Quanto costerà il referendum taglio dei parlamentari? Una spesa da 300 milioni

Domenica 29 marzo si terrà il referendum confermativo sulla riforma del taglio dei parlamentari voluto da 71 senatori: un giochetto politico che agli italiani costerà circa 300 milioni.

Quasi 2.500 anni fa Aristotele scriveva che la virtù di uno Stato è che ciascuno deve svolgere le proprie funzioni in vista del bene comune. Quello che invece è successo nelle ultime settimane nei corridoi del Senato assomiglia più a uno scritto del Machiavelli che del celebre filosofo greco.

Ci sono quattro fattori che si sono legati tra di loro: l’approvazione della riforma del taglio dei parlamentari, la conseguente necessità di realizzare una nuova legge elettorale, gli ultimi sondaggi politici e infine un governo debole che nonostante il risultato in Emilia Romagna va avanti soltanto per paura di nuove elezioni.

In questa partita a scacchi, la prima mossa riguardava la questione del taglio dei parlamentari visto che senza una richiesta referendaria sarebbe entrata in vigore lo scorso 12 gennaio.

Inizialmente erano state raggiunte le 64 firme di senatori necessarie per chiedere la consultazione, poi alcuni dem e forzisti si sono tirati indietro ma alla fine il papello è stato sottoscritto da 71 senatori grazie all’intervento diretto della Lega che in precedenza si era limitata al ruolo di grande manovratrice.

Dopo l’ok della Consulta il Consiglio dei Ministri ha stabilito che questo referendum, dall’esito scontato e con un costo di circa 300 milioni, si terrà domenica 29 marzo.

I costi del referendum

Il referendum costituzionale del dicembre 2016, che costò Palazzo Chigi all’allora premier Matteo Renzi, si è stimato che abbia avuto un costo complessivo di circa 300 milioni per essere realizzato.

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Considerando che questa volta non c’è nessun comitato referendario da rimborsare ma che alcune voci di spesa rispetto a quattro anni fa possono essere aumentate, la cifra di questa consultazione sul taglio dei parlamentari dovrebbe rimanere invariata.

Il paradosso è che questo referendum sarà con ogni probabilità il più inutile di sempre, visto che appare scontato che gli italiani voteranno per confermare il taglio: i Radicali nella loro compagna contro la riforma hanno raccolto solo 669 firme quando ne servivano 500.000.

Ma allora perché 71 senatori hanno firmato per mandare gli italiani alle urne per un quesito dall’esito scontato? Senza troppi giri di parole, il referendum serve soprattutto a rimandare l’entrata in vigore ufficiale della sforbiciata che era prevista per il 12 gennaio 2020.

La questione è che se prima del referendum dovesse cadere il governo si andrebbe a votare con il Rosatellum, ovvero l’attuale legge elettorale che non prevede il taglio a deputati e senatori e soprattutto ha una soglia di sbarramento bassa, del 3% a livello nazionale, che permetterebbe a partiti come Italia Viva e Forza Italia di non correre particolari rischi di restare fuori.

Il governo però per blindare la legislatura ha scelto una data abbastanza ravvicinata, il 29 marzo, per cercare così di limitare le possibilità di una crisi con buona pace dei 300 milioni che comunque saranno ugualmente spesi.

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