Industrial Accelerator Act, il piano UE per avere meno burocrazia. Ma a mancare è la domanda interna

Sergio Giraldo

09/03/2026

L’UE lancia l’Industrial Accelerator Act: meno burocrazia e Made in EU per rianimare l’industria, ma le promesse sono vaghe.

Industrial Accelerator Act, il piano UE per avere meno burocrazia. Ma a mancare è la domanda interna

La Commissione europea a guida Ursula von der Leyen ha diffuso, dopo lunghe attese, la sua proposta di regolamento sull’Industrial Accelerator Act, un piano strategico mirato a invertire il declino manifatturiero del continente e portare il peso dell’industria dal 14,3% ad almeno il 20% del PIL entro il 2035.

In un contesto geopolitico segnato da tensioni globali e dipendenze critiche, Bruxelles punta a rafforzare la competitività e la resilienza di settori chiave come la siderurgia, la chimica, l’automotive e le tecnologie a zero emissioni nette. Il cuore amministrativo della riforma risiede nella semplificazione burocratica radicale attraverso il principio «un progetto, una procedura», che prevede l’istituzione di punti di accesso unici digitali basati sullo European Business Wallet per coordinare tutte le autorizzazioni necessarie alla costruzione e all’esercizio dei siti industriali.

Per accelerare ulteriormente i tempi, gli Stati membri saranno chiamati a designare specifiche aree di accelerazione industriale dotate di un’autorizzazione di base aggregata e procedure di «approvazione tacita» per i passaggi intermedi, riducendo drasticamente l’incertezza per gli investitori.
La strategia si fonda inoltre sulla creazione di veri e propri «Lead Markets» attraverso la leva degli appalti pubblici e dei regimi di sostegno statale, imponendo dal 2029 quote minime obbligatorie di materiali a basse emissioni di carbonio e di origine unionale per settori come l’acciaio, l’alluminio e il cemento. Requisiti simili di «Made in EU» vengono estesi anche alle tecnologie pulite, richiedendo che componenti critici come inverter solari, celle di batterie e sistemi di gestione dell’energia siano fabbricati sul territorio europeo per garantire l’autonomia tecnologica della regione.

Un capitolo innovativo riguarda infine la disciplina degli investimenti esteri diretti superiori a 100 milioni di euro in settori critici come i veicoli elettrici e le materie prime, la cui approvazione sarà condizionata alla generazione di valore aggiunto reale per l’Unione. Le aziende extra-UE dovranno soddisfare requisiti rigorosi, tra cui l’impiego di almeno il 50% di lavoratori dell’Unione, il trasferimento di conoscenze tecnologiche e investimenti minimi in ricerca e sviluppo all’interno dei confini europei. Secondo le proiezioni della Commissione, l’impatto combinato di queste misure potrebbe creare o preservare circa 150.000 posti di lavoro entro il 2030, garantendo al contempo una riduzione delle emissioni di gas serra pari a circa 30,58 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.

Il blando protezionismo parziale che l’IAA introduce in realtà serve a poco, considerato che sarà considerato «Made in Ue» anche ciò che è prodotto in paesi che con l’Ue hanno un accordo commerciale. Non c’è una strategia Made in Ue per l’acciaio, ma si prevedono quote minime di acciaio «green». I tagli alla burocrazia possono aiutare in teoria, ma non possono essere il motore di una rinascita industriale.

Ancora una volta, la montagna ha partorito un topolino. I problemi dell’industria europea non sono certo la burocrazia o le emissioni di CO2, quanto piuttosto la compressione della domanda interna che espone l’industria agli shock della domanda estera.
Con una domanda interna poco sviluppata, in Europa non c’è quella rete di salvaguardia che può consentire alle imprese di contare sul mercato interno in caso di difficoltà all’estero. Inoltre, la ricerca della competitività sui mercati internazionali spinge le imprese a delocalizzare dove i costi di produzione sono inferiori. In altri termini, non si possono curare i guasti della globalizzazione (austerità, domanda interna debole, salari compressi, delocalizzazioni) tagliando la burocrazia. È come togliere il caffè a un alcolizzato: non serve a nulla, anzi peggiora la situazione.