Ancora tanta ansia sul fronte inflattivo e quindi ancora tanta incertezza, che si traduce in debolezza sul fronte dei titoli di Stato, con i nostri BTP tramortiti come poche volte negli ultimi anni.
Ora però il quadro potrebbe migliorare se le promesse di Trump di una riapertura dello stretto di Hormuz, a seguito di un accordo con l’Iran, si concretizzassero, ipotesi però smentita dalle evoluzioni della notte, con il Brent tornato sopra i 100 Usd. Il quadro resta pertanto esposto alla massima volatilità anche per i nostri titoli di Stato.
Sette rilevatori di inflazione
Lo stretto di Hormuz, ombelico del mondo
Si conferma il primo indicatore correlato all’ sviluppo dell’inflazione. Gli “ship tracking” rivelano che qualche nave si sta muovendo nelle acque più sorvegliate del mondo. Sembrano però delle navi fantasma, visto che hanno strane nazionalità asiatiche, non dispongono di precisi riferimenti in relazione alle destinazioni e ai carichi nonché di prevalente piccola stazza. Le notizie relative all’apertura o meno dello stretto di Hormuz sono molto confuse e di conseguenza l’incertezza predomina impattando negativamente sul greggio.
Il prezzo del petrolio
Vediamo allora cosa succede su questo fronte. I dati di apertura di oggi relativi ai future hanno indicato un tentativo di stabilizzazione attorno ai 100 $ ma in presenza di forte volatilità. L’impennata delle quotazioni spot, cioè con vendita, consegna e regolamento immediati, prosegue intanto dopo i record della settimana scorsa, con quello esportato da Dubai addirittura a 170 Usd. Ogni notizia in merito è ormai delirante e quindi poco affidabile. L’effetto psicologico sull’inflazione mondiale si fa intanto sentire in maniera esasperata.
I timori sull’inflazione italiana
Si continua a sospettare che possa tornare sopra il 3% su base annua ma c’è chi ipotizza valori più elevati, sebbene di breve termine. Un improvviso incremento di corto periodo sarebbe sopportabile, mentre uno più stabile porterebbe a inevitabile recessione dell’economia e non certo solo italiana.
Gli ultimi dati da noi
Nel mese di febbraio si è registrata una variazione del +1,7% su base mensile e del +1,5% su base annua. Tutto quanto sta avvenendo non ha però ancora avuto effetti. Ora si attendono i dati riferiti a marzo, che saranno già rilevatori di un quadro più realistico, con prime conseguenze da Iran.
Le stime per l’Europa
Anche qui c’è forte incertezza. Ruben Segura-Cayuela, capo economista per l’Europa di Bank of America, ha delineato tre scenari a seconda della durata del caro energia.
Nel caso ritenuto più probabile, il petrolio si stabilizzerebbe intorno agli 80 dollari al barile e il gas Ttf olandese attorno ai 50 euro/MWh per circa due mesi. L’inflazione dell’area euro toccherebbe brevemente un picco vicino al 2,5% tra marzo e aprile, per poi tornare sotto il 2% entro fine estate.
Uno shock più intenso, con il petrolio stabile a 100 dollari e il gas a 60 euro/MWh, sarebbe più dannoso. L’inflazione si attesterebbe in media al 2,4% nel 2026, con un picco nel secondo trimestre sopra il 3%.
Il terzo scenario prevede una perturbazione prolungata. Anche con il petrolio fermo intorno agli 80 dollari, uno shock energetico di quattro mesi potrebbe spingere l’inflazione annua intorno al 2,2%, con una media del 2,5% nel secondo trimestre.
Gli ultimi numeri negli Usa
Per l’inflazione la Fed pronostica 2,7% quest’anno, 2,2% il prossimo e 2% nel 2028. Tre mesi fa prevedeva 2,4% quest’anno, 2,1% il prossimo e 2% del 2028. Quanto possono essere attendibili questi numeri?
