Il cambiamento climatico impatta anche sul mondo del lavoro: dai rischi per la salute agli stravolgimenti che riguardano alcuni settori produttivi, ecco tutte le conseguenze presenti e future
Di cambiamento climatico e riscaldamento globale si torna a parlare ogni estate, con la Terra che brucia, purtroppo letteralmente. E il 2026 non fa eccezione: l’Italia è appena uscita da una delle ondate di calore più intense degli ultimi anni, che ha provocato disagi in tutto il Paese e numerose vittime in Europa.
Con il caldo record tornano puntuali anche le domande sulle conseguenze del cambiamento climatico sulla vita delle persone e, quindi, sul lavoro. Perché il punto, ormai, non è più teorico: il clima che cambia incide sul mondo del lavoro con effetti negativi su occupazione e produttività, oltre a rappresentare un rischio concreto per la salute dei lavoratori.
Le alte temperature estive rendono alcuni mestieri, già di per sé usuranti, estremamente pericolosi. E i numeri lo confermano: secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), oltre 2,4 miliardi di lavoratori nel mondo sono esposti a caldo eccessivo, con 22,85 milioni di infortuni sul lavoro attribuibili ogni anno a questo fattore e quasi 19.000 vite perse. Non è più un tema per Paesi vicini all’equatore: come sottolineano Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) in un rapporto congiunto del 2025, lo stress da calore sul lavoro è diventato una sfida sociale globale.
Scopriamo nel dettaglio quali sono gli effetti e le conseguenze del cambiamento climatico sul lavoro, quali settori rischiano di più, cosa dicono le organizzazioni internazionali e come l’Italia sta provando a correre ai ripari, tra ordinanze regionali, cassa integrazione per il caldo e nuove regole europee.
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Perché il cambiamento climatico riguarda il lavoro?
Riguarda il lavoro perché cambia le condizioni materiali in cui si produce, si trasporta, si coltiva, si costruisce, si assiste e si vende. L’Ipcc collega l’aumento delle temperature e degli eventi estremi a rischi per salute, infrastrutture, agricoltura e produttività, mentre l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) evidenzia che in Europa il rischio non è uniforme: le aree meridionali e mediterranee, Italia inclusa, sono le più esposte agli effetti del caldo sul lavoro all’aperto.
La conseguenza è semplice da capire ma difficile da gestire: quando il clima diventa più instabile, anche il lavoro diventa meno prevedibile. Una giornata di cantiere può richiedere pause diverse, un turno agricolo può essere anticipato, una fabbrica può dover ripensare ventilazione e sicurezza, una compagnia assicurativa può rivedere i rischi legati a impianti e interruzioni operative. Non è solo ecologia: è organizzazione economica.
Che non si tratti di allarmismo lo dicono i dati climatici. Secondo il servizio europeo Copernicus, il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, il primo in cui la temperatura media globale ha superato la soglia di 1,5 gradi sopra i livelli pre-industriali, arrivando a +1,60 gradi. Il 2025 è stato il terzo anno più caldo di sempre, e per la prima volta un triennio consecutivo (2023-2025) ha superato la soglia di 1,5 gradi. In Europa il 2024 ha toccato una temperatura media di 10,69 gradi, mai così alta, con il numero di giorni di «forte stress da caldo» tra i più elevati mai osservati. Il 2026 sta stracciando questi recenti record a passi da gigante.
Cambiamento climatico e impatto sul lavoro: i settori più a rischio
Il cambiamento climatico impatta negativamente sul lavoro e ci sono dei settori maggiormente a rischio.
A risentirne per primi sono i comparti legati alle risorse naturali. In prima linea ci sono agricoltura e silvicoltura, mentre la pesca è minacciata dall’innalzamento del livello dei mari e dall’acidificazione degli oceani, fenomeni che limitano la biodiversità. A questi si aggiungono i settori in cui il lavoro fisico all’aperto e l’esposizione diretta al sole sono la regola: edilizia, logistica, trasporti, manutenzione stradale e ferroviaria, turismo stagionale, igiene ambientale, comparto forestale, porti e consegne urbane.
Le catastrofi naturali innescate dal clima, poi, andranno a sconvolgere anche settori quali:
- fornitura di energia e acqua;
- edilizia;
- trasporti e turismo;
- settore manifatturiero;
- industria.
