Investire in startup: opportunità e rischi

Qualche indicazione su come approcciare il mercato dell’equity crowdfunding senza brutte sorprese

Investire in startup: opportunità e rischi

Avete una somma che volete far fruttare e siete incuriositi dalle nuove iniziative di business e dalle idee cariche di potenziale? Siete elettrizzati all’idea di potervi impegnare in progetti interessanti e di diventare eventualmente mentori di storie di successo? Desiderate contribuire all’economia reale, sostenendo imprenditori nel momento iniziale del bisogno? Se avete risposto sì a queste domande potreste essere degli ottimi “candidati” a investire in start-up.

Da questa “visione” a diventare investitori professionisti il passo è abbastanza lungo (e irto di ostacoli), ma ci sono anche step intermedi per approcciare il settore un tempo appannaggio di pochi ma ora, idealmente, alla portata di tutti. Se infatti per diventare venture capitalist la strada da intraprendere è generalmente il percorso bancario o quello dell’imprenditoria (per essere in grado di valutare in modo affidabile le potenzialità delle start-up del proprio settore, ad esempio), una cartina al tornasole può derivare dall’investire i propri soldi in qualche start-up (diventando un cosiddetto “business angel”) magari attraverso una delle principali piattaforme di equity crowdfunding.

Con l’equity crowdfunding

Finanziare un’azienda attraverso la raccolta fondi azionaria significa investire soldi in cambio di quote del loro capitale, diventandone a tutti gli effetti soci. Se un’impresa in cui si è investito ha successo, le quote acquistate potranno vedere il proprio valore apprezzarsi rispetto al costo d’acquisto.

Nella maggior parte dei Paesi in cui operano portali di crowdfunding il fenomeno è fatto rientrare nell’ambito di applicazione di discipline già esistenti. Proprio l’Italia è stata invece il primo Paese in Europa a dotarsi di una normativa specifica e organica relativa al solo equity crowdfunding. Parliamo del decreto legge n. 179/2012 (convertito nella legge 17 dicembre 2012, n. 221) recante «Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese» (noto anche come «Decreto crescita bis»). Il Decreto ha delegato alla Consob il compito di disciplinare alcuni specifici aspetti del fenomeno con l’obiettivo di creare un ambiente affidabile in grado, cioè, di creare fiducia negli investitori. La Consob ha adottato il 26 giugno 2013 il nuovo regolamento, con cui è stato istituito il registro dei gestori dei portali, introducendo i requisiti di onorabilità e professionalità per chi controlla o amministra le piattaforme e l’indicazione di informare ed educare il pubblico che possa essere interessato a questo tipo di investimento/donazione.

I vantaggi fiscali

Il Regolamento prevede una esenzione dall’applicazione della disciplina sui servizi di investimento per gli investimenti che siano complessivamente al di sotto di una determinata soglia pari a 500 euro per singolo ordine e 1.000 euro per ordini complessivi annuali, per gli investimenti delle persone fisiche; 5.000 euro per singolo ordine e 10.000 euro per ordini complessivi annuali, per gli investimenti delle persone giuridiche. In Italia poi è previsto che una persona fisica possa detrarre dalle imposte il 30% del valore degli investimenti effettuati in start-up e Pmi innovative, mentre le imprese (persone giuridiche) possono dedurre il 30% dell’investimento dall’imponibile fiscale. Per saperne di più leggi Investire in equity crowdfunding: incentivi fiscali e come ottenerli

I rischi da considerare

Nonostante la regolamentazione, i benefici e le misure volte a proteggere gli investitori, se non avete mai rischiato nemmeno a Monopoli, forse è meglio che lasciate stare, perché un assunto è chiaro e cristallino: quello in start-up è un investimento ad alto rischio che comporta in cambio la possibilità di profitti elevati, oltre a una serie di benefici aggiuntivi. È ovvio infatti che scommettere su qualcosa di nuovo, di fatto su un’idea e un progetto per realizzarla, su un’entità che non ha una storia, risultati da presentare o dividendi da promettere può portare, nella peggiore delle ipotesi, alla perdita del capitale, perché l’impresa fallisce o cresce troppo lentamente per arrivare all’obiettivo. Ecco perché il consiglio primario è quello di avere la capacità di sostenere economicamente l’eventuale perdita dell’intero capitale investito.

Anche la illiquidità è un’eventualità di cui tenere conto. Anche se l’azienda ha successo, è assai probabile che per alcuni anni non sia possibile vendere le proprie quote, per dar modo al business di crescere e perché non esiste un cosiddetto mercato secondario organizzato su cui è possibile effettuare gli scambi. (Peraltro, nel nostro Paese, l’art. 25, comma 2 del “Decreto crescita bis” vieta proprio la negoziazione degli strumenti finanziari emessi dalle start up innovative, così come la distribuzione di dividendi per i primi 5 anni).

Un altro elemento da considerare che potrebbe rappresentare un ostacolo “psicologico” per gli investitori più razionali è il fatto che la decisione se investire o meno si basa di fatto su un impulso emozionale rispetto al progetto che ci viene presentato.

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Certo, è opportuno comunque richiedere e verificare che il business plan della start-up contenga una sezione adeguata dedicata al funding e al cash flow, insieme a una strategia finanziaria di più ampio respiro che preveda anche dei “piani b”, oltre a una chiara spiegazione di come verranno impiegati i finanziamenti. Ma alla fine sarà il nostro “fiuto” ad avere la meglio.

Come ha risposto il nostro Paese a questa opportunità? Inizialmente il mercato dell’equity crowdfunding è partito con difficoltà. Sono seguiti nuovi regolamenti per agevolare gli investimenti. L’effetto si è visto nell’ultimo anno: un’impennata delle somme raccolte rispetto al periodo precedente, segno che qualcosa finalmente si sta muovendo.

Decuplicate anche le campagne di equity crowdfunding finanziate con successo, passando dalle 4 del 2014 alle 44 di un 2018 non ancora terminato. In tutto, ad oggi, ammontano a 124. È aumentato anche il numero degli investitori: si è passati dai 134 nel 2014 a 3.579 nel 2018. Si è ridotto invece l’importo medio versato: nel 2014 la media era di 9.800 euro, oggi è scesa a 3.200 euro.

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