I dati riferiti ai Paesi emergenti
L’impatto di una chiusura di Hormuz sulla crescita del Pil “emerging” sarebbe in media di almeno -0,5 punti percentuali, portando la crescita dei mercati emergenti (esclusa la Cina) intorno al 3,1%. Quelli più a rischio sarebbero Bangladesh, Egitto, Etiopia, Giordania, Kenya, Marocco, Pakistan, Polonia, Romania, Sri Lanka e Tunisia. Un secondo gruppo di economie presenta un rischio moderatamente elevato, avendo maggiore margine di manovra per sostenere l’economia: Cile, Cina, Ungheria, India, Filippine, Taiwan, Thailandia e Turchia. Al contrario, i grandi esportatori di materie prime come Brasile e Messico appaiono resilienti nonostante i deficit fiscali, perché le esportazioni energetiche attenuano l’impatto dei prezzi più alti.
Sui BTP, il rischio è questo
Il quadro è certamente destabilizzante e gli economisti sperano in un movimento accelerativo dell’inflazione solo di breve periodo anche in presenza di picchi eccessivi del petrolio.
Le quotazioni dei BTP ipotizzano invece il peggio, ovvero un botto per il costo della vita. La curva dei rendimenti lo conferma, con le scadenze a 2 anni (3,13%) e 3 anni (3,27%) salite in misura nettissima. Ci si sta avvicinando ai picchi del 2022/2023, quando esplosero come conseguenza del Covid.
È realistica questa situazione? Sì, se si ragiona in termini di panico da parte degli investitori, preoccupati proprio dall’anomalo movimento della “yield curve”. No, se si riflette con freddezza. È pur vero che dal 27 febbraio il trend rialzista dei rendimenti è stato continuo, salvo per la seduta del 9 marzo. Si sono rotti all’insù (e quindi all’ingiù per le quotazioni) riferimenti grafici di tutto rilievo, ribaltando le previsioni di inizio anno che vedevano un decennale italiano al 3% contro il 3,87% dell’apertura della seduta di oggi.
Che fare allora?
- Vendere e aspettare tempi migliori, che potrebbero però manifestarsi già nel breve termine?
- Vendere e spostarsi su scadenze corte (2 anni)?
- Non farsi prendere dal panico e aspettare improvvisi e possibili violenti rimbalzi?
Ogni scelta è motivata e il tutto dipende inesorabilmente dalla propensione al rischio. Che sul fronte degli obbligazionisti si è tuttavia non di poco ridotta nelle ultime settimane.
Fra le tre opzioni quella certamente più prudenziale è la seconda, utile a cogliere rendimento di brevissimo termine. Ecco allora due ipotesi di titoli di Stato (BTP e Bund) con scadenza 2028. Le quotazioni sono aggiornate all’apertura della seduta di oggi.
| Titoli di Stato | Descrizione | Titolo | ISIN | Prezzo e rendimento |
|---|---|---|---|---|
| BTP a due anni | Con yield più alto | Btp 4,75% St28 | IT0004889033 | Sui 104,3 € - 2,90% |
| BTP a due anni | Con quotazione sui 100 | Btp 2,80% Dc28 | IT0005340929 | Sui 99,8 € - 2,89% |
| BTP a due anni | Con quotazione ben sotto 100 | Btp 0,25% Mz28 | IT0005433690 | Sui 95,1 € - 2,85% |
| BTP a due anni | Ben scambiato | Btp 3,8% Ag28 | IT0005548315 | Sui 102 € - 2,91% |
| Bund a 2 anni | Il generoso | Bund 4,75% Lg28 | DE0001135085 | Sui 104,6 € - 2,62% |
| Bund a 2 anni | Con quotazione ben sotto 100 | Bund 0,5% Fb28 | DE0001102440 | Sui 96,2 € - 2,57% |
| Bund a 2 anni | A tasso zero | Bund 0% Nv28 | DE0001102556 | Sui 93,5 € - 2,56% |