Book Calling #7: “Forse non tutti sanno che in America” storie di food e di successo con Francesco Panella

Antonella Coppotelli

1 Dicembre 2020 - 19:00

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Una faccia inedita e sorprendente dell’America nel piatto che ogni anno genera un fatturato di oltre 780 miliardi di dollari.

Quando pensiamo agli Stati Uniti, l’istinto ci evoca immagini legate all’innovazione, a paesaggi sterminati e a città all’avanguardia che non dormono mai. Di certo non accostiamo il paese a stelle e strisce a una tradizione culinaria simile alla nostra o a quella asiatica, meno che mai immaginiamo che dietro a questa inedita e gustosa versione dell’America vi siano budget, forecast e una capacità di fare marketing e sistema tra i vari player del settore da fare invidia ai CMO più sgamati ed esperti.

“Forse non tutti sanno che in America”, ultima produzione letteraria di Francesco Panella edita da Newton Compton Editori vuole sfatare proprio il mito dell’America nel piatto legato al junk food, alimentato da un pregiudizio quasi atavico che ben si è impresso nelle nostre menti anche grazie a capolavori cinematografici quali “Un Americano a Roma” con l’indimenticabile scena dell’immenso Alberto Sordi che agguanta il piatto di “maccarone” italico come atto quasi consolatorio dinanzi a certe sperimentazioni culinarie di origine statunitensi ben lontane dalla nostra educazione culinaria e dal dubbio gusto in generale.

“The Brooklyn Man” - nel libro viene narrata la genesi del soprannome che lo ha reso celebre - non è però solo il volto televisivo divenuto “quasi uno di casa” di programmi quali “Little Big Italy” e “Riaccendiamo i fuochi” entrambi fruibili sul Nove; è anche e soprattutto un imprenditore del settore food, che ha ereditato questa attitudine dalla propria famiglia e che qualche anno fa ha deciso di investire all’estero e di portare la cucina italiana negli Stati Uniti. Il risultato è stato quello di creare delle aziende di successo, perché tali sono da considerarsi le attività del settore della ristorazione, grazie alla contaminazione della creatività italiana e del senso degli affari americano che, stando al suo racconto, non ha davvero nulla da invidiare all’antica heritage italiana, fatta spesso più di cuore e pancia che di testa e vision.

America e Italia nel piatto: le differenze concettuali e imprenditoriali

Fino allo scoppio della pandemia l’industria culinaria a stelle e strisce ha contato su un fatturato annuo di 780 miliardi di dollari; secondo il rapporto della FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) è di 86 miliardi il volume di affari della ristorazione italiana nel medesimo periodo. Posti i dovuti distinguo in termini di estensione geografica e densità di popolazione, i numeri parlano chiaro: è un comparto che genera un discreto volume di affari in entrambi i Paesi e che coinvolge una filiera di persone e di realtà ben nutrita. Eppure, decreti e aiuti statali a parte che non possono essere paragonati tra i due stati, vi è una sostanziale differenza tra le due realtà se le guardiamo dal punto di vista imprenditoriale: noi stentiamo ancora a fare sistema e a conferire la giusta dignità che dovrebbe ricoprire il marketing quando si decide di aprire un esercizio ristorativo.

Non lo consideriamo un’attività corporate al 100% ma lo viviamo, piuttosto, come la realizzazione del sogno di una vita, forti del fatto che possiamo contare su una biodiversità incredibile e su un approccio al cibo fatto più all’insegna dell’esperienza e del ricordo che di focus e obiettivi tipici della mission di un’azienda. Aspetti meravigliosi, intendiamoci bene, ma che spesso non bastano a sostenere il sistema e a far sopravvivere i più. Non ci riferiamo, chiaramente, a quelle strutture ricettive che nascono già in odore di stella Michelin o con una brigata ben strutturata alle spalle. Pensiamo, invece, a quelle realtà medio-piccole che tanto alimentano anche questa parte di tessuto industriale nostrano che non possono contare per il proprio lancio su nomi blasonati o su grandi battage di comunicazione.

Questo, però, non le solleva dal non pensare a un’attività da avviare che poggi le basi su un business plan “inattaccabile” già prima di aprire i battenti. Le storie narrate in Tutti non forse sanno che in America prendono le mosse proprio da realtà più piccole, magari con una lunga tradizione culinaria alle spalle, ma che alla base hanno dovuto avere una solidità di visione aziendale per rimanere in piedi non solo in un anno così terribile ma anche e soprattutto dinanzi alla concorrenza che è molto agguerrita.

Negli Stati Uniti si arriva pronti a tavola: significa che non bastano solo amore e passione per la cucina, questi ultimi sono solo due degli ingredienti che compongono il piatto finale e che deve avere con sé tanti altri fattori che ne determinano il successo finale, quali:

  • un solido approccio imprenditoriale;
  • conoscenza del proprio target;
  • il concept alla cui base vi è la coerenza e la riconoscibilità del chi siamo e ne costituisce l’identità, aspetti determinanti che sono alla base della riconoscibilità di qualsiasi impresa.

Non ultimo il saper fare squadra non solo tra i membri dello staff ma anche con il tessuto più prossimo e vicino di bar e ristoranti. In altre parole “competitor” quando le cose vanno bene e “sodali” quando, invece, la situazione stenta e c’è bisogno dell’appoggio di tutti per restare a galla. In fondo la resilienza non è solo un fatto personale ma di comunità e alla fine il team e il saper far emergere il «best of» di ciascuno risultano sempre la formula vincente. Chissà che non sia proprio questo l’ingrediente segreto?

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