Il rublo ha aggiornato i record negativi su euro e dollaro. Putin potrebbe utilizzare la mano pesante e fermare le speculazioni, isolando poi il paese dai mercati internazionali
Non si placano le vendite sul rublo russo, che paga la decisione dell’OPEC di mantenere invariata la produzione di petrolio a 30 milioni di barili senza alcun taglio all’output del cartello. Nonostante i continui ribassi dei prezzi sui mercati internazionali, al meeting di Vienna l’OPEC ha ritenuto opportuno lasciare inalterato il tetto dell’offerta facendo così prevalere la tesi dell’Arabia Saudita secondo la quale le quotazioni si stabilizzeranno da sole senza alcun intervento sull’output.
La Russia, principale produttore di greggio al di fuori del cartello, ne sta pagando pesantemente le conseguenze, visto che le sue entrate statali dipendono per oltre la metà dagli idrocarburi, mentre l’export di materie prime energetiche è pari al 70% del totale. Il rublo russo non accenna a fermare la sua clamorosa corsa al ribasso, tanto che oggi sono stati aggiornati nuovi record negativi. Il tasso di cambio dollaro/rublo ha toccato un nuovo massimo storico a 49,79, ormai a un passo dalla soglia psicologica di 50. Il cross euro/rublo si è spinto fino a 61,98, anche qui ai massimi di sempre.
Il crollo dei prezzi del petrolio, ieri sotto i 68$ per il Wti e a 72$ per il Brent, dovrebbe spingere presto l’economia russa in recessione. Alcuni analisti di Citigroup hanno calcolato che per ogni calo del 10% del petrolio, il pil russo si contrae dello 0,8%, mentre la posizione fiscale del paese può peggiorare fino a un massimo dello 0,8%. Inoltre la bilancia dei pagamenti con l’estero può subire un impatto negativo dello 0,4%. Il ministro delle Finanz russo Anton Siluanov ha ammesso che il crollo dei prezzi del petrolio dovrebbe far perdere alla Russia circa 100 miliardi di dollari all’anno.
La fuga dal rublo inizia a preoccupare tantissimo le autorità monetarie di Mosca, soprattutto dopo il tentativo vano di fermare l’emorragia con vendite di riserve valutarie. La banca centrale russa ha già speso un quinto delle proprie riserve per arrestare il crollo del rublo, per un ammontare superiore ai 70 miliardi di dollari. Quest’anno si stima che i deflussi di capitali dalla Russia toccheranno quota 125 miliardi di dollari, circa il dopio rispetto allo scorso anno. Alcuni economisti non escludono che Vladimir Putin possa usare il pugno di ferro per risollevare il rublo, bloccando tutte le speculazioni sugli incroci che riguardano la valuta russa.
Il premier deve fare i conti con un’economia in declino, appesantita dalle sanzioni occidentali e dal crollo dei prezzi del petrolio. La fuga dal rublo sta spingendo i tassi sui bond decennali russi stabilmente sopra il 10,5%, livelli che non si vedevano dal 2009, mentre i tassi di interesse centrali sono stati di recente alzati al 9,5%. Se Putin dovesse bloccare gli investimenti speculativi sul rublo, allora gli investitori internazionali rischierebbero pesanti perdite in conto capitale. La Russia verrebbe probabilmente esclusa dai mercati internazionali e tornerebbe lo spettro del default, come avvenuto già nel 1998. Il paese non si trovava in una condizione economico-finanziaria così difficile da oltre 15 anni. Il rischio è quello di assistere a una crisi valutaria e finanziaria dalle proporzioni enormi, con effetti negativi non solo sull’economia russa ma anche su quella globale.