Gli eventi estremi, stretta conseguenza dei cambiamenti climatici, distruggono infrastrutture critiche e vite umane, mettendo sotto ulteriore pressione servizi di emergenza e soccorso, sistema sanitario e altri servizi pubblici. Cambiando in modo significativo la probabilità della maggior parte degli eventi estremi, l’impatto si riflette a cascata anche sulle società bancarie e assicurative.
Attenzione, però, all’idea che il problema riguardi solo chi lavora all’aperto. Come segnalano Oms e Omm, il caldo colpisce anche il lavoro indoor quando capannoni, cucine, magazzini, mezzi o uffici non sono adeguatamente raffrescati. Qui la distinzione tra «colletti blu» e «colletti bianchi» conta meno di quanto sembri: cambia l’intensità del rischio, non la necessità di gestirlo.
Cambiamento climatico e lavoro: i rischi per la salute dei lavoratori
I rischi per la salute dei lavoratori sono il capitolo più delicato, perché toccano direttamente condizioni di lavoro e produttività.
Le persone lavorano meglio a una temperatura compresa tra i 16 e i 24 gradi, con soglie che variano molto in base al tipo di mansione. Superata quella fascia, comincia lo stress termico: il calore riduce attenzione, tempi di reazione e capacità fisica, aggrava patologie pregresse e aumenta il rischio di errori. Non a caso l’Oms segnala che la produttività cala del 2-3% per ogni grado sopra i 20 gradi.
Le alte temperature aumentano la stanchezza e determinano un calo della vigilanza, con conseguente aumento degli incidenti sul lavoro. I lavoratori possono così incorrere in infortuni quali:
- inciampo;
- urto o altra perturbazione del movimento;
- caduta da luoghi sopraelevati;
- rischi legati alla caduta di oggetti;
- movimentazione meccanica;
- rischi stradali in missione;
- rischi legati alla circolazione interna dei veicoli;
- movimentazione di prodotti chimici;
- operazioni legate all’elettricità e altro.
Ad aggravare i rischi contribuisce spesso una cattiva organizzazione del lavoro:
- mantenimento dell’orario di lavoro durante le ore più calde della giornata;
- condizioni di pausa inadeguate;
- lavoro a contatto con superfici calde.
I danni per la salute, però, vanno ben oltre l’infortunio. L’Ilo parla di un vero e proprio «cocktail» di gravi rischi che colpisce oltre il 70% dei lavoratori nel mondo: caldo eccessivo, radiazioni ultraviolette, eventi estremi, inquinamento dell’aria, malattie trasmesse da vettori e agenti agrochimici. Tra le conseguenze cliniche più frequenti figurano colpi di calore, disidratazione, disfunzioni renali e disturbi neurologici. Solo nel 2020, sottolinea l’Ilo, 26,2 milioni di persone nel mondo hanno sviluppato una malattia renale cronica correlata allo stress da calore, e circa 4.200 lavoratori hanno perso la vita a causa delle ondate di calore.
Come ricorda anche la ricerca, lo stress termico interessa in modo particolare chi opera all’aperto svolgendo attività gravose, ma nessun ambiente è del tutto al sicuro:
«L’esperienza dimostra che anche i lavoratori negli uffici possono essere colpiti se l’edificio è privo di un corretto isolamento o di un sistema di raffreddamento/ventilazione.»
In Italia il tema è presidiato dall’Inail attraverso il progetto Worklimate, che considera lo stress termico ambientale una priorità per la salute e sicurezza sul lavoro. La piattaforma previsionale sviluppata da Inail e Cnr è stata da poco rinnovata nella versione Worklimate 3.0 («Salute occupazionale e resilienza aziendale nell’era delle temperature estreme») e fornisce mappe di rischio a tre giorni, aggiornate più volte al giorno, con le quali datori di lavoro e imprese possono programmare turni e attività.
Il caldo cambia produttività, sicurezza e conti economici
Se lo stress termico è un problema sanitario, è anche una questione strettamente economica. Proiezioni Ilo basate su un aumento di 1,5 gradi entro fine secolo indicano che nel 2030 andrà perso il 2,2% del totale delle ore di lavoro mondiali, una perdita equivalente a 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Non è teoria: la capacità di svolgere un lavoro fisico si riduce del 40% già a 32 gradi e di due terzi a 38 gradi.
L’Europa è tra le regioni dove il fenomeno cresce più rapidamente. Secondo l’Istituto sindacale europeo (Etui), durante le ondate di calore le perdite di produttività possono raggiungere il 20-25% nell’Europa meridionale, l’8-14% in quella centrale e persino il 3-6% nei Paesi scandinavi. L’Eea, dal canto suo, colloca proprio le regioni mediterranee - inclusa la Liguria tra le aree italiane - tra quelle destinate a subire i cali più marcati di manodopera effettiva nei settori outdoor.
