Investire in PIR conviene davvero?

Flavia Provenzani

31 Luglio 2017 - 10:26

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Investire nei PIR conviene davvero? 7 motivi per cui è meglio aspettare a puntare sui Piani Individuali di Risparmio.

Dopo aver approfondito come funzionano i PIR e quali sono i vantaggi, primi su tutti le agevolazioni fiscali sulle plusvalenze, è il momento di comprendere se conviene investire davvero nei Piani Individuali di Risparmio e quali sono i rischi per i risparmiatori.

Introdotti con la più recente Legge di Bilancio, i PIR sono Piani Individuali di Risparmio che permettono di investire ed esporsi alle piccole e medie imprese italiane.

Ad attirare l’interesse di molti investitori è l’opportunità di vedersi detassati i profitti a patto di mantenere l’investimento in un PIR (che sia un fondo, un conto titoli, una polizza o attraverso una gestione patrimoniale) per almeno cinque anni. Tuttavia, sono in agguato alcuni rischi che sembrerebbero costituire una serie di motivi per NON investire in PIR.

Come da anni consigliamo noi di Money.it, prima di esporsi ad un investimento è bene pianificare con esattezza l’esposizione, conoscere puntualmente lo strumento di investimento scelto e seguire le buone regole di money management.

Investire in PIR conviene davvero?

Definiamo e approfondiamo 7 motivi per cui, al momento, non conviene investire nei Piani Individuali di Risparmio.

1) Il vincolo temporale
L’investimento in PIR è conosciuto per il suo incentivo fiscale, ma il vincolo temporale imposto ad almeno 5 anni costringe la flessibilità del proprio portafoglio di investimenti.
Inoltre, la detassazione non è da considerarsi un favore a costo zero da parte dello Stato, ma un compenso per l’alto rischio che l’investitore prende su di sé esponendosi all’investimento in PIR.

2) Esposizione al rischio sistemico Italia
Nelle caratteristiche dei PIR troviamo la necessità che il piano di investimenti converga verso le PMI italiane, facendo sì che l’investitore si esponga al rischio sistemico del paese Italia.
Secondo quanto stabilito dal legislatore il PIR deve obbligatoriamente investire almeno il 70% del capitale in aziende che hanno sede in Italia, o in alternativa in società che abbiano domicilio nel SEE (spazio economico europeo) a patto che eseguano una organizzazione stabile nel territorio italiano.

3) Il rischio delle PMI
Le piccole e medie imprese seguono notoriamente un andamento volatile e scarsamente liquido. Il rischio è considerevole, soprattutto se si vuole mantenere aperto l’investimento nel medio/lungo termine per avere accesso agli sgravi fiscali previsti dallo Stato.
Secondo quanto prevede la normativa sui PIR, il 30% dell’esposizione minima del 70% alle imprese italiane (quindi il 21% del totale) deve investire in strumenti finanziari emessi da imprese non comprese nell’indice generale di Borsa Italiana Ftse Mib.

4) Aliquota al 26% se non si rispettano le regole
Qualora non si rispettasse il vincolo temporale di almeno 5 anni non si ha accesso alla detassazione sulle plusvalenze dell’investimento. In questo caso verrebbe attivata la normale aliquota sulle rendite finanziarie attualmente al 26%. Un altro fattore che limita fortemente la flessibilità dell’investitore.

5) Forte esposizione a azioni e obbligazioni
Per la natura dei PIR, gli strumenti su cui si investe maggiormente sono azioni e obbligazioni, e in misura minore in ETF, depositi e conti correnti. L’indicazione limita fortemente una diversificazione dell’esposizione tra le varie classi di investimento.

6) Difficile valutare la bontà dell’investimento
I PIR non sono strumenti di investimento pensati per il risparmiatore italiano medio, bensì per l’investitore esperto con un’ampia conoscenza del settore delle mid e small cap italiane. Il comparto delle PMI, come anticipato, è estremamente incerto poiché poco liquido, e quindi eccessivamente volatile. Queste caratteristiche ostacolano fortemente la possibilità di valutare il modo corretto la performance del gestore che abbiamo scelto per il nostro investimento in PIR.

7) Poca chiarezza
Data la novità dello strumento, introdotto solo all’inizio del 2017, vi è ancora poca trasparenza, soprattutto sul fronte delle forme giuridiche permesse per l’ideazione e la creazione dei PIR da offrire al pubblico da parte dei gestori patrimoniali e dalle istituzioni finanziarie. Questo non permette la giusta chiarezza sulle strutture dei costi degli attori finanziari, che necessariamente si ripercuotono sull’investitore finale.

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