Il vero problema della Grecia è l’intero sistema economico, non il debito pubblico. L’analisi
La battaglia tra Grecia e UE continua senza esclusione di colpi. Da un lato Tsipras che chiede di rinegoziare il debito pubblico, dall’altro le istituzioni europee che continuano ad invocare un ritorno all’austerity e aprono solo alla revisione di scadenze e interessi.
Ad oggi, il rapporto tra debito pubblico e PIL in Grecia ammonta al 175%. In soldi, parliamo di 315 miliardi a fronte di un PIL di 180. Gran parte di esso è in mano agli altri Stati europei, alla BCE e al FMI.
Secondo il Governo di Syriza l’enorme ammontare del debito pubblico renderebbe impossibile una ripresa del Paese. Questo il motivo per il quale gli ellenici hanno chiesto alla Troika un netto taglio. Quest’ultima, dal canto suo pretende che la Grecia rispetti quelle regole che, a conti fatti, hanno già dimostrato di non funzionare.
Ad onor del vero però, i vertici della Troika non sono né pazzi, né sprovveduti. Il motivo per il quale sono state avanzate specifiche richieste si deve al fatto che per decenni, prima dell’entrata nell’euro, i vari esecutivi greci che si sono succeduti hanno evitato di varare riforme che avrebbero potuto salvare il Paese, preferendo i voti al bene della Grecia.
Il Governatore della BCE Mario Draghi si è soffermato sulla situazione greca, evidenziando che la pressione fiscale ad Atene nel 2014 sia stata pari al 34%, molto al di sotto della media europea. La Troika dunque non è stata applicata e addebitare ad essa tutti i problemi significa arrampicarsi sugli specchi.
L’economia del Paese è infatti allo sbando: antica, poco competitiva, assolutamente non meritocratica e chiusa in se stessa.
Nel corso degli ultimi anni, la Grecia ha migliorato il deficit commerciale, così come hanno fatto gli altri Stati. Il problema in questo caso è che il miglioramento non si deve ad un incremento dell’export, ma a una riduzione considerevole dell’import: i cittadini non consumano più. Questo ha distrutto le importazioni, riequilibrando la bilancia commerciale.
Parlando di salari, uno dei punti cardine del programma di Syriza prevede l’innalzamento del salario minimo. Gli stipendi greci sono molto più bassi della media UE e negli ultimi anni sono calati ancora di più. Questo però non ha causato un aumento dell’export: la competitività è lievemente salita, ma i benefici per l’economia sono stati nulli.
A questo punto, appare palese come il problema di Atene non sia solo il debito pubblico, ma un sistema economico, rigido, arretrato e per nulla concorrenziale.
I beni principali esportati dagli ellenici, oltre al petrolio raffinato e al turismo, sono i beni alimentari: olio e feta su tutti. Nessuno sforzo di ampliare, di cambiare, di innovare.
Altre pecche sono la corruzione e il clientelismo. Uno Stato in cui la meritocrazia conta sempre meno, in cui ad emergere sono «gli amici degli amici» e non le personalità più valide.
Il debito pubblico è solo uno dei tanti problemi. Far credere alla popolazione che rinegoziandolo si esca dalla crisi è sbagliato e criminale. Nessuno vuole difendere la Troika (divenuta ormai indifendibile), ma se la Grecia vuole ricominciare a crescere dopo anni e anni di coma profondo, c’è bisogno di molto altro.