Draghi e la MMT (Teoria Monetaria Moderna): cos’è e perché potrebbe salvare l’Italia

Claudia Cervi

21 Luglio 2022 - 12:46

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Al centro della teoria monetaria sostenuta da Draghi, la spesa pubblica fa leva sulla capacità produttiva inutilizzata del Paese per creare posti di lavoro. Ecco cos’è la Teoria Monetaria Moderna.

Verso la fine del suo mandato presso la Bce, nel 2019, Mario Draghi dichiarò al Parlamento Europeo la necessità di aprirsi a nuove teorie economiche, prendendo in considerazione la MMT (Modern Monetary Theory).

Sì, proprio quella teoria economica - per alcuni malsana e per alcuni invece toccasana - formulata all’inizio del ’900 e poi tornata in auge negli ultimi anni come scappatoia dalla trappola di liquidità provocata dai QE (prima che l’inflazione andasse fuori controllo).

Vediamo nel dettaglio cos’è e come funziona la Teoria Monetaria Moderna e in che modo potrebbe salvare l’Italia dalla recessione.

Draghi e la MMT (Teoria Monetaria Moderna): cos’è e perché potrebbe salvare l’Italia

Cos’è la MMT

La MMT (Modern Monetary Theory, in italiano Teoria Monetaria Moderna) stravolge il sistema dominante di politica monetaria basato sull’austerità fiscale, che poggia sul rischio di insolvenza di un Paese (definito dal rapporto deficit/Pil), e attribuisce allo Stato la capacità di controllare l’attività economica tramite la creazione di moneta.

Tale approccio annullerebbe in buona sostanza la validità del famoso detto «non ci sono i soldi» quando si parla di spesa pubblica, perché non dovrebbero essere chiesti né a debito né attraverso le tasse, perché sarebbero direttamente stampati. Insomma, i soldi per pagare i servizi pubblici, stipendi e pensioni ci sarebbero eccome. E non solo per questi scopi.

Nel suo ultimo discorso davanti al Parlamento europeo, nel settembre 2019, Draghi, dopo aver sommariamente spiegato come funziona la politica monetaria contemporanea (ovvero, attraverso l’immissione di denaro da parte dalla banca centrale nel sistema bancario privato tramite acquisto di titoli), si è chiesto se questa sia la maniera migliore per una banca centrale per contribuire ad affrontare problemi contemporanei così pressanti come il cambiamento climatico e le diseguaglianze. E si è risposto di no.

«Alcune delle nuove idee a proposito della politica monetaria, come la MMT o studi come quello presentato da vari autori tra cui il professor Fisher, così come altri di altri autori, suggeriscono diverse maniere di incanalare il denaro nell’economia. Queste sono oggettivamente idee piuttosto nuove che non sono state discusse dal Consiglio Direttivo; le dovremmo considerare, ma non sono state testate».

Lo studio di Stanley Fischer citato da Draghi si riferisce alla presentazione di un’altra teoria di politica monetaria espansiva, quella dell’helicopter money, pensata dall’economista Milton Friedman.
Questa teoria, che propone di dare un quantitativo di denaro (ad esempio 1000 dollari o euro) a ciascun cittadino in maniera periodica per migliorare le condizioni economiche di un Paese in crisi deflattiva, si differenzia tuttavia dalla MMT.

La Teoria Monetaria Moderna non propone infatti di “stampare moneta per finanziare il debito pubblico”, ma di istituzionalizzare dei programmi universali di lavoro.

Come funziona la MMT

La MMT non poggia sull’idea di spendere in deficit senza limiti, ma di emettere moneta entro vincoli diversi da quelli di natura strettamente finanziaria come il livello di deficit e il rapporto deficit/Pil.
In altre parole, la MMT prevede che lo Stato possa emettere moneta entro uno spazio fiscale determinato dalle risorse reali inutilizzate nel Paese (forza lavoro, risorse naturali, materiali ecc.) che potrebbero invece essere pienamente impiegate nell’interesse pubblico.

Secondo questa Teoria, dunque, il limite alla spesa pubblica dovrà essere fissato in relazione al raggiungimento della piena occupazione delle risorse reali e non dal livello di debito e di deficit pubblico registrati in rapporto al PIL. Ne consegue che la disoccupazione va considerata sempre un “fallimento della politica.

Bill Mitchell, economista australiano sostenitore della MMT, promuove «un programma di impiego pubblico a tempo indeterminato che offra un lavoro a un salario di mera sussistenza (minimo) a chiunque desideri lavorare ma non trova lavoro… I posti di lavoro garantiti hanno salari minimi che non sono in concorrenza con la struttura salariale del settore di mercato. Non potendo competere con il mercato privato, il lavoro garantito eviterebbe le tendenze inflazionistiche del keynesismo vecchio stile, che tentava di mantenere il pieno utilizzo delle risorse tramite posti di lavoro tradizionali».

L’approccio della MMT potrebbe dunque servire per compensare gli effetti negativi del capitalismo, agendo come una rete di protezione per aumentare la capacità produttiva delle risorse.

Occorre tuttavia fare una doverosa distinzione tra la teoria e la pratica. Secondo la MMT, l’attività economica può essere controllata dalla politica tramite la spesa pubblica effettuata in modo mirato.

Tuttavia, nella pratica, la possibilità di stampare moneta senza limiti potrebbe portare a investimenti e politiche inefficienti - e in Italia di esempi ne abbiamo molti - aumentando inevitabilmente l’inflazione.

La sfida della politica monetaria per il cambiamento climatico

Nel suo libro «Il mito del deficit», Stephanie Kelton, docente di Economia e Politica alla State University di New York, ha spiegato i pilastri della teoria economica moderna MMT, sostenendo che la spesa pubblica serve per finanziare le politiche sociali senza compromettere la sostenibilità fiscale dello Stato.

“L’emissione di moneta deve dunque essere finalizzata alla costruzione di una società più giusta e più prospera, passando da una narrazione di scarsità a una di opportunità.”

Ecco come la MMT potrebbe integrarsi nella sfida della politica monetaria per il cambiamento climatico.

L’Ipcc, il panel intergovernativo delle Nazioni Unite che indaga sui problemi ambientali, individua in 2,4 trilioni di dollari all’anno da spendere fino al 2035 la cifra necessaria per evitare che il riscaldamento globale aumenti di 1,5 gradi.

La banca centrale degli USA, la Fed, ha immesso tra il 2008 e il 2014 4,25 trilioni di dollari nel mercato finanziario; la BCE nella UE ha fornito alle banche tra il 2015 e il 2018 2,6 trilioni di euro, ovvero 3 trilioni di dollari.
Queste sono le cifre spese per i quantitative easing degli ultimi anni.

Paragonate a quelle richieste per affrontare il cambiamento climatico, mostrano come l’impegno delle due banche centrali più importanti del mondo dovrebbe essere particolarmente significativo su questo tema, superiore a quanto fatto nei più recenti stimoli monetari; probabilmente non dovrebbe essere sostenuto solo da esse, ma allargato a quelle di tutto il mondo.

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