Sul fronte dei conti pubblici, lo studio di Allianz Trade stima per il 2025 una perdita di Pil pari al -0,5% a livello europeo e al -1,2% in Italia, il doppio della media continentale. Guardando più avanti, le perdite cumulate di Pil tra il 2026 e il 2030 potrebbero raggiungere il 5-7% per le economie più esposte, con l’Italia tra i Paesi più penalizzati. A questo si aggiunge l’effetto sull’inflazione: la Banca centrale europea stima che l’ondata di calore dell’estate 2026 possa aver spinto verso l’alto i prezzi degli alimentari non trasformati nell’Eurozona di 0,4-0,7 punti percentuali su base annua.
Per le imprese italiane, insomma, il clima diventa un fattore di continuità operativa. Eventi estremi, ondate di calore e siccità possono incidere su forniture, tempi di consegna, costo dell’energia, disponibilità di materie prime e manutenzione degli impianti. L’adattamento non è più una scelta reputazionale, ma una necessità gestionale.
Cosa cambia per imprese e lavoratori in Italia: ordinanze e cassa integrazione
Sul piano concreto, l’Italia ha costruito negli ultimi anni un vero e proprio sistema di risposta al caldo estremo. Il primo pilastro sono le ordinanze regionali che vietano il lavoro all’aperto nelle ore più calde. Nel 2024 le avevano adottate 15 regioni, coinvolgendo oltre 1,5 milioni di lavoratori; nel 2025 il numero è salito a 18 regioni e oltre 2,3 milioni di addetti; nel 2026 i provvedimenti sono arrivati già prima dell’estate astronomica, con la quasi totalità delle regioni coinvolte (escluse Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige).
Il meccanismo è ormai consolidato: le ordinanze vietano di norma le attività all’aperto dalle 12:30 alle 16:00, ma solo nelle giornate e nelle località in cui la mappa di Worklimate segnala un livello di rischio «alto» per i lavoratori esposti al sole e impegnati in attività fisica intensa. Oltre ai tradizionali comparti di agricoltura ed edilizia, molte regioni hanno esteso la tutela a florovivaismo, attività estrattive, logistica di piazzale, consegne urbane, manutenzione stradale e ferroviaria, igiene ambientale e comparto forestale. Restano escluse le attività urgenti e di pubblica utilità, per cui valgono comunque tutte le misure di prevenzione.
A supporto delle ordinanze, il 19 giugno 2025 la Conferenza delle Regioni ha approvato le «Linee di indirizzo per la protezione dei lavoratori dal calore e dalla radiazione solare», utilizzabili in tutti i settori a rischio, con indicazioni specifiche e schede di autovalutazione per agricoltura, edilizia e logistica.
Il secondo pilastro riguarda il sostegno al reddito. Con il decreto-legge n. 107 del 26 giugno 2026 (in vigore dal 27 giugno), il Governo ha reintrodotto per il periodo tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2026 l’accesso agevolato agli ammortizzatori sociali per le eccezionali ondate di calore. In pratica, quando le temperature superano i 35 gradi o comunque rendono impossibile lavorare in sicurezza, le imprese possono sospendere o ridurre l’attività e accedere alla cassa integrazione (Cigo per edilizia, comparto lapideo ed escavazioni; nuove causali Cisoa per l’agricoltura), senza che i periodi richiesti concorrano al limite delle 52 settimane nel biennio mobile e senza contributo addizionale. Le istruzioni operative sono state fornite dall’Inps con il messaggio n. 2418 del 20 luglio 2026, che si affianca alle regole ordinarie già riepilogate nel messaggio n. 2103 del 24 giugno 2026.
Il senso di questi strumenti è chiaro: per chi lavora, la sospensione per caldo non deve tradursi in una perdita secca di reddito, perché le ore non lavorate vengono coperte dall’integrazione salariale.
Cosa dovrebbero fare imprese e lavoratori per prepararsi
Una strategia credibile non parte dagli slogan, ma da una mappatura dei rischi e delle competenze. Oms e Ilo insistono da tempo sull’importanza di programmi di prevenzione del caldo costruiti sulle mansioni reali, sul meteo locale e sulla vulnerabilità dei singoli lavoratori. Del resto, in Italia il D.Lgs. 81/08 impone già di aggiornare il Documento di valutazione dei rischi (Dvr) in presenza di nuove condizioni climatiche sfavorevoli.
