Farouk Al-Kasim è un geologo iracheno che partendo da una semplice richiesta di un posto di lavoro al ministero dell’Industria norvegese ha creato il fondo sovrano più ricco al mondo.
Se oggi vi presentaste in un ufficio pubblico chiedendo un lavoro, molto probabilmente ricevereste un no come risposta. Anzi, quasi sicuramente. Ma il 28 maggio 1968 accadde qualcosa di diverso: un geologo iracheno entrò al ministero dell’Industria norvegese, chiese un impiego e fu praticamente assunto quello stesso giorno. Quell’uomo si chiamava Farouk Al-Kasim e sarebbe diventato l’architetto silenzioso di quello che oggi è il fondo sovrano più grande del mondo.
Al-Kasim non era un funzionario in cerca di fortuna. Era un geologo petrolifero di grande talento, cresciuto in Iraq e formatosi all’Imperial College di Londra grazie a una borsa di studio offerta dal governo iracheno. Prima di trasferirsi in Norvegia era stato uno dei pochi ingegneri iracheni ad aver fatto carriera ai vertici della Iraq Petroleum Company, azienda petrolifera dominata però da dirigenti britannici.
Il trasferimento in Norvegia non avvenne per motivi professionali, ma per una necessità familiare. Suo figlio nacque con una paralisi cerebrale e la Norvegia offriva alcune delle migliori cure disponibili al mondo per quella patologia. Inoltre, sua moglie era norvegese.
Un arrivo casuale che ha cambiato la storia
Quel pomeriggio del 28 maggio 1968, mentre aspettava di prendere un treno, Al-Kasim decise di entrare negli uffici del ministero per chiedere informazioni sulle compagnie petrolifere attive nel Paese. Il personale, però, aveva bisogno di qualcuno capace di interpretare i dati delle nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Quando capirono quale fosse la sua specializzazione, lo assunsero quasi all’istante.
Passò i tre mesi successivi ad analizzare a mano i dati sismici di 13 pozzi. Alla fine di quel lavoro era convinto che la Norvegia sedesse su un giacimento enorme. Come avrebbe ammesso poco dopo, faticò non poco a far condividere il proprio entusiasmo ai colleghi, convinti che sotto il territorio norvegese non ci fosse alcuna possibilità concreta di trovare petrolio, gas o carbone.
L’esperienza vissuta in Medio Oriente gli aveva insegnato qualcosa che pochi esperti occidentali capivano davvero: il rischio più grande per un Paese ricco di petrolio non è la scarsità di risorse, ma la gestione sbagliata dell’abbondanza. Aveva visto con i propri occhi come diversi Paesi mediorientali avessero nazionalizzato le compagnie petrolifere pensando di liberarsi dall’imperialismo straniero, salvo poi ritrovarsi con monopoli statali capaci di concentrare petrolio, denaro e potere nelle mani di pochi.
«Sostituire i monopoli delle compagnie petrolifere internazionali con un monopolio statale non è un miglioramento», ha sempre sostenuto. Per questo, insieme a un collega, scrisse un documento che proponeva la creazione di una compagnia petrolifera statale, Statoil, oggi Equinor, affiancata da un regolatore indipendente e forte: il Norwegian Petroleum Directorate.
L’idea era evitare sia il dominio privato delle compagnie straniere sia il monopolio pubblico che altrove aveva già mostrato tutti i suoi limiti. Le compagnie internazionali avrebbero continuato a operare, ma lo Stato norvegese avrebbe partecipato con quote significative a ogni scoperta, sviluppando al tempo stesso competenze tecniche locali e posti di lavoro per i cittadini norvegesi.
Al-Kasim voleva massimizzare l’estrazione, ma a beneficio della collettività. Per questo convinse le compagnie petrolifere ad adottare tecnologie molto rischiose per l’epoca, come l’iniezione di acqua nei giacimenti per aumentarne la pressione, arrivando a minacciare il ritiro delle licenze operative a chi si fosse opposto. Il risultato è che oggi i giacimenti norvegesi riescono a recuperare in media circa il 46% del petrolio presente, contro una media mondiale intorno al 25%.
Così ha creato il fondo sovrano più ricco al mondo
Ma il pezzo più duraturo della sua eredità resta la scelta di canalizzare tutti i proventi provenienti dall’estrazione di petrolio e gas in un fondo sovrano gestito con disciplina, invece di lasciarli fluire direttamente nell’economia nazionale. Il governo può spendere solo una piccola percentuale di quel fondo: oggi il tetto è fissato al 3%, dopo essere stato ridotto rispetto al 4% iniziale. Il resto viene reinvestito in società quotate in tutto il mondo.
Questo metodo di gestione ha permesso al fondo norvegese di crescere fino a superare i 1.900 miliardi di dollari, avvicinandosi alla soglia dei 2.000 miliardi. Secondo alcune recenti proiezioni, potrebbe arrivare anche a 3.000 miliardi nel prossimo decennio, una cifra sufficiente a garantire il futuro pensionistico di 5,4 milioni di norvegesi quando i pozzi si saranno esauriti.
Al-Kasim provò a proporre lo stesso modello anche al suo Paese d’origine, l’Iraq, poco dopo la caduta di Saddam Hussein. Ma il governo iracheno non adottò mai davvero quel metodo. La Norvegia, invece, lo fece. E da quella scelta nacque uno dei più grandi patrimoni pubblici mai costruiti nella storia moderna.