Coronavirus, ancora rivolte in carcere per lo stop alle visite dei familiari

Dopo il divieto di visite dei parenti e dei volontari in carcere per evitare il contagio, i detenuti hanno dato il via a proteste violente. I morti salgono a 12. Chiedono sconti di pena e misure sanitarie idonee.

Coronavirus, ancora rivolte in carcere per lo stop alle visite dei familiari

Non si fermano le proteste dei detenuti in quasi tutte le città italiane, da Nord a Sud. Gli scontri con le Autorità e le guardie penitenziarie sono iniziate dopo che il Governo ha deciso di sospendere le visite a vista con i familiari e di impedire al personale volontario di svolgere le attività lavorative e ricreative in carcere. Una misura necessaria, dato che se la COVID-19 arrivasse negli istituti di detenzione, il contagio sarebbe rapidissimo. In carcere, infatti, a causa del sovraffollamento -soprattutto al sud- è impossibile rispettare la distanza di sicurezza di almeno un metro ed evitare il contatto ravvicinato tra i detenuti.

Le proteste si sono trasformate in veri e propri episodi di violenza: a Milano è stato appiccato un incendio, e negli altri centri di detenzione ci sono stati disordini, sommosse, ostaggi e tentativi di fuga; dal carcere di Foggia sono evasi in 19 e la conta dei morti è in pochi giorni salita a 12.

Il Pd chiede di valutare gli arresti domiciliari per i detenuti che sono vicini alla fine della pena. I radicali invece propongono l’amnistia e l’indulto per sfoltire la popolazione carceraria.

Coronavirus, proteste e rivolte in carcere: continua la paura

Quello che sta accadendo in diversi istituti di detenzione da Nord a Sud è indice del panico generale che la COVID-19 sta generando. A Salerno, Napoli, Foggia, Milano e anche a Pavia e nel modenese, i carcerati hanno dato il via ad una protesta violenta contro le misure di prevenzione imposte dal nuovo decreto del Governo: limitare le visite dei parenti e l’ingresso ai volontari che impegnano i detenuti in attività lavorative. Misure pesanti e restrittive per tutti, ancor di più dove una visita da un parte di familiare, un abbraccio e una stretta di mano possono significare tutto. Il conto dei danni per ora è di 12 vittime nel carcere di Modena e sono 19 gli evasi dal carcere di Foggia, mentre a Roma e Milano sono stati appiccati degli incendi all’interno dei penitenziari.

I carcerati chiedono provvedimenti idonei a prevenire il contagio, anche perché in cella è impossibile rispettare le norme igienico-sanitarie e le distanze di sicurezza. Inoltre chiedono di poter aver contatti con le famiglie, anche telefonicamente. Le Autorità di polizia e i magistrati stanno ascoltando le richieste avanzate nel tentativo di trovare un compromesso e sedare le rivolte, ma la soluzione non è ancora arrivata.

Coronavirus in carcere: detenuti ad altissimo rischio contagio

In questo momento, case di reclusione, case circondariali, istituti per minori e ospedali psichiatrici sono ambienti ad alto rischio, e non sono ancora state prese misure idonee ad evitare il contagio tra i ristretti.

In molti centri di detenzione è stato installato un tendone esterno per eseguire il triage sanitario sui nuovi reclusi, questo soprattutto nelle Regioni del Nord dove il numero degli infetti è maggiore che nel resto d’Italia. Il check serve a scongiurare il rischio di far entrare in carcere persone che hanno contratto la COVID-19. Visite degli esterni limitate su tutto il territorio nazionale a meno che non siano necessarie, e proprio questo divieto ha fatto scattare le violenti proteste.

Aldo di Giacomo, segretario generale del S.PP. (sindacato del corpo di polizia penitenziaria) sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione sulle condizioni dei carcerati per spingere il Ministero ad estendere le misure di prevenzione a tutti gli istituti penitenziari sul territorio nazionale, poiché se il virus si diffondesse nelle carceri del Sud - particolarmente sovraffollati - il contagio potrebbe facilmente sfuggire di mano. In tal caso, l’unica via percorribile sarebbe l’evacuazione.

Intanto il Pd propone di mandare agli arresti domiciliari i detenuti che sono prossimi alla fine della pena, come ha fatto l’ Iran che, già diverse settimane fa, ha ordinato lo spostamento di oltre 54mila detenuti e la commutazione della pena agli arresti domiciliari fino a quando il pericolo del contagio non sarà scongiurato. Quello che è certo è che al momento le Forze dell’ordine e magistratura sono impegnate nel sedare le proteste e concordare una soluzione di compromesso.

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Argomenti:

Carcere Coronavirus

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1 commento

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Doctoritz • 3 settimane fa

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