In concreto, imprese e lavoratori dovrebbero concentrarsi su alcune priorità:
- aggiornare la valutazione dei rischi includendo caldo, eventi estremi e mansioni esposte, integrando i criteri di attivazione di Worklimate;
- riorganizzare turni, pause e luoghi di riposo nei periodi critici, anticipando le attività nelle fasce mattutine o tardo-pomeridiane;
- formare preposti e lavoratori sul riconoscimento dei sintomi dello stress termico, anche con il «sistema del compagno» per l’identificazione precoce;
- garantire idratazione, acclimatazione, aree ombreggiate o ventilate e dispositivi adeguati (abbigliamento tecnico traspirante);
- investire in efficienza energetica, ventilazione e ombreggiamento;
- collegare sostenibilità, sicurezza e formazione, evitando che restino uffici separati.
Sono misure pratiche, ma richiedono contratti, organizzazione e una cultura aziendale meno improvvisata. E vanno calate sui territori: un’impresa agricola del Sud, un cantiere urbano in Pianura Padana e un albergo in una località costiera non vivono lo stesso rischio climatico, ma tutti devono integrare meteo, salute e pianificazione.
La transizione verde crea e trasforma occupazione
Il cambiamento climatico non produce solo rischi: accelera anche una riallocazione del lavoro. Secondo l’Ocse, le politiche per la transizione verde modificano la domanda di competenze, possono sostenere l’occupazione nelle attività a minori emissioni e ridurre spazio nei comparti più emissivi, con effetti diversi per territori, qualifiche e livelli di istruzione.
Non bisogna immaginare soltanto professioni dai nomi futuristici. Molti mestieri tradizionali diventano più verdi: l’elettricista lavora su impianti efficienti e fotovoltaico, il geometra su riqualificazione energetica, il responsabile acquisti su filiere tracciabili, il consulente fiscale su incentivi e obblighi ambientali, il direttore Hr su formazione climatica e sicurezza.
Le competenze richieste tendono a combinare tecnica e capacità trasversali: energia, dati, manutenzione, rendicontazione, sicurezza, gestione dei rischi e comprensione normativa. Chi resta fermo rischia di subire la transizione; chi si aggiorna può intercettare una domanda crescente, soprattutto nelle filiere legate a efficienza energetica, economia circolare, edilizia sostenibile, mobilità, tecnologie pulite e adattamento climatico.
Per chi cerca lavoro, la domanda da porsi è concreta: quali competenze ambientali posso aggiungere al mio profilo senza cambiare mestiere? Spesso la risposta non è una nuova laurea, ma un aggiornamento mirato: gestione energetica, rendicontazione Esg, sicurezza climatica, uso di dati meteo, manutenzione di tecnologie efficienti, conoscenza delle norme europee.
Quali norme europee spingono il cambiamento?
Le norme europee spingono il cambiamento perché trasformano la sostenibilità da comunicazione volontaria a requisito industriale, finanziario e organizzativo. La Csrd richiede alle imprese coinvolte di rendicontare secondo standard europei di sostenibilità, l’EU Ets resta lo strumento centrale per attribuire un costo alle emissioni in vari settori e il Net-Zero Industry Act punta a rafforzare la capacità industriale europea nelle tecnologie pulite.
Per il lavoro questo significa nuove funzioni aziendali e nuove responsabilità. Non basta più «avere un referente ambiente»: servono dati affidabili, controllo della catena di fornitura, dialogo con banche e investitori, aggiornamento del Dvr quando il clima incide sulla sicurezza e formazione coerente con le mansioni reali.
Anche le Pmi, pur non sempre direttamente soggette agli stessi obblighi delle grandi imprese, possono essere coinvolte indirettamente. Se forniscono gruppi più grandi, esportano, partecipano ad appalti o cercano credito, la capacità di documentare consumi, emissioni, sicurezza e adattamento può diventare un vantaggio competitivo.
Sul fronte specifico del caldo, la partita è ancora aperta: Etui ed Etuc chiedono all’Unione europea una direttiva ad hoc sui rischi da calore nei luoghi di lavoro, con soglie di sicurezza, obbligo di valutazione del rischio e criteri più completi che non guardino solo alla temperatura, ma anche a umidità e velocità del vento. Una richiesta tutt’altro che astratta, se si considera che nel 2025 circa un lavoratore su cinque nell’Ue ha dichiarato di essere stato esposto a caldo estremo sul lavoro nei dodici mesi precedenti.