Elezioni: quali effetti sui mercati? Possibili sorprese secondo Paolo Cardenà

Quali dovrebbero essere le priorità del nuovo Governo? Quali le conseguenze sui mercati di un governo senza maggioranza, dalle larghe intese? Lo abbiamo chiesto all’esperto Paolo Cardenà.

Elezioni: quali effetti sui mercati? Possibili sorprese secondo Paolo Cardenà

Il mercato obbligazionario non sembra essere spaventato da una possibile mancanza di una maggioranza assoluta a seguito delle elezioni politiche 2018. Eppure Paolo Cardenà, consulente finanziario e private banker dei maggiori gruppi bancari italiani, non si sente di escludere qualche sorpresa.

Nonostante la crescita economica degli ultimi trimestri, non possiamo ancora parlare di “crescita soddisfacente” in Italia, ed è indubbio che il nostro Paese non sia stato capace di sfruttare a dovere una serie di fattori favorevoli ormai in fase di esaurimento, come la svalutazione dell’euro di Draghi, il ribasso delle quotazioni del petrolio e i bassi tassi di interesse.

Il nuovo Governo, la cui composizione sarà nota nei prossimi giorni, per Cardenà è chiamato a “ricavarsi spazi fiscali per poter far fronte alla prossima recessione”, che “potrebbe essere all’orizzonte”. Essenziale è “offrire ai creditori insolventi la possibilità di avviare delle singole trattative con le rispettive banche” con il fine di arrivare all’estinzione delle posizioni. Così facendo il soggetto debitore riotterrebbe la riabilitazione creditizia e le banche avrebbero l’opportunità di guadagnarci più di quanto non facciano cedendo le posizioni deteriorate agli operatori specializzati.

Quali i possibili effetti sui mercati finanziari dopo l’esito delle elezioni? Quali dovrebbero essere le priorità del nuovo Governo? L’Italia può davvero (finalmente) cambiare?
Money.it lo ha chiesto a Paolo Cardenà in un’intervista in esclusiva.

MONEY.IT: Quali effetti, seppur temporanei, possiamo aspettarci sui mercati in dipendenza dall’esito delle elezioni? Quali conseguenze da un governo senza maggioranza?

P. CARDENÀ: Gli ultimi sondaggi che abbiamo potuto leggere, ammesso che siano attendibili, hanno evidenziato che nessuna forza politica dovrebbe ottenere la maggioranza necessaria per governare. Negli ultimi mesi si è assistito a un robusto rialzo dei rendimenti che ha interessato principalmente gli Stati Uniti (per via di attese superiori sull’inflazione), che si è esteso anche all’Eurozona. Il decennale italiano ha avuto un’ottima resilienza e lo spread verso il titolo tedesco si è addirittura ridotto. Dato il fenomeno appena descritto, sembrerebbe che ai mercati non dispiaccia affatto l’ipotesi di un risultato elettorale che non restituisca una maggioranza in grado di governare. In pratica, sembrerebbe che si stia scommettendo su un Governo di larghe intese sulla scia di quanto avvenuto negli ultimi anni.

Quale sarà l’esito elettorale lo scopriremo lunedì mattina, così come scopriremo la reazione dei mercati. Ma posso dire che, dato l’assetto delle attuali alleanze politiche, non mi sento di escludere qualche sorpresa. In particolare, e qui mi riferisco al centrodestra (che sembrerebbe in vantaggio rispetto agli altri) la reazione dei mercati dipenderà:
a) se otterrà la maggioranza per governare;
b) dalla forza politica che prenderà più voti e che quindi avrà un maggiore peso nella formazione del nuovo Governo.

Per quanto i mercati diano poco credito a questa ipotesi, non sono così sicuro che reagirebbero con favore alla prospettiva di un governo “ostile” alla Ue, qualora il primo partito della coalizione dovesse risultare la Lega. Questo nell’ipotesi che il centrodestra conquisti la maggioranza e la Lega risulti, appunto, il primo partito della coalizione.

Nel caso di vittoria del centrodestra, senza che vi sia una maggioranza idonea a governare, credo che il Presidente della Repubblica perseguirà la strada delle larghe intese, sulla scia di quanto avvenuto negli ultimi anni. E questo credo che potrebbe essere particolarmente apprezzato dai mercati.

L’ultima ipotesi è quella che vede la vittoria del Movimento 5 Stelle, pur senza ottenere la maggioranza. In questo caso la strada delle alleanze appare molto stretta, e comunque credo che si tratterebbe di un’ipotesi non particolarmente gradita dai mercati.

MONEY.IT: Quali dovrebbero essere le priorità del nuovo Governo per sostenere concretamente la ripresa dell’economia italiana?

P. CARDENÀ: Per rispondere a questa domanda è opportuno fare un passo indietro e ricordare come l’Italia ha vissuto gli ultimi 10 anni, caratterizzati dalla grande recessione del 2008/2009 e, poi, successivamente, dalla crisi del debito sovrano del 2011/2012 che, in realtà, come ha ampiamente documentato la letteratura economica e la stessa BCE per bocca del Vice Presidente Vitor Constancio, si trattò di una crisi indotta dal debito privato.

Il ciclo economico che stiamo vivendo è partito nel secondo trimestre del 2009. L’Italia, dopo la grande recessione, ha dovuto fare i conti anche con la crisi del 2011 e quindi con altri due anni di recessione, aggravata dalle politiche di austerità intraprese dal governo Monti. Solo a partire dal 2014 il prodotto interno lordo è iniziato a crescere; peraltro, in una prima fase, in maniera molto debole e, poi, successivamente, acquistando vigore negli ultimi 12/18 mesi.

