità dell’ambiente imprenditoriale e che il PQE rischia di rendere non credibili gli sforzi fatti dal governo inglese nel risanamento del bilancio pubblico: a loro avviso esiste lo spazio per finanziare investimenti pubblici in maniera convenzionale.

Richard Murphy si è dedicato a rispondere a tutte queste osservazioni. Per quanto riguarda ciò che ha dichiarato Cridland, Murphy gli ha risposto via Twitter scrivendo che non è affatto vero che il denaro delle famiglie equivale a quello dello Stato: le famiglie non possono stampare denaro; su quanto detto da Leslie, Murphy ha dato dal suo blog risposte simile a quanto ha spiegato Marco Veronese Passarella riguardo l’emissione monetaria a fini di spesa pubblica in questa parte della nostra intervista con lui (tra l’altro Passarella è uno dei 41 firmatari della lettera al Guardian): in un momento in cui l’inflazione è bassa ed esistono risorse inutilizzate, avere preoccupazioni di quel tipo è assurdo quando l’obiettivo è spendere denaro proprio per riattivare l’economia, ed inoltre che parlare di indipendenza di una banca centrale è in realtà un mito svuotato di senso se si considera che il suo statuto e la decisione su chi la debba dirigere è sempre frutto di una scelta politica; infine, alla lettera dei 55 economisti, che uno dei firmatari ha ammesso che è stata mal scritta, ha replicato scrivendo ancora sul suo blog che in essa non viene sottolineato che il deficit di investimenti è dovuto all’austerità applicata nel Regno Unito, che in passato alcuni degli stessi firmatari avevano appoggiato.

Oltre ai 41 della lettera al Guardian, altri economisti ed esperti che hanno appoggiato il piano del PQE sono Robert Skidelsky (noto per essere anche biografo di Keynes), Mark Blyth (autore di un noto libro sulle politiche di austerità applicate nel corso della storia), Eric Lonergan e Simon Wren-Lewis.

La discussione sul tema è dunque molto aperta e combattuta.

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