Arnaldo Mussolini: chi era, e perché non merita una piazza a suo nome

Chiara Esposito

8 Agosto 2021 - 12:12

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Ecco breve dossier che contestualizza la figura di Arnaldo Mussolini, l’uomo chiamato in causa da Durigon durante un comizio a Latina.

Arnaldo Mussolini: chi era, e perché non merita una piazza a suo nome

A chi vorrebbe (ri)intitolare il parco comunale di Latina il sottosegretario all’economia in quota Lega Claudio Durigon? Niente meno che al fratello di Benito Mussolini, il giornalista e politico Arnaldo Mussolini.

Definendola una figura chiave delle radici della storia cittadina, il leghista che si trovava al fianco di Salvini durante il comizio del 4 agosto, riporta alla luce un vero pezzo di storia italiana; scovandola tra le sue pagine più buie.

Solo conoscendo la realtà dei fatti che accompagna questo nome del passato nazionale fascista è possibile però capire la gravità delle affermazioni pronunciate pubblicamente da Claudio Durigon a pochi mesi dalle elezioni comunali.

Strizzando un occhio ai neofascisti, il politico ha riportato in ballo un nome controverso sul quale è bene fare luce grazie alle documentazioni del tempo.

La richiesta di Durigon: una piazza ad Arnaldo Mussolini

“La storia di Latina è quella che qualcuno ha voluto anche cancellare, cambiando il nome a quel nostro parco che deve tornare ad essere il parco Mussolini - ha dichiarato Durigon - Su questo ci siamo e vogliamo andare avanti”.

É dall’estate del 2017 che quel parco non porta più il nome del fratello del duce ed è invece dedicato alla memoria di due magistrati che tutto il Paese ha imparato a conoscere: Falcone e Borsellino.

Riscrivere quella targa con il nome di due uomini che hanno dato la vita per i loro ideali è stato davvero un passo indietro? Chiediamolo alla storia interrogando la vita della controparte: Arnaldo Mussolini.

Chi era Arnaldo Mussolini

Fratello minore di Benito Mussolini, Arnaldo era un fervente sostenitore del fascismo e braccio destro del duce nelle sue campagne di propaganda nazionale. Grazie all’incarico affidatogli dallo stesso Benito, Arnaldo ha infatti controllato la stampa italiana da più fronti.

Come riporta la Treccani, nell’ottobre 1922 Benito gli affida la direzione del Popolo d’Italia, malgrado fino a quel momento non avesse mai svolto attività di giornalista. L’obiettivo di questa prima operazione era sostenere l’immagine ideale del regime mussoliniano attraverso una fonte d’informazione di spessore.

Da lì la progressiva ascesa e colonizzazione del settore mediatico ha inizio: prima con la presidenza della Commissione superiore per la stampa e dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti (INPGI), poi con la direzione de Il Resto del Carlino, Secolo-Sera e L’Ambrosiano. Per far risuonare le ideologie fasciste anche attraverso altri mezzi, Mussolini lo indicò come vicepresidente dell’Ente italiano per le audizioni radiofoniche (EIAR).

Detenendo un tale controllo è difficile credere che possa essere definito solo un semplice cittadino illustre del litorale laziale.

Se in molti casi, nonostante queste evidenti prove di collaborazione, lo si è però dipinto o fatto passare come una figura marginale, disinteressata e con un peso irrilevante nelle vicende nazionali, possiamo dire che sono le sue stesse parole a smentirlo.

Gli archivi storici di Banca Intesa San Paolo di Milano riportano un documento in cui si vantava di essere «il destro dei più destri», senza contare le sue lettere familiari in cui scrisse «chi tradisce perisce» o dove ancora si autoproclamava «uno dei migliori cardini della rivoluzione».

Perché questo è un problema

Il cambiamento nella toponomastica a favore di personaggi fascisti, così come evidenzia anche il presidente nazionale dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, è una tendenza preoccupante che passa in sordina - vedesi il caso Almirante ad Alessandria - ma non per questo può continuare ad avere poco rilievo nel dibattito pubblico.

Il valore simbolico che queste attribuzioni hanno è più grande di quando a una veloce lettura potrebbe sembrare. I termini che scegliamo di usare definiscono il nostro orientamento culturale, le nostre priorità sociali e le ideologie condivise.

Per questo la Costituzione della Repubblica è apertamente antifascista, perché le leggi che fondano uno Stato rispecchiano i valori a cui la collettività ha deciso d’ispirarsi.

Se una branca se ne discosta, il dissidio interno s’infiamma. Ancor prima di uno scontro diretto, come ci insegna la stessa vita di Arnaldo, le dottrine passano dalle parole e dalla risonanza che diamo loro nella nostra quotidianità.

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