Nei giorni scorsi, una notizia è passata quasi inosservata sui media internazionali: il governo iracheno ha annunciato che le forze statunitensi hanno completato il pieno ritiro dalle installazioni militari situate nel territorio federale del paese, escludendo la regione semiautonoma del Kurdistan dove le truppe USA rimangono presenti.
Il Ministero della Difesa iracheno ha precisato che l’ultimo contingente di consiglieri americani ha lasciato la base aerea di al-Asad nella provincia di Anbar, in Iraq occidentale, struttura che ha ospitato soldati statunitensi per oltre due decenni.
Ritiro graduale delle forze Usa
Il ritiro si inserisce in un processo di riduzione graduale delle forze USA iniziato da diversi anni, accelerato dalla richiesta del governo iracheno nel 2023. La coalizione a guida americana contro l’ISIS ha abbandonato anche il quartier generale del Joint Operations Command, lasciando tutte le installazioni sotto il pieno controllo delle forze di sicurezza irachene. Le truppe statunitensi continuano invece a essere presenti presso la base aerea di Harir nella provincia di Erbil, in Kurdistan, regione che gode di ampia autonomia con proprio governo, parlamento e forze di sicurezza, come riconosciuto dalla Costituzione irachena. La presenza militare USA in Iraq ha conosciuto forti fluttuazioni dalla invasione del 2003: al picco si contavano 170.000 soldati, ritirati nel 2011 sotto Obama, per poi tornare nel 2014 (circa 5.000 unità) su richiesta di Baghdad per combattere l’ISIS. Dal dicembre 2021, terminato il ruolo di combattimento, gli Stati Uniti mantengono circa 2.500 militari in veste di consiglieri e assistenti. Nel corso di quasi un decennio di intensi combattimenti, inclusa la campagna che depose Saddam Hussein, gli USA hanno perso 4.418 soldati tra il 2003 e il 2012 (di cui 3.481 in azioni ostili), con oltre 31.994 feriti; l’anno più sanguinoso fu il 2007, con 635 caduti durante l’apice della violenza settaria tra sunniti e sciiti.
Come osserva Responsible Statecraft, con l’ISIS da tempo sconfitto come entità territoriale, le autorità irachene hanno trascorso anni a chiedere pubblicamente il ritiro delle forze statunitensi. Nel 2024 Washington ha accettato di ridurre progressivamente la propria presenza militare, con un piano di ritiro completo entro la fine del 2026, anche se inizialmente restava incerto se gli Stati Uniti avrebbero mantenuto fermamente quell’impegno temporale.
Il recente annuncia confermerebbe però che il presidente Donald Trump sta facendo progressi concreti verso il suo obiettivo di ridurre la presenza militare americana in Medio Oriente, dove i soldati statunitensi sono spesso stati bersaglio di gruppi alleati con Teheran. Un vecchio pallino di Trump e della sua prima esperienza alla Casa Bianca (2017-2021).
Via anche dalla Siria?
Non solo Iraq. Il crollo della regione autonoma curda in Siria potrebbe segnare la fine della presenza militare statunitense nel paese. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l’amministrazione Trump starebbe valutando un ritiro completo delle truppe americane dalla Siria, in un contesto di rafforzamento dell’autorità centrale del governo di Damasco.
Dopo la rapida avanzata delle forze governative siriane, supportate dal nuovo presidente Ahmed al-Sharaa (ex Hayat Tahrir al-Sham, la diramazione siriana di al-Qaeda), e la conseguente perdita di controllo da parte delle milizie curde alleate degli Stati Uniti (principalmente le Syrian Democratic Forces, SDF), i funzionari americani ritengono ormai limitato il valore strategico della missione anti-ISIS nel paese. Attualmente, circa 1.000 soldati statunitensi sono dispiegati in varie basi siriane, principalmente nel nord-est, ufficialmente per contrastare il ritorno dello Stato Islamico (ISIS). Di fatto, per controllare il pozzi petroliferi del Paese, ora in parte passati sotto il controllo degli uomini di al-Sharaa-al Jolani.
Il dibattito negli Usa
Un fattore che accelera questa riflessione è stato l’attacco avvenuto a dicembre vicino a Palmira, in cui due soldati americani sono rimasti uccisi durante una pattuglia, insieme a un civile interprete. L’incidente ha evidenziato i rischi persistenti per il personale USA in un’area dove la minaccia jihadista, pur ridotta, non è scomparsa del tutto.Il possibile ritiro totale da Siria e Iraq incontra però una forte opposizione tra i falchi della politica estera americana. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha dichiarato che «l’ISIS ne sarebbe felicissimo» se gli Stati Uniti lasciassero la Siria, sottolineando il rischio di una rinascita del califfato e di attacchi contro gli interessi occidentali. Dall’altra parte, molti veterani delle guerre al terrorismo vedono nel ritiro una conclusione necessaria a due decenni di conflitti aperti in Medio Oriente. Brian Fay, veterano dell’Esercito, aveva dichiarato nel 2024 a Responsible Statecraft: «Non esiste la possibilità che le truppe restino in una zona di combattimento senza essere quotidianamente esposte a un pericolo mortale».
Questo cambio di postura nei confronti dei curdi era largamente prevedibile: dopo aver creato e protetto le SDF dal 2015 come principale alleato nella lotta contro l’ISIS, gli Stati Uniti hanno cambiato posizione in seguito all’incontro tra Sharaa e il presidente Trump a novembre, accogliendo la Siria nella coalizione anti-ISIS e rendendo superflua la partnership con i curdi. L’inviato speciale Tom Barrack ha dichiarato che lo scopo originario delle SDF è «largamente scaduto», provocando la reazione del comandante SDF Mazloum Abdi, il quale ha espresso rabbia per il tradimento americano.
Trattasi di una vittoria strategica significativa per la Turchia. Del resto, la visita dello scorso novembre del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan a Washington, culminata con la sua partecipazione – seppur discreta – all’incontro bilaterale tra il presidente siriano Ahmed al-Sharaa e Donald Trump nello Studio Ovale, aveva già fatto presagire ciò che sarebbe poi accaduto a spese dei curdi. . Fidan, in quell’occasione, ha condotto colloqui separati ad alto livello con il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e inviati speciali statunitensi come Tom Barrack e Steven Witkoff, esaminando il dossier siriano «mappa per mappa» e ottenendo – secondo quanto lui stesso ha riferito in privato ad Ankara – una chiara intesa su questioni chiave per gli interessi turchi, tra cui la gestione delle zone curde, la lotta al terrorismo e l’integrità territoriale siriana. La sua presenza all’incontro Trump-al-Sharaa, inizialmente non pubblicizzata con foto ufficiali ma poi riconosciuta, sottolinea come gli Stati Uniti abbiano implicitamente accettato la Turchia come attore indispensabile nella stabilizzazione della Siria, legittimando di fatto l’influenza di Ankara sul nuovo leader siriano e sulle dinamiche del nord del paese