Nonostante lo slancio raggiunto negli ultimi trimestri, il livello di crescita dell’Italia non è affatto soddisfacente. I livelli di disoccupazione restano molto elevati; persistono ampie sacche di sottoccupazione; i livelli di povertà sono ancora sui massimi; il rapporto debito Pil stenta a flettersi nonostante la ripresa e il sistema bancario italiano è debole e ancora alla prese con la riduzione della grande mole di crediti deteriorati, solo per citare alcune criticità. Quindi la crescita, seppure in atto, non è affatto soddisfacente e, certamente, non in sintonia con le reali necessità dell’Italia. Infatti, per avere una maggiore cognizione di ciò che sto dicendo, basti pensare al contesto globale nel quale è inserita la ripresa dell’Italia. A questo proposito può essere utile ricordare che gli altri paesi europei stanno crescendo circa il doppio dell’Italia e che, negli ultimi trimestri, la ripresa globale ha acquisito ulteriore slancio, diffondendosi in tutte le aree del mondo.

Va ulteriormente detto che la performance dell’Italia è (o è stata) ulteriormente supportata da fattori esterni particolarmente favorevoli e, a mio avviso, poco ripetibili. Si pensi alla svalutazione dell’euro orchestrata da Draghi, al basso prezzo del petrolio (anche se risalito negli ultimi due anni), alle manovre espansive della BCE e ai bassi tassi di interesse. Insomma, una “congiunzione astrale” particolarmente favorevole che non è stata ben sfruttata dall’Italia. La domanda che dovremmo porci è: “cosa ne sarà dell’Italia quando la crescita globale rallenterà o quando verranno meno i fattori esterni favorevoli?”.

Come detto, il ciclo economico è già molto maturo e quindi una nuova recessione potrebbe essere all’orizzonte. Non sappiamo se arriverà tra sei mesi, un anno o due, ma è certo che arriverà. Quindi, dato che l’Italia sta combattendo ancora con gli effetti delle ultime due crisi, un Governo avveduto dovrebbe cercare di ricavarsi spazi fiscali per poter far fronte alla prossima recessione, cercando altresì di sfruttare al meglio tutto ciò che la ripresa in corso può ancora offrire.

Sotto questo aspetto andrebbe considerato che la crisi ha prodotto qualche milione di soggetti insolventi nei confronti del sistema bancario e del fisco. Si tratta di un gran numero di persone che non hanno accesso al credito o che vivono in condizioni di clandestinità fiscale per via della grande massa di debiti accumulati nei confronti del fisco, che non verranno mai pagati, e quindi incassati, dal fisco. Quindi, di fatto, tali soggetti, proprio perché impossibilitati ad onorare il proprio debito, non hanno accesso al credito (deprimendo l’economia) e vivono in condizione di clandestinità fiscale, facendo sì che al fisco sfugga ulteriore materia imponibile.

Sul fronte bancario, se ci si preoccupa di come le banche possano smaltire l’enorme quantitativo dei crediti deteriorati, sarebbe miope non preoccuparsi anche degli effetti sociali che si determineranno una volta che questi crediti saranno ceduti alle società di riscossione. Quindi, perché non offrire ai creditori insolventi la possibilità di avviare delle singole trattative con le rispettive banche, finalizzate all’estinzione e allo stralcio di tali posizioni? In questo modo, si otterrebbe la riabilitazione creditizia dei soggetti insolventi e le banche potrebbero ottenere qualcosa in più rispetto a quanto altrimenti otterrebbero cedendo le posizioni deteriorate agli operatori specializzati.

Credo quindi che questi due temi dovrebbero essere affrontati con molta decisione da parte del nuovo governo, liberando così risorse (cittadini) che tornerebbero nuovamente a contribuire con maggiore incisività allo sviluppo economico del Paese e anche alle ragioni del fisco.

Sia chiaro, non si tratterebbe di farla fare franca ai furbi, ma semplicemente di riconoscere l’esistenza di un grande problema economico e sociale. Di conseguenza, una profonda riforma fiscale e un nuovo patto con i contribuenti sono indispensabili.

MONEY.IT: Secondo Lei è possibile un reale cambiamento in Italia?

P. CARDENÀ: A dire il vero un po’ di speranza l’ho persa. Ero poco più che un bambino e in televisione, grosso modo, si parlava degli stessi problemi che l’Italia di oggi ha. Sono passati molti anni da allora e mi sembra di capire che questo paese sia poco riformabile. Anzi, direi che quelli che erano i problemi di allora si siano ulteriormente accentuati. Salvo rarissime eccezioni, la retorica usata dalla politica in questa campagna elettorale, per lo più fondata su promesse del nulla, racconta di una classe politica particolarmente abile nel cercare di non deteriorare il consenso politico.

Viene fatto proponendo svolte epocali che contrastano con due elementi fondamentali: il primo ha a che fare con gli spazi fiscali dell’Italia, particolarmente limitati nel contesto attuale; il secondo, invece, ha a che fare con le esperienze dei governi passati. Eccettuato il Movimento 5 Stelle e in parte la Lega, le altre forze politiche, negli ultimi venti anni, si sono sempre alternate alla guida del Paese e quindi hanno avuto più di un’occasione per dar seguito a ciò che oggi vorrebbero fare, in un contesto assai più difficile rispetto a dieci o vent’anni fa.

Ammesso che le loro proposte siano valide, perché non lo hanno fatto quando era possibile (o più facile) farlo? A questa banale domanda, i protagonisti di oggi, che più o meno sono gli stessi di allora, tendono a dare risposte poco coerenti con la realtà degli eventi. Da qui la debole speranza che l’Italia possa intraprendere una svolta radicale nel proprio cammino.

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